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Il ruolo del gas in Italia cala, ma gli investimenti crescono: senza un piano di uscita, aumentano tariffe e rischi per consumatori e competitività

 

Il gas naturale, per decenni pilastro dell’energia in Italia, sta attraversando una fase di progressivo ridimensionamento. Oggi copre ancora circa il 35% del consumo energetico nazionale, ma il suo ruolo è destinato a diminuire drasticamente nei prossimi anni sotto la spinta della transizione ecologica e dell’autonomia energetica europea.

Utilizzato in modo massiccio per la produzione elettrica, nei processi industriali e nel riscaldamento, il gas ha richiesto nel tempo ingenti investimenti infrastrutturali. Solo in Europa, la rete dei gasdotti di trasporto supera i 130.000 km. Un sistema cresciuto grazie a un modello regolatorio pensato per garantire accesso equo ed efficiente a un servizio di pubblica utilità.

Ma oggi, quel modello rischia di diventare un freno. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, l’“età dell’oro del gas” è finita. Per rispettare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi, il consumo globale dovrà calare dell’80% entro il 2050.

A livello europeo, l’uso della rete di trasporto del gas è destinato a ridursi del 71-73% tra il 2019 e il 2050. L’Italia, dal canto suo, si è impegnata nel Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) a ridurre i consumi di gas del 24% entro il 2030 e del 39% entro il 2040 (rispetto al 2021).

Domanda in calo, investimenti in crescita

Dal 2021 a oggi, la domanda italiana di gas è scesa del 19%, passando da 76 a 61 miliardi di metri cubi. Le stime ufficiali prevedono ulteriori cali: 58 miliardi nel 2030, 46 nel 2040 e appena 24 miliardi nel 2050. Ma mentre la domanda cala, gli investimenti infrastrutturali non rallentano.

Il think tank italiano Ecco, nel report “Il gas tra calo della domanda e infrastrutture in eccesso. Rischi per la competitività italiana” curato da Francesca Andreolli e Matteo Leonardi, lancia un allarme chiaro: proseguire con gli investimenti previsti rischia di far aumentare drasticamente le tariffe per i consumatori.

Nei piani decennali degli operatori di rete sono previsti 13,6 miliardi di euro di investimenti. Se confermati, potrebbero causare un incremento delle tariffe di trasporto tra il 18% e il 66% entro il 2030, fino ad arrivare al +483% entro il 2050, a seconda dello scenario considerato. Anche uno scenario più prudente – che limita gli investimenti a 5,9 miliardi di euro già avviati – comporterebbe comunque un aumento del 12% al 2040.

Chi paga la transizione?

Il problema, spiegano gli esperti, è che il sistema regolatorio attuale garantisce alle aziende di trasporto il ritorno sugli investimenti indipendentemente dall’effettivo utilizzo della rete. Il rischio ricade quasi interamente sui consumatori. Un meccanismo che può incentivare sovrainvestimenti, non giustificati né da esigenze di sicurezza energetica né dagli obiettivi climatici.

Un dato su tutti: nella Relazione finanziaria annuale 2024, la stessa Snam – principale operatore italiano – ammette che il 99,5% dei ricavi derivanti dal trasporto è garantito, a prescindere dalla domanda.

Intanto il valore degli asset regolati (RAB) continua a salire: +4% annuo dal 2019, fino a raggiungere i 20,6 miliardi di euro nel 2024. Una crescita che non tiene conto dei costi futuri di dismissione o riconversione delle infrastrutture.

Serve una pianificazione dell’uscita dal gas

La situazione attuale impone una riflessione seria sulla pianificazione dell’uscita dal gas, sia per il trasporto che per la distribuzione. La recente Direttiva europea 2024/1788 chiede agli Stati membri di sviluppare piani di disattivazione della rete in caso di riduzione della domanda, proprio per evitare che il peso economico della transizione gravi interamente su cittadini e imprese.

In Italia, tuttavia, manca ancora una visione di lungo termine integrata tra reti gas ed elettricità, tra domanda prevista e capacità infrastrutturale. Senza un cambio di rotta nella regolazione, si rischia di amplificare gli squilibri, con costi in crescita e competitività in calo.

Leggi anche: Petrolio e gas in rapido declino: senza investimenti il mondo rischia un nuovo shock energetico

Verso un nuovo modello energetico

Il futuro dell’energia italiana passa necessariamente da fonti rinnovabili, biometano, idrogeno verde e tecnologie di cattura della CO₂. Ma queste alternative sono ancora costose e non sufficientemente sviluppate per sostituire, da sole, il ruolo attuale del gas nel breve termine. La sfida è dunque duplice: gestire con realismo il declino del gas e evitare che le scelte infrastrutturali di oggi compromettano la sostenibilità economica di domani.

La transizione energetica, conclude il report, non può basarsi su una rete pensata per un’epoca che sta finendo. Serve un nuovo approccio, che metta al centro l’efficienza, la giustizia sociale e la protezione degli utenti, in un quadro chiaro e trasparente per tutti gli attori coinvolti.

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