- 15/02/2026
- Redazione
- 0
L’idrogeno nelle reti di gas può alterare la misurazione degli odorizzanti e influire sulla sicurezza. Ecco cosa emerge dallo studio di ENEA e Università di Cassino
L’idrogeno è considerato uno degli assi portanti della transizione energetica. Ma cosa succede quando viene immesso nelle reti di distribuzione del gas naturale che arrivano fino alle nostre case? La risposta non riguarda soltanto emissioni e decarbonizzazione, ma anche un elemento cruciale per la sicurezza quotidiana: l’odore del gas.
Uno studio condotto da ENEA insieme all’Università degli Studi di Cassino, pubblicato sulla rivista scientifica Sensors, ha analizzato proprio questo aspetto. I ricercatori hanno valutato come la presenza di idrogeno possa influenzare la misurazione degli odorizzanti, le sostanze che vengono aggiunte al gas naturale per renderlo percepibile in caso di fuga.
Perché l’odore del gas è così importante
Il gas naturale, allo stato puro, è incolore e inodore. Per questo viene addizionato con specifiche sostanze chimiche che gli conferiscono il tipico odore pungente, facilmente riconoscibile anche a basse concentrazioni. Si tratta di un meccanismo di sicurezza essenziale, perché consente di accorgersi tempestivamente di eventuali perdite.
Lo studio ha preso in esame due tra gli odorizzanti più utilizzati, il THT (tetraidrotiofene) e il TBM (tert-butil mercaptano), analizzandone il comportamento in tre scenari diversi: metano puro, una miscela composta da metano con una quota del 20% di idrogeno e, infine, idrogeno puro.
I risultati mostrano che nella miscela contenente il 20% di idrogeno si registra una lieve sovrastima del THT, pari al 2,3%. Al contrario, nel caso dell’idrogeno puro, la presenza del TBM risulta sottostimata del 3,4%. Percentuali che possono sembrare contenute, ma che assumono un peso significativo quando si parla di sicurezza pubblica.
Il nodo della sicurezza: tra rischi e costi
Secondo Viviana Cigolotti, responsabile della Divisione ENEA Tecnologie e vettori per la decarbonizzazione, all’aumentare della quota di idrogeno nella miscela diventa più complesso garantire una percezione olfattiva costante. Il punto centrale è che le variazioni nella misurazione degli odorizzanti possono tradursi in problemi concreti.
Se infatti si verificasse una sovrastima della concentrazione, si potrebbe ritenere che il livello di odorizzante sia sufficiente anche quando non lo è realmente, con il rischio di non percepire correttamente una fuga di gas. Al contrario, una sottostima potrebbe spingere i gestori ad aumentare inutilmente le dosi di odorizzante per rispettare le soglie minime previste, generando falsi allarmi e un incremento dei costi di gestione.
In entrambi i casi, le conseguenze non sono solo tecniche o economiche, ma toccano direttamente la sicurezza delle abitazioni e delle reti urbane.
Perché l’idrogeno cambia gli equilibri
Attualmente l’immissione di idrogeno nelle reti di distribuzione è consentita fino al 2%, ma l’ipotesi di aumentarne progressivamente la quota è al centro delle strategie di decarbonizzazione. L’idea è ridurre le emissioni nei settori che oggi dipendono dal gas naturale, come la produzione di energia, l’industria pesante, il riscaldamento domestico e i trasporti, valorizzando le infrastrutture già esistenti senza doverle sostituire integralmente.
Tuttavia l’idrogeno presenta caratteristiche fisiche molto diverse dal metano. È un gas estremamente leggero, con bassa viscosità e un’elevata capacità di diffusione. Queste proprietà possono rendere meno uniforme la miscelazione con gli odorizzanti, alterando le condizioni su cui si basano le attuali tecniche di misura. Anche strumenti considerati altamente affidabili, come i gascromatografi utilizzati per analizzare la composizione del gas, possono fornire letture meno precise in presenza di quote crescenti di idrogeno.
Le soluzioni possibili e il ruolo delle nuove norme
La campagna sperimentale si è articolata in due fasi: una prima serie di test su bombole contenenti miscele controllate di metano e idrogeno e una seconda fase su gas naturale odorizzato prelevato da una rete cittadina e successivamente miscelato con idrogeno in una rete in scala. Questo approccio ha permesso di simulare condizioni vicine a quelle reali di distribuzione.
Secondo Giulia Monteleone, direttrice del Dipartimento ENEA di Tecnologie energetiche e fonti rinnovabili, i risultati offrono indicazioni operative utili sia per migliorare la sicurezza sia per contenere i costi. Tra le possibili azioni figurano l’ottimizzazione dei sistemi di iniezione degli odorizzanti e l’impiego, nei misuratori, di materiali più resistenti all’idrogeno, come l’acciaio inox. Inoltre, sarà necessario aggiornare le procedure di dosaggio e di monitoraggio per adeguarle ai futuri requisiti normativi.
La ricerca, dunque, non si limita a evidenziare un problema tecnico, ma fornisce una base concreta per definire nuove regole sulla miscelazione dell’idrogeno nelle reti del gas. Perché la transizione energetica non è fatta solo di grandi impianti e strategie industriali, ma anche di dettagli invisibili che incidono direttamente sulla sicurezza di tutti.













































































































































































































































































































































