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Fino a 500mila nuovi posti ma molte criticità: cosa frena davvero l’economia circolare in Europa e chi rischia di restare indietro

L’Europa accelera sull’economia circolare, ma senza un cambio di passo concreto rischia di non trasformare le ambizioni in risultati reali. A lanciare l’avvertimento è l’Agenzia europea dell’ambiente, che in due nuovi rapporti, Scaling circular business models in Europe e Just transition to a circular economy, analizza opportunità e criticità del modello circolare nel continente.

Il nodo centrale è chiaro: per funzionare davvero, la transizione deve essere costruita attorno alle persone. Non solo obiettivi ambientali, quindi, ma anche benefici concreti per imprese, lavoratori e cittadini.

«Le persone devono essere al centro delle ambizioni europee in materia di economia circolare. Questo passaggio alla circolarità contribuirà alla nostra prosperità e le imprese circolari emergenti necessitano di condizioni di parità, mentre i lavoratori devono beneficiare di posti di lavoro dignitosi, sviluppo delle competenze e opportunità. Un’economia circolare è tanto una questione di equità sociale quanto di politica economica e uno strumento per proteggere il nostro ambiente e il clima», ha dichiarato la direttrice esecutiva dell’Agenzia, Leena Ylä-Mononen.

Imprese circolari, crescita ancora troppo lenta

Nonostante il crescente interesse, le aziende che puntano sulla circolarità incontrano ancora ostacoli rilevanti quando cercano di espandersi. In particolare, le difficoltà emergono nel passaggio da modelli innovativi a una diffusione su larga scala.

Secondo i report, la crescita può svilupparsi lungo tre direttrici: ampliare il mercato raggiungendo nuovi clienti, trasformare le filiere produttive e, soprattutto, favorire un cambiamento culturale nei comportamenti di consumo.

Ad oggi, però, l’adozione dei modelli circolari resta limitata e frammentata. Un problema che rischia di rallentare il raggiungimento degli obiettivi europei non solo sul piano ambientale, ma anche economico e sociale.

Il potenziale occupazionale: mezzo milione di nuovi posti

La posta in gioco è significativa anche sul fronte del lavoro. Secondo il Clean Industrial Deal, il mercato europeo della rigenerazione potrebbe generare fino a 500mila nuovi posti di lavoro entro il 2030.

I dati mostrano una crescita già in atto: tra il 2014 e il 2023, l’occupazione legata all’economia circolare nell’Unione Europea è aumentata del 10%, arrivando a circa 4,4 milioni di lavoratori.

Ma il tema non è solo quantitativo.

Lavoro sì, ma di qualità

Uno dei punti più critici evidenziati dall’AEA riguarda infatti la qualità dell’occupazione. Se da un lato la transizione circolare crea nuove opportunità, dall’altro una parte dei posti di lavoro risulta ancora poco tutelata o a bassa retribuzione.

Allo stesso tempo, le posizioni più qualificate tendono a essere occupate da categorie già avvantaggiate, ampliando il rischio di disuguaglianze.

Per questo, sottolineano i report, è necessario rafforzare le competenze, migliorare le condizioni di lavoro e garantire un accesso più equo alle opportunità offerte dalla transizione.

Oltre il riciclo: serve un cambio di paradigma

Un altro limite dell’attuale modello europeo è la concentrazione su attività legate principalmente alla gestione dei rifiuti e al fine vita dei prodotti.

L’economia circolare, invece, può esprimere un potenziale molto più ampio se orientata verso modelli che allungano la vita dei beni e promuovono il riutilizzo: riparazione, condivisione, noleggio e leasing.

Secondo l’AEA, proprio queste soluzioni possono generare un impatto più significativo, sia sul piano ambientale sia su quello economico.

Le prossime mosse dell’UE

I due documenti arrivano in vista del futuro Circular Economy Act, atteso entro la fine dell’anno, che punta ad accelerare la transizione e a rafforzare il mercato delle materie prime seconde.

L’obiettivo è creare un sistema più efficiente e competitivo, aumentando l’offerta di materiali riciclati di qualità e stimolandone la domanda all’interno dell’Unione.

Una sfida che è anche sociale

La conclusione dei report è netta: le politiche per l’economia circolare funzionano meglio quando integrano equità, inclusione e partecipazione.

Solo così, spiegano gli esperti, è possibile rafforzare la coesione sociale, aumentare la fiducia dei cittadini e garantire una transizione efficace.

In gioco non c’è solo la sostenibilità ambientale, ma il modello di sviluppo dell’Europa nei prossimi decenni.

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