- 24/08/2026
- Simone Martino
- 0
Economia circolare e inclusione sociale: recuperare le eccedenze significa trasformare lo spreco in una risorsa e creare nuove connessioni tra imprese, istituzioni, terzo settore e persone in difficoltà
Recuperare un bene ancora utilizzabile non significa soltanto evitare che finisca tra i rifiuti. Significa soprattutto fare incontrare una risorsa con una persona che ne ha bisogno. È in questo passaggio, apparentemente semplice ma tutt’altro che scontato, che economia circolare e valore sociale possono incontrarsi.
Il tema è stato al centro dell’incontro “Economia circolare e valore sociale: contrastare lo spreco per rispondere alla povertà in Italia e in Europa”, durante il Meeting di Rimini e realizzato in collaborazione con Sistema Banchi.
Il punto di partenza è una realtà sociale ancora fragile: 5,7 milioni di persone vivono in condizioni di povertà assoluta e rischiano di non poter accedere in modo adeguato e continuativo a beni essenziali. In questo scenario, recuperare un’eccedenza non è soltanto una questione ambientale. È una scelta che può diventare parte di una strategia più ampia contro la povertà.
Economia circolare ed economia sociale: il valore nasce dalle relazioni
Per Paolo Venturi, direttore di Aiccon Research Center, il primo passo consiste nel cambiare prospettiva. Economia circolare, dono e terzo settore non possono essere considerati semplicemente attività complementari rispetto al funzionamento tradizionale dell’economia.
Il punto, ha spiegato, è ripensare come viene prodotto il valore. La circolarità, in questa visione, non coincide soltanto con il riutilizzo di una materia o con la riduzione dei rifiuti. Esiste quando soggetti diversi riescono a entrare in relazione: imprese, istituzioni, organizzazioni non profit e comunità.
Anche il dono, quindi, va oltre la semplice consegna di un bene. Presuppone fiducia e crea una relazione tra chi dispone di una risorsa e chi ne ha bisogno.
La povertà non è soltanto mancanza di beni
È una delle chiavi più significative emerse dal confronto. La povertà non coincide esclusivamente con l’assenza di cibo, vestiti o altri beni essenziali. Può significare anche mancanza di opportunità, relazioni e senso di appartenenza.
Da qui l’idea che l’eccedenza possa diventare una sorta di porta d’ingresso verso una relazione sociale più ampia.
Venturi ha inoltre richiamato il peso economico del terzo settore, che in Italia conta oltre 360 mila organizzazioni e circa 93 miliardi di euro di valore aggiunto. La distinzione rigida tra profit e non profit, dunque, rischia di non cogliere la complessità di un’economia nella quale valore economico e valore sociale sono sempre più intrecciati.
La sfida è costruire alleanze stabili tra imprese, istituzioni e comunità, secondo una logica di sussidiarietà circolare.
Donare non significa semplicemente liberarsi di un’eccedenza
Il settore alimentare offre un esempio concreto di come questo modello possa funzionare.
Secondo i dati presentati da Paola Garrone, docente del Politecnico di Milano, circa il 50% delle imprese della trasformazione e della distribuzione e il 20% delle imprese agricole donano prodotti. Il valore economico complessivo delle donazioni è stimato in circa 2,5 miliardi di euro all’anno.
Non si tratta esclusivamente di prodotti rimasti invenduti o prossimi alla scadenza. Una parte delle aziende sceglie infatti di destinare gratuitamente anche prodotti perfettamente conformi agli standard commerciali a finalità sociali.
Il risultato della collaborazione tra imprese e terzo settore è significativo: secondo i dati illustrati durante l’incontro, il 55% delle persone in povertà assoluta può accedere a un pasto al giorno attraverso queste reti.
Più l’azienda misura, più riesce a donare
Un altro elemento mette in discussione un luogo comune: la donazione non sarebbe necessariamente il risultato di inefficienze nella gestione della produzione.
La quota donata, infatti, rimane inferiore all’1% della produzione nella maggior parte delle filiere. Le imprese che donano con maggiore continuità sono quelle che strutturano il processo: monitorano i flussi, verificano qualità e salubrità, costruiscono partnership e individuano responsabili dedicati.
La capacità di misurare le eccedenze diventa quindi una leva per aumentare la possibilità di recuperarle.
Ma il beneficio non è soltanto sociale. Un’organizzazione più strutturata della donazione può generare anche reputazione e capitale sociale per le imprese, oltre a contribuire concretamente alle politiche di contrasto all’insicurezza alimentare.
Legge 166, dieci anni di donazioni: cosa può cambiare ancora
A dieci anni dalla sua approvazione, la Legge 166 del 2016 continua a rappresentare uno dei pilastri del sistema italiano.
L’ On. Maria Chiara Gadda, l’ha definita una legge capace di trasformare un problema collettivo in un’opportunità di generazione di valore. La sua portata, inoltre, va oltre il settore alimentare.
La normativa favorisce infatti la donazione di farmaci, giocattoli, prodotti tessili, arredamento, libri, materiali elettronici ed edilizi e, con le modifiche più recenti, anche di piante, fiori, bulbi e semi.
Dietro un’eccedenza possono esserci molte ragioni: sovrapproduzione, domanda insufficiente, difetti che impediscono la vendita, stagionalità o semplicemente la scelta dell’impresa di destinare il prodotto a finalità sociali.
Dal diritto al cibo al diritto alla dignità
Il tema dei bisogni, però, non può essere ridotto alla sola sopravvivenza.
La donazione può riguardare beni legati alla salute, all’igiene, alla cura della persona e alla qualità della vita. È il concetto sintetizzato da Gadda attraverso l’idea di un “diritto alla bellezza”, oltre che all’igiene personale e alla salute.
Uno degli elementi innovativi della Legge 166 è stato anche il meccanismo fiscale: la donazione è stata equiparata alla distruzione ai fini previsti dalla normativa, rendendo economicamente più semplice per le imprese adottare un comportamento virtuoso senza trasformarlo in un obbligo sanzionabile.
Le tre proposte per superare i colli di bottiglia
Per rafforzare ulteriormente il sistema, Gadda ha indicato tre possibili interventi: rimuovere il divieto alla donazione di farmaci contenenti sostanze psicotrope; riconoscere la donazione di servizi logistici, comprese tratte di trasporto, piattaforme informatiche e spazi; introdurre un credito d’imposta per l’acquisto di celle frigorifere, mezzi e altri beni mobili necessari al recupero delle eccedenze.
L’obiettivo è rendere più facile l’incontro tra domanda e offerta di beni destinati alla solidarietà, intervenendo soprattutto sui nodi logistici e organizzativi.
L’Europa guarda al modello italiano
Il confronto ha allargato lo sguardo anche all’Unione europea. Secondo Antonella Sberna, vicepresidente del Parlamento europeo, l’Europa si trova ad affrontare il tema dello spreco alimentare con un ritardo di circa dieci anni rispetto all’esperienza italiana. La direttiva sui rifiuti, proposta nel 2023 e approvata nel 2025, introduce infatti per la prima volta lo spreco alimentare nel quadro europeo, insieme a elementi come misurabilità, obiettivi temporali e riconoscimento formale della donazione.
Il passaggio più importante, però, è culturale: lo spreco non dovrebbe essere considerato soltanto un problema ambientale, ma anche una questione sociale.
Dai rifiuti alla persona
La prospettiva cambia quando al centro non viene messo esclusivamente il prodotto da recuperare, ma la persona che può beneficiarne.
In questo sistema, i banchi alimentari assumono un ruolo strategico perché fanno da collegamento tra l’eccedenza e il bisogno, lavorando con Caritas, empori solidali, parrocchie e altre reti territoriali.
Il prossimo obiettivo indicato da Sberna è portare questo approccio dentro il Circular Economy Act e nei nuovi programmi europei, evitando però che la nuova regolazione si trasformi in un ulteriore carico burocratico per imprese e organizzazioni del terzo settore.
Il passaggio decisivo sarà il recepimento della direttiva negli Stati membri e la definizione delle politiche e delle risorse europee a partire dal 2028.
Imprese, tecnologia e logistica: il dono deve arrivare a destinazione
La buona volontà, da sola, non basta. Perché un prodotto passi dall’eccedenza a una persona che ne ha bisogno servono infrastrutture, dati, trasporti e organizzazione.
Jens Pii Olesen, general manager di Novo Nordisk Italia, ha presentato il modello di Novo Nordisk, fondato sul tentativo di integrare risultati economici, impatto sociale e responsabilità ambientale.
Tra le iniziative citate figurano la donazione gratuita di medicinali a persone vulnerabili, il recupero delle penne per l’insulina e il loro riutilizzo per realizzare prodotti scolastici o arredi, oltre ad attività di prevenzione metabolica.
La tecnologia come ponte tra risorsa e bisogno
Anche la tecnologia può diventare parte di questa infrastruttura. Franco Spicciariello, director of Public Policy EU MED di Amazon Web Services, ha definito lo spreco come una risorsa che non ha ancora incontrato chi ne aveva bisogno. Una definizione che sposta l’attenzione dal concetto di rifiuto a quello di mancato incontro.
Dati e strumenti digitali possono contribuire a rendere questo incontro più efficiente, riducendo consumi, facilitando la gestione delle informazioni e rendendo più accessibili norme e opportunità di donazione.
Nel suo intervento Spicciariello ha inoltre ricordato il programma di donazioni logistiche sviluppato da Amazon dal 2021: nel luglio 2026, secondo i dati presentati, aveva raggiunto 35 mila famiglie con 600 mila prodotti, per un valore complessivo di 8 milioni di euro.
La logistica, dunque, non è un elemento accessorio. È parte integrante del dono.
Dal recupero all’impatto: la sfida è costruire un sistema
Al termine del confronto, il messaggio comune è apparso chiaro: non basta avere beni da recuperare. Occorre costruire le condizioni perché arrivino a chi ne ha bisogno.
Imprese, università, istituzioni e terzo settore hanno competenze diverse ma complementari. Le aziende possono mettere a disposizione prodotti, innovazione e capacità organizzativa; le organizzazioni sociali conoscono i bisogni e i territori; le istituzioni possono creare regole e incentivi; l’università può produrre dati, ricerca e competenze.
Paola Garrone ha richiamato proprio il ruolo della conoscenza e della formazione, sottolineando la necessità di leggere i fenomeni senza approcci ideologici.
Per Venturi, invece, la sintesi può essere affidata a tre concetti: simpatia, economia sociale e impatto sociale. La prima intesa come capacità di sentire e condividere insieme; la seconda come superamento di una visione limitata alla filantropia; la terza come obiettivo che dovrebbe essere presente già all’origine di un’attività, e non soltanto nella sua rendicontazione finale.
Nessun bene e nessuna persona devono diventare uno scarto
La conclusione di Marco Piuri, presidente della Fondazione Banco Alimentare ETS, riassume la sfida: gli strumenti esistono già. Ci sono esperienze consolidate, norme, infrastrutture, competenze e reti territoriali.
Il vero passaggio successivo consiste nel mettere questi elementi a sistema. È qui che l’economia circolare può assumere un significato più ampio: non soltanto recuperare materiali, ridurre rifiuti o ottimizzare risorse, ma costruire meccanismi capaci di trasformare un’eccedenza in opportunità.
Perché dietro ogni prodotto recuperato non c’è soltanto qualcosa che si evita di buttare. Può esserci una persona che riceve un aiuto, un’impresa che crea valore, una comunità che rafforza i propri legami e un modello economico che prova a diventare più sostenibile anche sul piano sociale.


































































































































































































































































































