- 13/05/2026
- Redazione
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L’Italia è tra i leader europei dell’economia circolare, ma l’80% del sistema produttivo resta ancora lineare. Dati, criticità e sfide tra edilizia, energia, riciclo e materie prime
L’Italia continua a occupare le prime posizioni europee nell’economia circolare, soprattutto per quanto riguarda il riciclo dei rifiuti e il riutilizzo dei materiali. Eppure, dietro i numeri positivi si nasconde una contraddizione strutturale: circa l’80% dell’economia nazionale funziona ancora secondo un modello lineare, basato su estrazione, consumo e smaltimento.
È questo il quadro che emerge dagli ultimi dati sulla circolarità italiana, che mostrano un Paese capace di eccellere nel trattamento dei rifiuti ma ancora lontano da una trasformazione completa dei processi produttivi. Una sfida che non riguarda soltanto l’ambiente, ma anche la competitività industriale, la sicurezza energetica e la dipendenza dalle importazioni di materie prime.
Italia seconda in Europa per tasso di circolarità dei materiali
Uno degli indicatori chiave per misurare il livello di economia circolare è il cosiddetto “tasso di utilizzo circolare dei materiali”, cioè la quota di materia riciclata che viene reimmessa nei cicli produttivi rispetto al consumo complessivo di materiali.
Nel 2024 l’Italia ha raggiunto il 21,6%, un dato nettamente superiore alla media europea del 12,2% e secondo soltanto ai Paesi Bassi. Francia, Germania e Spagna restano dietro.
Un risultato che conferma la solidità della filiera italiana del recupero di materia, ma che allo stesso tempo evidenzia quanto sia ancora difficile trasformare il riciclo in una pratica diffusa lungo tutta la catena produttiva.
L’obiettivo fissato dall’Unione Europea è ambizioso: raddoppiare il livello di circolarità entro il 2030, portandolo tra il 25% e il 30%. Per riuscirci serviranno però investimenti, innovazione e soprattutto norme più semplici e chiare capaci di incentivare l’utilizzo di materiali riciclati.

Edilizia, energia e infrastrutture: i settori dove il sistema resta più “lineare”
La vera criticità italiana si concentra nei comparti che assorbono enormi quantità di materia prima, a partire dall’edilizia.
Gran parte dei materiali utilizzati nel Paese continua infatti a provenire da risorse vergini, soprattutto minerali non metalliferi destinati a costruzioni e infrastrutture. Nel 2024 il consumo di materiali si è attestato intorno a 8,2 tonnellate per abitante all’anno, un valore inferiore alla media europea ma sostanzialmente stabile nell’ultimo decennio.
Secondo gli analisti, questa stagnazione riflette il ritardo nella diffusione delle energie rinnovabili e nell’impiego di materiali rigenerati in sostituzione di quelli tradizionali.
Il nodo più delicato resta proprio il settore delle costruzioni, dove fatica ancora a svilupparsi un vero mercato delle materie prime seconde. Eppure il potenziale sarebbe enorme: edifici dismessi, demolizioni e cantieri potrebbero diventare vere miniere urbane da cui recuperare materiali da reimmettere nel ciclo produttivo.
La dipendenza dalle importazioni resta elevata
Nonostante i progressi nel riciclo, l’Italia continua a dipendere fortemente dalle importazioni di materiali e fonti energetiche.
Nel 2024 il livello di importazioni pro capite si è attestato a 5 tonnellate per abitante, un dato superiore alla media europea e rimasto sostanzialmente stabile negli ultimi anni. A pesare sono soprattutto i combustibili fossili.
Germania, Francia e Spagna hanno accelerato maggiormente sulla produzione interna di energia da fonti rinnovabili e sulla diversificazione energetica, mentre l’Italia resta ancora legata a un sistema industriale costruito attorno alle fonti tradizionali.
Per ridurre questa vulnerabilità, secondo gli esperti sarà necessario accelerare gli investimenti nelle tecnologie a basse emissioni, nei biocarburanti avanzati e nelle filiere industriali capaci di valorizzare le materie prime seconde.
Rifiuti: l’Italia ricicla bene ma non basta
Sul fronte del trattamento dei rifiuti, l’Italia si conferma tra i Paesi più virtuosi d’Europa.
Nel 2024 il volume di rifiuti trattati è stato pari a 2,5 tonnellate per abitante, inferiore alla media UE di 3,8 tonnellate, ma con una quota molto elevata avviata a riciclo.
Il sistema italiano riesce quindi a intercettare e recuperare bene una parte significativa dei materiali di scarto. Tuttavia, il problema emerge nella fase successiva: non sempre i materiali riciclati trovano un reale sbocco industriale.
In altre parole, raccogliere e trattare bene i rifiuti non basta se il mercato non assorbe le materie recuperate. È qui che si gioca la vera sfida della transizione circolare.

Il grande ostacolo: quell’80% di economia ancora basata su estrazione e consumo
La fotografia complessiva mostra un Paese a due velocità. Da una parte esiste un comparto industriale che ha già intrapreso un percorso virtuoso di economia circolare; dall’altra permane una struttura economica ancora fortemente lineare.
Le criticità principali sono tre:
- la dispersione di una quota significativa di materiali che finiscono in discarica o vengono dissipati;
- l’eccessiva dipendenza da materie prime vergini;
- la difficoltà di alcuni settori, soprattutto l’edilizia, nell’integrare materiali riciclati nei processi produttivi.
Secondo gli esperti, la transizione richiederà una vera politica industriale della circolarità: incentivi al riciclo avanzato, sviluppo dei fertilizzanti organici, sostegno ai biocarburanti da rifiuti e nuove regole per favorire il mercato delle materie seconde.
La sfida del futuro: trasformare il modello economico italiano
La partita dell’economia circolare non riguarda soltanto il miglioramento delle percentuali di riciclo. Il nodo centrale sarà ripensare il modello produttivo italiano riducendo l’estrazione di nuove risorse e puntando su riuso, rigenerazione e recupero di materia.
Una trasformazione che coinvolgerà imprese, filiere industriali, pubbliche amministrazioni e consumatori.
L’Italia parte da una posizione favorevole rispetto ad altri grandi Paesi europei, ma i prossimi anni saranno decisivi per capire se il vantaggio competitivo costruito nel riciclo riuscirà davvero a tradursi in una nuova economia capace di consumare meno risorse, ridurre la dipendenza energetica e generare sviluppo sostenibile.









































































































































































































































































































