- 10/09/2026
- Redazione
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REPowerEU, il piano europeo per liberarsi dalla dipendenza energetica dalla Russia fatica a decollare. Rinnovabili e interconnessioni delle reti restano molto lontane dagli obiettivi
A quattro anni dal lancio, REPowerEU non ha ancora prodotto la svolta promessa. Dei circa 300 miliardi di euro di investimenti aggiuntivi considerati necessari dall’Unione europea per raggiungere gli obiettivi del piano entro il 2030, gli Stati membri ne hanno impegnati 54,3 miliardi.
È questo uno dei dati più significativi contenuti nella relazione della Corte dei conti europea, che accende i riflettori sulle difficoltà del programma con cui Bruxelles voleva accelerare il distacco dell’Europa dai combustibili fossili russi.
Il problema non è soltanto finanziario. Secondo gli auditor europei, REPowerEU soffre anche di una governance troppo debole, che non consente di guidare efficacemente l’attuazione del piano né di misurarne con sufficiente affidabilità i risultati.
E mentre lo scenario geopolitico torna a mettere sotto pressione i mercati dell’energia, la necessità di ridurre le dipendenze esterne diventa ancora più urgente.
REPowerEU doveva cambiare il sistema energetico europeo
Presentato nel maggio 2022, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, REPowerEU nasce con un obiettivo preciso: ridurre progressivamente la dipendenza dell’Unione europea dalle importazioni di combustibili fossili dalla Russia.
La strategia si muoveva lungo tre direttrici principali: diversificare le fonti di approvvigionamento, aumentare la produzione di energia da fonti rinnovabili e rafforzare le interconnessioni tra le reti energetiche dei diversi Paesi europei.
Per sostenere questo processo, la Commissione europea aveva stimato un fabbisogno di circa 300 miliardi di euro di investimenti aggiuntivi entro il 2030. Le risorse erano state rese disponibili attraverso il dispositivo per la ripresa e la resilienza, l’RRF, il grande strumento finanziario europeo nato dopo la pandemia.
Gli Stati membri avevano la possibilità di aggiungere ai propri piani nazionali per la ripresa specifici capitoli dedicati a REPowerEU.
Sulla carta, dunque, gli strumenti finanziari non mancavano. Nella pratica, però, il piano ha incontrato difficoltà nel trasformare le risorse disponibili in investimenti effettivi.
Solo 54,3 miliardi impegnati: meno di un quinto del necessario
Il dato fotografato dalla Corte dei conti europea è difficile da ignorare. A fronte dei 300 miliardi di euro stimati come necessari, i Paesi dell’Unione hanno impegnato finora 54,3 miliardi attraverso l’RRF per gli obiettivi di REPowerEU.
Si tratta di meno di un quinto della cifra prevista.
Per la Corte, un divario tanto ampio può essere interpretato in due modi: da una parte, il fabbisogno iniziale potrebbe essere stato sovrastimato; dall’altra, gli Stati membri potrebbero non essere riusciti a trasformare gli obiettivi del piano in interventi concreti.
In entrambi i casi, il risultato è lo stesso: REPowerEU è ancora lontano dalla dimensione necessaria per produrre il cambiamento annunciato nel 2022.
Il problema non sono soltanto i soldi
La relazione della Corte mette in evidenza un’altra criticità: il piano europeo non dispone ancora di strumenti di governance abbastanza efficaci.
Il problema riguarda soprattutto la capacità di coordinare le politiche nazionali e di verificare quanto gli interventi realizzati contribuiscano realmente agli obiettivi comuni.
Anche i piani nazionali per l’energia e il clima, che avrebbero dovuto aiutare a tradurre REPowerEU in azioni concrete, secondo gli auditor hanno avuto un ruolo più limitato del previsto.
Nella maggior parte dei casi, infatti, non sono stati inseriti obiettivi o misure specifiche sufficientemente collegati alle finalità del piano europeo.
Il rischio è quello di una strategia europea ambiziosa ma frammentata nella sua applicazione nazionale.
“REPowerEU è in stallo”: l’allarme della Corte
Il giudizio della Corte dei conti europea è particolarmente netto. “A quattro anni dal suo avvio, REPowerEU è in stallo, nonostante le varie centinaia di miliardi di euro messe a disposizione”. A dirlo è Mihails Kozlovs, membro della Corte responsabile della relazione.
Il punto, secondo Kozlovs, è anche geopolitico. Le nuove tensioni internazionali e gli effetti sui mercati dell’energia dimostrano quanto sia rischioso per l’Europa dipendere eccessivamente da un singolo fornitore.
Da qui la richiesta di uno sforzo coordinato per rilanciare il piano e accelerare la diversificazione delle fonti di approvvigionamento.
Petrolio e gas russi: la dipendenza è diminuita, ma REPowerEU non basta a spiegare il calo
Sul fronte delle importazioni dalla Russia, qualcosa è effettivamente cambiato. Dopo le sanzioni europee, le importazioni di petrolio russo nell’UE sono diminuite drasticamente. Anche quelle di gas sono calate.
Ma attribuire questo risultato direttamente a REPowerEU sarebbe, secondo la Corte, troppo semplicistico.
Gli auditor sottolineano infatti che il calo dei consumi e delle importazioni è stato favorito anche da altri fattori. Tra questi, gli inverni più miti e la riduzione della domanda provocata dall’aumento dei prezzi dell’energia.
Inoltre, il quadro sul gas resta particolarmente complesso. Alcuni Paesi dell’UE hanno importato nel 2024 quantità di gas russo superiori a quelle registrate prima dell’inizio della guerra in Ucraina.
Anche per il petrolio rimane difficile determinare con precisione quanto greggio russo possa essere arrivato indirettamente nell’Unione attraverso Paesi terzi o mediante le cosiddette “flotte ombra”.
Il messaggio della Corte è quindi prudente: il calo delle importazioni russe c’è stato, ma l’impatto specifico di REPowerEU potrebbe essere molto più limitato di quanto suggeriscano i numeri presi nel loro insieme.
Rinnovabili, la grande promessa ancora lontana
È probabilmente sulla transizione verso le energie rinnovabili che emerge con maggiore chiarezza la distanza tra gli obiettivi e i risultati.
REPowerEU avrebbe dovuto accelerare la crescita della capacità europea di produrre energia pulita. Alcuni progetti importanti sono stati effettivamente favoriti dal piano, ma il contributo complessivo alla nuova capacità rinnovabile è rimasto, secondo la Corte, trascurabile rispetto alle ambizioni iniziali.
Il riferimento è all’obiettivo di 103 GW di nuova capacità produttiva da fonti rinnovabili.
Gli auditor hanno esaminato gli obiettivi contenuti nei capitoli REPowerEU dei piani finanziati attraverso l’RRF e hanno rilevato che la capacità aggiuntiva effettivamente creata è ancora molto distante dal traguardo.
Il paradosso è evidente: il piano nato anche per ridurre la dipendenza dal gas e dal petrolio russi avrebbe dovuto spingere con decisione l’Europa verso una maggiore produzione interna di energia pulita. Ma proprio su questo fronte la spinta appare ancora insufficiente.
Reti europee, poche misure e una già abbandonata
Ancora più limitati sono i risultati sul fronte delle interconnessioni energetiche transfrontaliere.
Rafforzare i collegamenti tra le reti nazionali è fondamentale per rendere il sistema europeo più flessibile e meno vulnerabile agli shock energetici. Una rete maggiormente integrata permette infatti di trasferire più facilmente l’energia disponibile tra Paesi e di sfruttare meglio anche la produzione da fonti rinnovabili.
Eppure la Corte ha individuato soltanto tre misure REPowerEU dedicate all’interconnettività delle reti in due Stati membri.
Una di queste è stata successivamente abbandonata. Anche questo dato, secondo gli auditor, dimostra quanto il piano sia ancora lontano dal produrre quel cambiamento strutturale promesso alla sua nascita.
La nuova sfida per l’Europa: trasformare gli obiettivi in investimenti
Il problema di REPowerEU, alla fine, sembra essere soprattutto questo: l’Europa ha definito una direzione, ma non è ancora riuscita a muoversi abbastanza velocemente.
Ridurre la dipendenza dai combustibili fossili russi, aumentare le rinnovabili e costruire una rete energetica europea più integrata richiede investimenti ingenti, coordinamento tra gli Stati e capacità di trasformare rapidamente le decisioni politiche in infrastrutture.
A quattro anni dal suo avvio, la fotografia della Corte dei conti europea suggerisce che questo passaggio non sia ancora avvenuto.
I 54,3 miliardi di euro impegnati rispetto ai 300 miliardi stimati necessari raccontano una distanza significativa tra ambizione e realizzazione. E i risultati sulle rinnovabili e sulle interconnessioni mostrano che il problema non riguarda soltanto la quantità di risorse disponibili, ma anche la capacità di indirizzarle verso gli obiettivi strategici.
Per l’Europa, la posta in gioco va ormai oltre la semplice politica energetica. Le nuove tensioni geopolitiche dimostrano che la sicurezza degli approvvigionamenti, la transizione energetica e l’indipendenza dalle fonti esterne sono diventate parti della stessa sfida.
La Corte dei conti chiede quindi una nuova accelerazione. Perché REPowerEU, senza una “scossa”, rischia di rimanere un piano ambizioso sulla carta proprio nel momento in cui l’Europa avrebbe più bisogno di trasformarlo in realtà.


















































































































































































































































































































































































































