- 20/06/2026
- Redazione
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La crisi geopolitica in Medio Oriente sta mettendo sotto pressione le catene globali dell’idrogeno, causando aumenti dei prezzi dei fertilizzanti e nuove preoccupazioni per la sicurezza energetica e alimentare mondiale
La crisi in Medio Oriente non sta avendo conseguenze soltanto sul piano geopolitico. A essere colpiti sono anche alcuni dei pilastri dell’economia globale, dalle filiere agricole alla produzione industriale, passando per la raffinazione dei carburanti e il settore chimico.
A lanciare l’allarme è l’ultimo rapporto dell’International Energy Agency (AIE), secondo cui il conflitto ha evidenziato la fragilità delle catene di approvvigionamento mondiali legate all’idrogeno e ai suoi derivati, prodotti essenziali per la produzione di fertilizzanti, combustibili e materie prime industriali.
La regione mediorientale rappresenta infatti circa un sesto della produzione mondiale di idrogeno e occupa una posizione strategica nel commercio internazionale di ammoniaca, urea, metanolo e prodotti raffinati. Le interruzioni produttive e logistiche causate dalle tensioni in corso stanno già generando effetti tangibili sui mercati internazionali.
Fertilizzanti sotto pressione: prezzi raddoppiati in pochi mesi
Tra i settori più esposti emerge quello agricolo. Secondo il rapporto, il prezzo dell’urea – uno dei fertilizzanti più utilizzati al mondo – è raddoppiato tra gennaio e maggio 2026. Alla base dell’impennata ci sono la riduzione dell’offerta globale, l’aumento dei prezzi del gas naturale e le restrizioni alle esportazioni adottate da alcuni Paesi produttori.
L’effetto a catena rischia di essere particolarmente pesante per le economie che dipendono dalle importazioni di fertilizzanti. Costi più elevati per gli agricoltori potrebbero tradursi in una crescita dei prezzi alimentari e in nuove pressioni sulle catene di approvvigionamento del cibo.
Una dinamica che richiama quanto già avvenuto durante la crisi energetica del 2022, quando il costo del gas aveva provocato una forte contrazione della produzione europea di fertilizzanti.
L’idrogeno torna al centro del dibattito energetico
Le tensioni internazionali stanno riaprendo il dibattito sulla necessità di diversificare le fonti energetiche e ridurre la dipendenza da aree geopoliticamente instabili.
Secondo l’AIE, l’idrogeno a basse emissioni potrebbe rappresentare una delle soluzioni strategiche per rafforzare la sicurezza energetica nel lungo periodo. Tuttavia, la tecnologia non è ancora pronta per offrire una risposta immediata alla crisi.
Nel 2025 la domanda globale di idrogeno ha superato per la prima volta i 100 milioni di tonnellate, mentre la produzione di idrogeno a basse emissioni è cresciuta del 20%, raggiungendo quasi un milione di tonnellate.
Numeri in aumento, ma ancora insufficienti rispetto alle esigenze del mercato globale.
Fatih Birol: “Serve accelerare la transizione”
Secondo il direttore esecutivo dell’AIE, Fatih Birol, la crisi attuale ha mostrato quanto le economie mondiali dipendano dal commercio dei prodotti derivati dall’idrogeno.
Dai fertilizzanti ai carburanti, fino alle materie prime utilizzate nell’industria, gran parte delle attività produttive globali si basa su catene di approvvigionamento che possono essere facilmente compromesse da eventi geopolitici.
Per questo motivo, sottolinea l’AIE, sarà necessario rafforzare il sostegno politico e accelerare la diffusione dell’idrogeno a basse emissioni se si vuole trasformarlo in una vera alternativa strategica.
Gli investimenti rallentano e gli obiettivi del 2030 si allontanano
Nonostante l’interesse crescente, il settore continua a fare i conti con ostacoli significativi.
Costi elevati, domanda ancora incerta, iter normativi complessi e carenza di infrastrutture stanno frenando la crescita del comparto.
Il risultato è un rallentamento degli investimenti registrato nel corso del 2025. Il numero di progetti annunciati per la produzione di idrogeno a basse emissioni entro il 2030 si è ridotto di circa il 25% rispetto alle previsioni dello scorso anno.
Ancora più significativo il calo dei progetti che hanno raggiunto una decisione finale di investimento o che hanno elevate probabilità di entrare in funzione entro il 2030: da 10 milioni di tonnellate previsti nella precedente analisi a poco più di 6 milioni.
Un segnale che evidenzia come il settore stia attraversando una fase di rallentamento proprio mentre aumenta la necessità di rafforzare la resilienza energetica globale.
Cina in testa, Europa frenata dalla burocrazia
Sul fronte tecnologico, la Cina continua a mantenere la leadership mondiale nell’installazione di elettrolizzatori, gli impianti utilizzati per produrre idrogeno tramite elettrolisi.
Nel 2025 il Paese ha rappresentato circa il 75% delle nuove installazioni globali, contribuendo al raddoppio della capacità installata mondiale, arrivata a 4 gigawatt.
In Europa, invece, programmi di sostegno pubblico e obblighi normativi stanno favorendo lo sviluppo di nuovi progetti, soprattutto nel settore della raffinazione. Tuttavia, l’attuazione lenta di alcune regolamentazioni continua a rallentare gli investimenti e la crescita industriale.
Progressi emergono anche in Nord America, India e Giappone, ma le incertezze legate agli incentivi e alla domanda futura restano un elemento critico.
Africa, il gigante energetico che può cambiare gli equilibri
Uno degli aspetti più interessanti evidenziati dal rapporto riguarda l’Africa. Il continente dispone di enormi risorse rinnovabili e potrebbe diventare uno dei principali poli mondiali per la produzione di idrogeno a basse emissioni.
Oggi però la produzione resta marginale: appena 6 mila tonnellate annue. Inoltre, nessuno dei 34 progetti annunciati con avvio previsto entro il 2030 ha ancora raggiunto una decisione finale di investimento.
Secondo l’AIE, lo sviluppo dell’idrogeno potrebbe favorire l’industrializzazione del continente, rafforzare la sicurezza alimentare attraverso la produzione locale di fertilizzanti e consentire a diversi Paesi africani di acquisire un ruolo più rilevante nelle filiere industriali globali, compresa quella dell’acciaio verde.
Il vero nodo resta la domanda
Se l’offerta fatica a crescere, il problema principale resta però la domanda. Nel 2025 il volume di nuovi accordi di fornitura per idrogeno a basse emissioni è rimasto sostanzialmente invariato rispetto all’anno precedente. Solo un quinto dei contratti firmati è supportato da impegni vincolanti.
Una situazione che continua a scoraggiare gli investitori e che rischia di rallentare ulteriormente la corsa verso gli obiettivi climatici fissati per il prossimo decennio.
La crisi in Medio Oriente ha dunque riportato al centro una questione cruciale: costruire catene di approvvigionamento più diversificate e resilienti non è più soltanto una sfida della transizione energetica, ma una necessità economica e strategica per la stabilità globale.






















































































































































































































































































































































































