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Il tessile è tra i settori con una impronta ecologica meno sostenibile, sia nella produzione sia nella gestione del fine vita, per questo la Commissione UE sta lavorando da tempo a numerosi interventi di policy

Il settore dei rifiuti tessili sta vivendo una crisi profonda, alimentata dall’aumento del fast fashion e dell’ultra fast fashion. Questi modelli di consumo hanno inondato il mercato di capi a bassa qualità, destinati a una vita breve, ma difficili da riciclare o riutilizzare.

Come conseguenza in Europa, i sistemi di raccolta e valorizzazione dei rifiuti tessili sono costantemente sotto pressione, con un aumento dei rifiuti invenduti e difficili da gestire, che mette a rischio l’intero sistema di smaltimento.

E’ quanto emerge dall’ultimo Position Paper di Laboratorio Ref RicercheLa gestione dei rifiuti tessili: perché serve uno schema di responsabilità del produttore?”, a cura di Donato Berardi e Antonio Pergolizzi.

In Italia, per esempio, la raccolta differenziata del tessile è iniziata nel 2022, ma già emergono difficoltà nei distretti come Napoli, Ercolano e Prato. In Francia, il settore del riuso e del riciclo sta vivendo una paralisi, con la chiusura di punti di raccolta e la difficoltà di gestire i flussi di rifiuti. La Federazione belga dell’economia circolare ha lanciato un allarme, sottolineando come i costi di selezione e lavorazione superino i ricavi derivanti dalla vendita dell’usato.

Inoltre, la pandemia, la guerra in Ucraina e le difficoltà logistiche hanno accentuato la crisi, con la sospensione delle esportazioni di tessili usati verso i paesi africani, destinati storicamente ad accogliere abbigliamento di seconda mano.

L’urgenza di avviare una governance sostenibile ed efficiente del post consumo tessile

Nel 2020, l’Unione Europea ha generato circa 6,95 milioni di tonnellate di rifiuti tessili, pari a 16 kg pro capite, ma solo una parte di essi (4,4 kg per persona) è stata separata per il riuso o il riciclo. La maggior parte dei rifiuti è stata incenerita o smaltita in discarica, con un impatto negativo sull’ambiente. Circa l’82% dei rifiuti proveniva dai consumatori, mentre il resto era costituito da rifiuti di produzione e capi mai venduti, un fattore che evidenzia inefficienze nella filiera.

Il riciclaggio delle fibre tessili è ancora limitato, e il materiale riciclato finisce prevalentemente in prodotti di bassa qualità (downcycling) destinati alla discarica dopo un breve ciclo di vita.

Il settore tessile ha, dunque, un impatto ambientale rilevante, rappresentando il quarto maggiore settore per danni ambientali in Europa.

La Strategia UE sul tessile

Per fronteggiare tale problema, la Commissione Europea ha presentato, nel marzo 2022, la “Strategia UE sul tessile” come parte del Green Deal europeo. Essa mira a rendere il settore più sostenibile, attraverso misure che riguardano la progettazione dei prodotti, con l’introduzione di fibre riciclate e un sistema di informazioni più chiaro.

Saranno, infatti, introdotti requisiti più rigidi per combattere il greenwashing e un passaporto digitale per la tracciabilità dei prodotti; inoltre, sono previsti interventi per ridurre il rilascio di microplastiche dai tessuti. Un altro elemento della strategia è l’EPR, accompagnata da incentivi economici e misure di sostegno all’innovazione.

Sempre secondo la Commissione, l’applicazione di principi circolari potrebbe aumentare il PIL europeo dello 0,5% entro il 2030, creando 700.000 nuovi posti di lavoro.

La gestione dei rifiuti tessili in Italia

L’Italia ha una lunga tradizione sia come paese manifatturiero sia nella rigenerazione di alcune fibre più nobili sia nel riutilizzo. Manca però ancora una filiera industriale soprattutto per il segmento del riciclo.

Credit: Laboratorio Ref Ricerche

Il nostro Paese rimane uno dei principali produttori mondiali di tessuti, con oltre 13.000 aziende e un fatturato annuo di 1,6 miliardi di euro, concentrato prevalentemente nel segmento medio-alto. Allo stesso tempo, l’Italia è un grande consumatore di prodotti tessili, una buona parte prodotti all’estero (soprattutto quelli dilargo consumo), e nonostante l’introduzione del Decreto Legislativo 116/2020 che impone l’obbligo di raccolta differenziata, ancora oggi l’81% dei rifiuti tessili continua a finire in discarica o inceneritore.

Nel 2023, in Italia solo una piccola parte dei rifiuti tessili prodotti è stata avviata alla raccolta differenziata (circa 172.000 tonnellate), una cifra ancora marginale rispetto alla produzione totale. Si stima che circa il 6% dei rifiuti indifferenziati sia composto da tessili, una percentuale che potrebbe arrivare al 25% considerando anche i rifiuti industriali e i trattamenti meccanici. La raccolta differenziata dei rifiuti tessili è ancora in fase di sviluppo, con notevoli differenze tra le regioni: al Nord si raccolgono più di 2,8 kg di tessili per abitante all’anno, mentre al Sud si arriva a circa 2 kg.

L’EPR per una gestione sostenibile

In virtù di ciò, il governo italiano sta preparando l’introduzione di un sistema di Responsabilità Estesa del Produttore (EPR), che potrebbe trasformare la gestione dei rifiuti tessili, promuovendo il riuso, il riciclo e incentivando investimenti nella costruzione di impianti appositi, finora insufficienti.

Questo strumento obbliga i produttori di abbigliamento, scarpe e altri prodotti tessili a farsi carico della gestione del fine vita dei loro prodotti. I produttori devono organizzare, finanziare e gestire la raccolta, il riciclo e il riutilizzo dei loro prodotti al termine del loro ciclo di vita.

Sebbene l’EPR abbia avuto successo in altri settori, la sua futura applicazione pone interrogativi e preoccupazioni legittime da parte di tutti gli attori coinvolti.

La principale difficoltà nell’attuazione dell’EPR è capire quale sarà la geometria della nuova governance, ovvero come saranno distribuiti ruoli e responsabilità, tenendo conto della doppia esigenza di garantire una vera transizione ecologica del settore e, allo stesso tempo, sostenere una efficienza economica.

Serve quindi rafforzare, oltre alla raccolta (che deve diventare capillare e comprensiva anche dei rifiuti tessili, quindi non solo abbigliamento usato) l’eco-progettazione, disincentivando l’immissione nel mercato di manufatti non riusabili né riciclabili, così come urge costruire una scala industriale praticabile per il riciclo di tutto ciò che non può andare a riuso, per un uso efficiente delle risorse e per evitare ulteriori impatti ambientali.

Un altro problema rilevante è la scarsa sensibilizzazione e informazione dei consumatori. Nonostante gli sforzi delle amministrazioni locali e delle ONG, molti cittadini non sono ancora completamente consapevoli dell’importanza di una corretta gestione dei rifiuti tessili. 

Occorre una filiera integrata di tipo industriale

L’imminente schema di EPR che verrà licenziato dal MASE, ultimate le fasi di confronto con gli stakeholder, dovrebbe servire a costruire una filiera integrata di tipo industriale in cui, insieme alle pratiche di riduzione, tutte le frazioni possano andare, prima di tutto, a riutilizzo e il resto a riciclo e, in subordine, a recupero di energia.

L’avvio di una filiera integrata, a monte retta da una raccolta finalmente capillare e orientata a tutte le frazioni tessili, e a valle dal sostegno di misure economiche di incentivo all’uso di tessuti e fibre riciclate, dovrebbe servire anche a creare le condizioni per attivare gli investimenti per la costruzione degli impianti destinati al riciclo.

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