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La filiera italiana dell’idrogeno entra nella fase di maturità industriale: il 58% delle imprese genera già ricavi, investimenti in crescita fino al 2026 e forte spinta su innovazione e brevetti. I dati dell’Osservatorio 2025 di Intesa Sanpaolo.

Non è più solo una promessa tecnologica né un laboratorio di sperimentazioni pilota. L’idrogeno in Italia sta assumendo i contorni di una vera filiera industriale strutturata, capace di generare ricavi, attrarre investimenti e competere sui mercati esteri.

È quanto emerge dall’Osservatorio 2025 sull’idrogeno in Italia, realizzato dal Research Department di Intesa Sanpaolo in collaborazione con Intesa Sanpaolo Innovation Center e H2IT.

L’indagine, condotta su 79 imprese della filiera, fotografa un ecosistema in piena evoluzione: più strutturato rispetto al 2023, più solido sul piano tecnologico e con aspettative di crescita diffuse fino al 2026.

“La filiera dell’idrogeno italiana è più strutturata rispetto al 2023: due terzi delle aziende manifatturiere generano già ricavi dal settore. In un contesto di costi elevati e incertezza, le imprese continuano a investire e si attendono un ulteriore aumento degli impieghi finanziari nel 2026, con un forte orientamento all’innovazione tecnologica e allo sviluppo di soluzioni a maggiore maturità industriale”, osserva Gregorio De Felice, Chief Economist di Intesa Sanpaolo.

Ricavi e investimenti: i numeri di una crescita strutturale

I dati delineano una filiera che non vive più soltanto di prospettive, ma di fatturato reale.

Il 58% delle imprese intervistate genera già ricavi dalle attività legate all’idrogeno. La quota sale al 66% tra le aziende manifatturiere, segnale di un tessuto produttivo che sta integrando stabilmente l’idrogeno nel proprio modello di business.

A rafforzare il quadro c’è la vocazione internazionale: il 46% del fatturato legato all’idrogeno proviene da clienti esteri. Un dato che certifica la competitività tecnologica delle imprese italiane in un settore strategico per la transizione energetica globale.

Sul fronte finanziario, l’85% delle aziende prevede di aumentare gli investimenti entro il 2026, mentre oltre il 90% si aspetta una crescita dei ricavi nello stesso orizzonte temporale. Non solo: più del 70% delle imprese dispone di progetti in fase avanzata e, tra queste, un quarto ha già iniziative in costruzione. Una pipeline solida che riduce il rischio di una “bolla progettuale” e rafforza la credibilità industriale del comparto.

Innovazione, brevetti e competenze: il vero capitale competitivo

Il motore della filiera resta l’innovazione tecnologica. Il 70% delle imprese ha un reparto interno dedicato a Ricerca e Sviluppo e l’adozione di tecnologie 4.0 è ormai diffusa lungo tutta la catena del valore.

Quasi un terzo delle aziende ha già depositato o sta per depositare brevetti, segno di un’intensa attività di sviluppo proprietario. Un elemento cruciale in un mercato ancora in consolidamento, dove il vantaggio competitivo si costruisce su efficienza, sicurezza e riduzione dei costi.

Non meno importante è il capitale umano: il 65% delle imprese investe in percorsi formativi specifici sull’idrogeno. Un dato che evidenzia la consapevolezza che la transizione energetica non è soltanto una questione di impianti e tecnologie, ma anche di competenze specialistiche difficili da reperire.

La sfida della domanda e il nodo normativo verso il 2030

Se l’offerta appare ormai strutturata, la vera sfida dei prossimi anni sarà stimolare una domanda stabile e creare un quadro regolatorio più chiaro e prevedibile.

Gli imprenditori guardano con fiducia agli obiettivi fissati dal Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC) per il 2030, ma sottolineano la necessità di interventi di policy coerenti: incentivi mirati, semplificazioni autorizzative e strumenti finanziari in grado di sostenere la fase di scale-up industriale.

L’idrogeno, in questo scenario, non è più soltanto una tecnologia emergente, ma un tassello chiave della strategia industriale ed energetica italiana. La traiettoria è tracciata: ora la partita si gioca sulla velocità di esecuzione e sulla capacità di trasformare la maturità tecnologica in un mercato di massa.

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