- 24/04/2026
- Redazione
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Italia in ritardo sulla transizione energetica: emissioni in aumento, rinnovabili in frenata e 53 miliardi spesi per importare fossili nel 2025
C’è un dato che più di tutti racconta lo stato della transizione energetica italiana: mentre il resto d’Europa corre, l’Italia resta a metà strada.
Non è ferma, certo. Ma non sta nemmeno andando abbastanza veloce.
È questa la fotografia che emerge dal nuovo rapporto di Italy for Climate, che analizza i principali indicatori energetici e climatici del 2025. Un quadro che, letto nel suo insieme, restituisce l’immagine di un Paese sospeso: consapevole della direzione, ma incapace di accelerare davvero.
E nel frattempo il mondo cambia — rapidamente.
Il costo invisibile dell’inerzia: 53 miliardi in un anno
La cifra è difficile da ignorare: 53 miliardi di euro. Tanto è costato all’Italia, nel solo 2025, continuare a dipendere dai combustibili fossili.
Non è solo una questione ambientale. È una questione economica, industriale e sempre più geopolitica.
Come sottolinea Edo Ronchi, il punto non è soltanto quanto importiamo, ma da chi: gli Stati Uniti sono diventati in un solo anno il terzo fornitore energetico italiano, trainati dal boom del gas naturale liquefatto.
Un cambiamento rapido, che sposta gli equilibri e apre nuovi scenari di rischio. Le rotte energetiche attraversano aree instabili e la sicurezza degli approvvigionamenti torna al centro del dibattito.
Emissioni e rinnovabili: segnali che preoccupano
Se si guarda ai numeri, il 2025 non è stato un anno di svolta.
Le emissioni di gas serra, invece di scendere, sono aumentate dello 0,2%, secondo ISPRA. Una crescita lieve, ma significativa: interrompe il percorso di riduzione e segna, di fatto, un passo indietro.
Allo stesso tempo, anche le rinnovabili rallentano. Dopo una fase di ripresa, le nuove installazioni si fermano a 7,2 GW, molto meno rispetto ai principali Paesi europei.
Per Andrea Barbabella il giudizio è netto: “Abbiamo perso un altro anno”.
Eppure non mancano segnali contrastanti. Il fotovoltaico cresce in modo deciso (+25%), diventando la seconda fonte elettrica del Paese. Ma non basta a cambiare il quadro generale: la quota complessiva di rinnovabili resta ferma intorno al 48%.
Un equilibrio fragile, ancora troppo dipendente dalle fonti fossili.
Dipendenza energetica: il vero punto critico
Il nodo resta sempre lo stesso: l’Italia continua a dipendere dall’estero per gran parte della propria energia.
Nel 2025 questa quota è pari al 74%, tra le più alte in Europa.
Nel dettaglio, il gas liquefatto (GNL) ha ormai un ruolo centrale: copre un terzo del fabbisogno nazionale e le importazioni sono cresciute del 42% in un solo anno. Gli Stati Uniti da soli forniscono circa metà del GNL consumato.
Nel frattempo, i trasporti continuano a essere il grande ritardo della transizione: il consumo di petrolio resta elevato, a livelli superiori rispetto a quelli di 35 anni fa.
Il carbone, invece, è ormai quasi fuori dal sistema: appena l’1% della produzione elettrica.
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I segnali positivi (che però non bastano)
Accanto alle criticità, il report evidenzia anche alcune dinamiche incoraggianti.
Le auto elettriche tornano a crescere (+44%), ma restano ancora una nicchia: solo il 6,2% delle nuove immatricolazioni, lontano dalla media europea.
Molto meglio il dato sulle pompe di calore, con oltre 400 mila unità vendute: l’Italia è tra i principali mercati europei.
E soprattutto cresce rapidamente lo sviluppo dei sistemi di accumulo: quasi 900 mila batterie installate, fondamentali per rendere più efficiente il fotovoltaico.
Resta però un paradosso tutto italiano: le infrastrutture ci sono, ma non vengono sfruttate pienamente. I pompaggi idroelettrici, per esempio, funzionano ben al di sotto delle loro capacità.
Un Paese vulnerabile anche sul fronte climatico
Nel frattempo, il clima presenta il conto.
Nel 2025 la temperatura media ha raggiunto 13,6°C, mentre gli eventi estremi hanno superato quota 2.300. Numeri che confermano l’Italia come una delle aree più esposte agli effetti della crisi climatica in Europa.
Una vulnerabilità che rende ancora più urgente accelerare.
Restare fermi è una scelta (e ha un prezzo)
Il messaggio che emerge dal report è semplice, ma difficile da ignorare: in una fase di trasformazione così rapida, non decidere equivale a decidere.
Non accelerare sulla transizione energetica significa accettare costi più alti, maggiore dipendenza e minore competitività.
Non è solo una questione ambientale. È una questione di futuro industriale, sicurezza nazionale e posizione dell’Italia nel mondo che cambia.

































































































































































































































































































































