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Il conflitto in Iran fa salire del 50% il costo dell’elettricità prodotta da gas in Europa. Un’analisi di Ember mostra perché la Spagna è più protetta e l’Italia più vulnerabile

L’ennesima crisi geopolitica in Medio Oriente riaccende la vulnerabilità energetica dell’Europa. L’escalation del conflitto che coinvolge Israele, Stati Uniti e Iran ha infatti avuto un impatto quasi immediato sui mercati internazionali del gas e del petrolio, facendo tornare a salire rapidamente i prezzi dell’energia nel continente.

Secondo una nuova analisi del think tank energetico Ember, nei primi dieci giorni successivi all’escalation – iniziata il 28 febbraio – il costo dell’elettricità prodotta da gas nell’Unione europea è aumentato di oltre il 50%.

A guidare questa impennata è stato soprattutto il prezzo del gas sul mercato europeo di riferimento, il Dutch TTF, che nella prima settimana del conflitto (tra il 2 e il 6 marzo) ha raggiunto una media di 45 euro per megawattora, circa il 50% in più rispetto ai livelli precedenti alla crisi, quando si attestava intorno ai 31 euro/MWh.

L’aumento ha avuto un impatto immediato anche sui conti energetici europei. In soli dieci giorni, infatti, l’Unione europea ha dovuto sostenere circa 2,5 miliardi di euro di spesa aggiuntiva per le importazioni di combustibili fossili.

Per gli analisti si tratta di una dinamica ormai ricorrente: ogni tensione geopolitica nei principali hub energetici globali si riflette quasi automaticamente sulle bollette europee.

Come osserva Chris Rosslowe, analista di Ember, “ancora una volta un conflitto internazionale ha fatto impennare i prezzi del gas. Le regioni fortemente dipendenti dalle importazioni rischiano conseguenze economiche molto pesanti”.

Spagna e Italia: due sistemi energetici sempre più diversi

La nuova crisi energetica mette però in evidenza anche un’altra realtà: non tutti i Paesi europei sono esposti allo stesso modo agli shock del gas.

Le differenze emergono chiaramente se si confrontano due grandi economie mediterranee come Spagna e Italia.

Negli ultimi anni Madrid ha puntato con decisione sull’espansione delle fonti rinnovabili, aggiungendo circa 40 gigawatt di nuova capacità tra eolico e solare dal 2019. Questo investimento ha progressivamente ridotto il ruolo del gas nel sistema elettrico e, soprattutto, nella formazione del prezzo dell’energia.

Il risultato è che nel 2026, finora, il gas ha determinato il prezzo dell’elettricità in Spagna solo nel 15% delle ore.

La situazione italiana è molto diversa. Il sistema elettrico nazionale continua infatti a fare largo affidamento sulle centrali a gas, che garantiscono gran parte della produzione e della flessibilità della rete. Di conseguenza il gas stabilisce il prezzo dell’elettricità nell’89% delle ore.

Questo significa che quando il prezzo del gas aumenta, come sta accadendo in queste settimane, l’impatto sulle bollette italiane tende a essere molto più forte.

Non a caso, nei primi giorni della crisi, i prezzi medi dell’elettricità in Spagna sono rimasti inferiori al costo della produzione da gas, risultando anche più bassi rispetto a quelli registrati in altri Paesi europei con un ampio parco di centrali a gas.

La protezione delle rinnovabili contro gli shock energetici

Per Beatrice Petrovich, senior energy analyst di Ember, il confronto tra i due Paesi dimostra quanto le scelte di politica energetica degli ultimi anni abbiano conseguenze dirette sulla stabilità dei prezzi.

“La Spagna dimostra che la dipendenza dal gas non è inevitabile”, osserva Petrovich. “Mentre i prezzi del gas sono esplosi del 50%, i consumatori spagnoli potranno essere in gran parte protetti grazie al disaccoppiamento strutturale tra gas ed elettricità ottenuto con la forte crescita di eolico e solare”.

In Italia, invece, dove la diffusione delle rinnovabili è stata più lenta e il sistema resta fortemente dipendente dal gas, l’impatto potrebbe essere decisamente più pesante.

Secondo l’analista la differenza tra i due Paesi non dipende dalla geografia o dalle risorse naturali disponibili, ma soprattutto dalle scelte di investimento fatte negli ultimi anni. Per questo, sostiene Petrovich, la misura più efficace per ridurre nel tempo il costo dell’energia sarebbe accelerare le aste per nuovi impianti rinnovabili e garantire maggiore stabilità normativa agli investitori.

Più gas significa più volatilità dei prezzi

Gli effetti della nuova crisi energetica si stanno già manifestando anche nella maggiore volatilità dei mercati elettrici europei.

Nei primi giorni di marzo i prezzi dell’elettricità hanno registrato i livelli più alti dell’anno in diversi Paesi, tra cui Germania, Paesi Bassi, Italia e Belgio. I picchi si concentrano soprattutto nelle ore del mattino e della sera, quando la produzione da fonti rinnovabili è più limitata e il sistema elettrico ricorre maggiormente alle centrali a gas.

Al contrario, i Paesi con una maggiore quota di energia a basse emissioni – come Spagna, Portogallo, Francia e le economie nordiche – sembrano finora più protetti dall’oscillazione dei prezzi.

Il dibattito europeo sul costo del carbonio

La nuova impennata dei prezzi del gas arriva mentre in Europa è aperta una discussione sulla possibile revisione del sistema di scambio delle emissioni, l’EU ETS, che alcuni governi vorrebbero modificare per contenere il costo dell’energia.

Secondo i dati di Ember, tuttavia, il peso del carbon pricing nella bolletta elettrica è relativamente limitato. Ai prezzi attuali il costo delle emissioni rappresenta al massimo circa il 10% della bolletta elettrica media delle famiglie europee, una quota inferiore persino all’aliquota media dell’IVA nell’Unione europea.

Per Rosslowe intervenire sul sistema ETS non risolverebbe il problema di fondo. Eliminare o ridurre il prezzo del carbonio, sostiene l’analista, significherebbe togliere uno degli incentivi principali agli investimenti nella transizione energetica.

La vera protezione dagli shock dei prezzi del gas, conclude Ember, resta quindi la stessa: più rinnovabili, più elettrificazione e maggiore flessibilità del sistema energetico.

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