- 07/10/2026
- Simone Martino
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La Banca d’Italia propone una definizione UE più semplice e armonizzata per i prestiti green, con nuovi criteri per mutui, acquisto e ristrutturazione di immobili ad alta efficienza energetica
Mutui per comprare una casa efficiente, finanziamenti per ristrutturare un edificio, prestiti destinati a interventi di risparmio energetico. I cosiddetti prestiti green sono ormai una realtà sempre più presente nel mercato del credito europeo. Ma c’è un problema che rischia di frenare la crescita di questo segmento: non esiste ancora una definizione unica, semplice e facilmente applicabile di finanziamento “verde”.
La questione riguarda direttamente banche, famiglie e imprese. Oggi gli istituti di credito possono utilizzare criteri differenti per stabilire quando un finanziamento possa essere considerato sostenibile. Il risultato è un mercato frammentato, nel quale prodotti apparentemente simili possono essere classificati in maniera diversa.
La proposta contenuta nel documento Nota di Stabilità Finanziaria e Vigilanza n. 52 “Prestiti verdi: una proposta per una definizione europea semplificata” della Banca d’Italia punta quindi a introdurre una definizione europea più pragmatica, mantenendo la Tassonomia UE come riferimento principale ma affiancandole un secondo percorso, più semplice e basato sulle prestazioni energetiche degli immobili.
L’obiettivo è ambizioso: rendere più facile per le banche identificare i finanziamenti verdi e, allo stesso tempo, favorire gli investimenti nell’efficienza energetica degli edifici.
Perché serve una definizione più semplice dei prestiti green
La Tassonomia europea rappresenta oggi il principale punto di riferimento per stabilire quali attività economiche possano essere considerate ambientalmente sostenibili. Il problema è che, nel caso dei finanziamenti immobiliari, la sua applicazione può risultare complessa.
Tra gli elementi che rendono più difficile la classificazione ci sono i Technical Screening Criteria (TSC), il principio del Do No Significant Harm (DNSH), cioè l’obbligo di non arrecare un danno significativo agli altri obiettivi ambientali, e le cosiddette garanzie minime di salvaguardia.
A questo si aggiunge un problema molto concreto: la disponibilità dei dati. Non sempre banche e intermediari dispongono delle informazioni necessarie per verificare tutti i requisiti previsti dalla normativa europea.
La conseguenza è stata la nascita di numerosi standard alternativi. Alcune banche hanno sviluppato criteri propri, altre fanno riferimento agli standard della Energy Efficient Mortgages Initiative (EEMI), mentre altre ancora utilizzano i Green Loan Principles della Loan Market Association.
Secondo le evidenze richiamate nel documento, su 83 banche europee che hanno indicato un approccio flessibile alla classificazione dei finanziamenti green, 50 utilizzano standard interni, 12 applicano i criteri tecnici della Tassonomia senza includere DNSH e garanzie minime, 7 applicano l’intero impianto della Tassonomia, 6 fanno riferimento ai Green Loan Principles della LMA, 5 agli standard EEMI e 11 ad altri criteri.
Una situazione che rende difficile confrontare i portafogli delle diverse banche e, soprattutto, raccogliere dati omogenei sul rischio dei finanziamenti sostenibili.
Case efficienti, il nodo energetico diventa anche finanziario
La questione non riguarda soltanto la classificazione dei prodotti bancari. Dietro la definizione di “prestito green” c’è infatti una partita economica molto più ampia.
Gli edifici rappresentano circa il 40% dei consumi energetici complessivi dell’Unione europea e sono responsabili di circa il 36% delle emissioni di CO₂.
Per questo motivo, aumentare l’efficienza energetica del patrimonio immobiliare è considerato uno dei passaggi fondamentali per raggiungere gli obiettivi climatici europei e ridurre la dipendenza dalle fonti energetiche.
Ed è qui che il credito può diventare uno strumento decisivo in quanto un mutuo destinato a una casa energeticamente efficiente, oppure un prestito utilizzato per migliorare le prestazioni di un edificio esistente, può produrre benefici che vanno oltre la riduzione delle emissioni.
Una casa che consuma meno energia significa infatti, in prospettiva, bollette più basse e una minore esposizione delle famiglie agli shock dei prezzi dell’energia.
Questo può avere effetti anche sul rischio di credito. Secondo le evidenze richiamate nel documento, i mutui destinati a immobili più efficienti sono associati mediamente a tassi di insolvenza più bassi, proprio perché i minori costi energetici possono rendere più sostenibile il bilancio familiare.
Anche per le banche il tema è rilevante: in caso di insolvenza, un immobile efficiente può contribuire a contenere le perdite grazie a una migliore valorizzazione dell’asset dato in garanzia.
Mutui green, oggi rappresentano circa l’11-12% delle nuove erogazioni alle famiglie
Il mercato, nel frattempo, è già partito. La maggior parte delle banche dichiara di offrire prodotti green e i relativi portafogli sono concentrati soprattutto sul comparto delle famiglie.
I mutui verdi destinati all’acquisto o alla ristrutturazione di immobili residenziali rappresentano circa l’11-12% delle nuove erogazioni di credito alle famiglie, secondo i dati disponibili per il periodo 2022-2024 citati nel documento.
Ma proprio la crescita del mercato rende più urgente una definizione condivisa. Se ogni banca utilizza criteri diversi, diventa più difficile capire quali finanziamenti siano realmente confrontabili e quali caratteristiche debba possedere un prodotto per essere considerato “green”.
Il rischio, inoltre, è quello del greenwashing: senza criteri chiari e verificabili, un istituto potrebbe essere accusato di attribuire una connotazione ambientale a un prodotto senza che esista uno standard comune in grado di dimostrarlo.
La proposta: due livelli per definire un prestito green
La soluzione proposta introduce un modello articolato su due livelli.
Livello 1: il prestito green allineato alla Tassonomia UE
Il primo livello coincide sostanzialmente con il modello già previsto dalla normativa europea.
Un finanziamento può essere definito green quando l’attività finanziata è pienamente allineata alla Tassonomia UE, compresi: i criteri tecnici di vaglio (Technical Screening Criteria); il principio DNSH, cioè il “non arrecare danno significativo” e le garanzie minime di salvaguardia.
È il livello più rigoroso, ma anche quello che presenta maggiori difficoltà operative per gli intermediari.
Livello 2: un prestito green basato sulle prestazioni energetiche
Il secondo livello rappresenta la vera semplificazione. L’idea è consentire la classificazione come green anche quando il finanziamento soddisfa criteri energetici standardizzati e facilmente verificabili, senza richiedere necessariamente tutti gli adempimenti previsti dal DNSH e dalle garanzie minime.
In questo caso, la classificazione potrebbe basarsi soprattutto su indicatori già utilizzati nel mercato immobiliare, come la classe energetica dell’edificio o il fabbisogno di energia primaria.
Il modello avrebbe quindi un vantaggio importante: renderebbe più semplice l’accesso alla categoria dei prestiti green senza abbandonare la Tassonomia europea, che continuerebbe a rappresentare il riferimento di massimo livello.
Quali case potrebbero rientrare nella nuova categoria
Per i nuovi edifici, la proposta individua due possibili criteri alternativi: una classe energetica che rientri nelle due categorie più elevate della scala nazionale, normalmente A o B, oppure un fabbisogno di energia primaria almeno del 10% inferiore rispetto alla soglia prevista per gli edifici a energia quasi zero.
Per l’acquisto di immobili nuovi o esistenti, il criterio potrebbe essere ancora la presenza di una classe energetica tra le due migliori della scala nazionale oppure l’appartenenza dell’immobile al 15% più efficiente del patrimonio immobiliare nazionale o regionale, sulla base dei dati disponibili.
Per le ristrutturazioni, invece, il finanziamento potrebbe essere considerato green se gli interventi producono almeno uno di questi risultati: una riduzione del fabbisogno di energia primaria del 30% e un miglioramento di almeno una classe energetica.
L’effettivo raggiungimento dell’obiettivo dovrebbe poi essere verificato al termine dei lavori attraverso l’APE o una diagnosi energetica equivalente.
Un possibile vantaggio anche sul costo del credito
Oggi i prestiti green non godono automaticamente di un trattamento prudenziale più favorevole. In altre parole, non è previsto un assorbimento di capitale inferiore rispetto alle altre esposizioni semplicemente perché un finanziamento è classificato come sostenibile.
Ma la situazione potrebbe cambiare se le evidenze empiriche dovessero confermare una riduzione dei principali indicatori di rischio.
In particolare, una maggiore efficienza energetica potrebbe tradursi in una minore probabilità di default (PD) e in una minore perdita in caso di insolvenza (LGD).
Se queste evidenze diventassero sufficientemente solide, potrebbero essere prese in considerazione anche nell’evoluzione dei modelli interni delle banche o nella revisione delle metodologie standard utilizzate per determinare i requisiti patrimoniali.
Si aprirebbe così un possibile circolo virtuoso: case più efficienti, minori costi energetici, minore rischio di credito e condizioni finanziarie potenzialmente più favorevoli.
La proposta guarda anche a famiglie, imprese e pubbliche amministrazioni
La definizione potrebbe riguardare tutte le forme di finanziamento bancario tramite debito, garantite e non garantite, comprese le operazioni di ristrutturazione.
I potenziali beneficiari sarebbero famiglie, imprese e PMI, organizzazioni non profit e pubbliche amministrazioni, purché il denaro venga utilizzato per attività ammissibili o per finanziare immobili che rispettino i requisiti di prestazione energetica.
Resterebbero invece fuori, nell’ambito della definizione proposta, le obbligazioni e le altre emissioni di titoli.
Trasparenza fondamentale per evitare equivoci
I finanziamenti classificati secondo il secondo livello dovrebbero essere indicati chiaramente come prestiti green basati sulle prestazioni, distinguendoli da quelli pienamente allineati alla Tassonomia europea.
La distinzione sarebbe importante per evitare che i due livelli vengano considerati equivalenti.
Il primo rappresenterebbe infatti la piena conformità alla Tassonomia; il secondo una modalità semplificata, basata su parametri energetici misurabili.
Una separazione che potrebbe consentire di semplificare le procedure senza rinunciare alla comparabilità dei dati.































































































































































































































































































































































































































