- 23/09/2025
- Redazione
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Un’indagine Ipsos per Erion Textiles fotografa l’Italia della dismissione: 7,6 capi d’abbigliamento gettati a testa, ma molti ancora nel sacco dell’indifferenziata
Ogni anno milioni di capi d’abbigliamento finiscono fuori dagli armadi degli italiani. Ma dove finiscono davvero? Secondo una nuova ricerca condotta da Ipsos per Erion Textiles, due italiani su tre (66%) si sono disfatti di vestiti negli ultimi 12 mesi, con una media di 7,6 capi a persona. Numeri che confermano l’impatto crescente della moda sulla produzione di rifiuti tessili — un settore in cui il corretto conferimento rappresenta ancora una sfida.
Nord più “attivo”, Sud più parsimonioso
Lo studio evidenzia forti differenze territoriali: nel Nord Italia il 69% dei cittadini ha smaltito vestiti e il 60% scarpe, con una media di 8,4 capi all’anno, mentre nel Sud la quota scende al 6,4. A spingere le persone a disfarsi degli abiti è soprattutto l’usura (53%), seguita dalla semplice mancanza d’uso (39%), che diventa il primo motivo tra i più giovani e nelle aree urbane del Nord.
Giovani: più attenti alla raccolta, ma vittime del fast fashion
Il paradosso generazionale emerge chiaramente: i giovani tra i 18 e i 26 anni si dimostrano più attenti al corretto smaltimento, con percentuali d’errore inferiori alla media, ma sono anche più propensi al ricambio rapido del guardaroba. Il 10% dichiara di disfarsi di capi “fuori moda” e un altro 10% a causa di acquisti online insoddisfacenti, contro il 3% della media nazionale.
“Si tratta di una generazione più consapevole del problema, ma anche più esposta al consumo effimero. In pratica, gestisce meglio il rifiuto, ma ne produce di più”, sottolinea il rapporto.
Il problema dei capi danneggiati: troppi finiscono nell’indifferenziata
Uno degli aspetti più critici riguarda la gestione di stracci e vestiti danneggiati. Molti cittadini, influenzati da anni di campagne che chiedevano di donare solo abiti “in buono stato”, credono ancora che i capi rotti debbano essere buttati nell’indifferenziata. Il risultato? Quasi la metà degli articoli danneggiati (45%) viene smaltita nel modo sbagliato.
Anche scarpe (25%), borse e cinture (23%) e tessili per la casa (18%) finiscono troppo spesso nei rifiuti non riciclabili.
In arrivo l’EPR tessile: un’opportunità (e una sfida) per l’Italia
Con l’introduzione della Responsabilità Estesa del Produttore (EPR) per il settore tessile, prevista nei prossimi anni, cambieranno le regole del gioco. Il nuovo sistema dovrebbe incentivare il riciclo anche dei capi non riutilizzabili, ponendo fine alla visione del “tessuto rotto” come spazzatura.
Ma secondo Luca Campadello, Strategic Development & Innovation Manager di Erion, la tecnologia non basta: “Serve una strategia di comunicazione mirata, capace di parlare linguaggi diversi a seconda delle generazioni e dei territori. Ogni tessuto, anche quello danneggiato, può diventare una risorsa. È tempo che i cittadini lo capiscano”.
Verso una cultura del riuso (e del riciclo)
La fotografia scattata dall’Osservatorio Erion-Ipsos parla chiaro: il volume di dismissione è elevato, ma il sistema di raccolta e riciclo è ancora troppo fragile. Per migliorarlo servirà informare meglio, differenziare i messaggi a livello locale e generazionale, e soprattutto puntare su una cultura del riutilizzo e del riciclo tessile.
In un’epoca in cui l’economia circolare è più che mai necessaria, l’Italia ha ancora molta strada da fare — ma anche una grande occasione da cogliere.

















































































































































































































































































