- 06/11/2025
- Simone Martino
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“Da Bruxelles un cattivo segnale per la transizione ambientale” così Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile
Si sono conclusi ieri gli Stati Generali della Green Economy. Il focus della seconda giornata ha riguardato la transizione ecologica nell’Unione Europea e di come essa stia attraversando una fase difficile mentre è in corso una radicale iniziativa contro le misure climatiche ed ecologiche della nuova Presidenza Trump e mentre la Cina sta accelerando la sua massiccia espansione di produzioni green.
Noi ne abbiamo parlato con Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile.
Presidente Ronchi il nuovo bilancio UE rischia di ridurre gli investimenti green. Quanto è concreto oggi il rischio di una “retromarcia” sul Green Deal?
Il Consiglio Europeo Ambiente si è concluso con una conferma formale del 90% del taglio delle emissioni al 2040, ma con l’aggiunta di una doppia flessibilità. Il 5% con acquisto dei crediti di carbonio e il 5% come possibilità di minore riduzione degli impegni nazionali cosiddetti NDC, quindi in totale un 10% di flessibilità. Questo vuol dire che prevale la logica del rinvio degli impegni ambientali. Purtroppo il clima non aspetta i nostri comodi, è un po’ come il debito pubblico, se tu lo accumuli, accumuli ritardi e poi paghi gli interessi. Non ci sono sconti e dato che la crisi climatica è ineludibile, il rinvio è solo illusorio.
Inoltre le politiche industriali, come insegnano i cinesi, richiedono stabilità di obiettivi. Quale obiettivo abbiamo al 2040? Sarà dell’80% o del 90%? Questo orienta le politiche industriali e le rende più incisive, più efficaci. Invece lasciare l’incertezza, usare la flessibilità come fosse un fattore positivo è controproducente. Alla vigilia della COP30, un’Europa che dice sì al 90% però con la flessibilità del 10%, è un brutto segnale.
In un mondo dove gli Stati Uniti arretrano e la Cina accelera, come può l’Europa restare in corsa nella transizione verde?
Foto: Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile
Sì, l’ha detto bene, la Cina accelera e quindi la Cina sta giocando una carta non solo climatica ma anche industriale e geopolitica importantissima. Se noi stiamo fermi non è che sta fermo il mondo. Se la Cina corre, fa correre molti paesi dove fa investimenti, occupa i mercati del solare, dell’eolico, delle auto elettriche, domani anche della produzione di idrogeno.
L’arretramento di Trump ha alle spalle gli interessi dei fossili. Gli Stati Uniti sono il principale produttore mondiale sia di gas, del quale gas sono i principali esportatori, e di petrolio. Gli Stati Uniti, con 109 milioni di abitanti in meno dell’Europa, consumano il triplo del gas di noi e il doppio del petrolio. L’Europa per i fossili ha solo soldi da perdere, li importa quasi tutti (90%), sono costati 370 miliardi di importazioni solo l’anno scorso, sono la “palla al piede” anche economica oltre che climatica e ambientale.
Noi abbiamo un interesse importante nella decarbonizzazione, non ultimo il fatto di essere molto esposti agli impatti della crisi climatica. Non la risolviamo solo noi, però possiamo contribuire ad aggravarla o ad attenuarla, possiamo spingere verso l’impegno internazionale o essere anche noi un fattore di freno dell’impegno internazionale. Il vantaggio nostro qual è? Spingere, aggravare o accelerare questa transizione climatica, quindi in questo nuovo contesto si dovrebbe spingere ad un maggior impegno.
Negli Stati Uniti adesso guadagnano le multinazionali fossili, ma il futuro dell’economia americana è più vulnerabile e non è detto che l’economia americana sia così univocamente unita su questa svolta trampiana. Per esempio gli investimenti nel solare in molti Stati degli Stati Uniti stanno crescendo molto rapidamente nonostante l’amministrazione pro-fossili della presidenza americana.
È realistico pensare a nuovi Eurobond verdi per finanziare la transizione, come proposto da Draghi?
Di solito quando una cosa è già accaduta, può accadere. E’ già accaduto con la Next Generation Eu. Certo c’è stata la pandemia da Covid, però la crisi climatica, come potenziale impatto, non è che sia proprio inferiore. E’ molto difficile! Questo rigurgito dei nazionalismi è contro il debito comune europeo che vuol dire una maggiore integrazione finanziaria e quindi anche politica dell’Europa.
Comunque siccome è già accaduto non si può escludere. Sarebbe molto utile. Senza un’adeguata leva degli investimenti in direzione green noi con la Cina non vinceremo mai la competizione. Loro utilizzano investimenti e aiuti di Stato per promuovere politiche industriali e stanno avendo dei risultati eccezionali. Se noi pensiamo di competere con le gambe legate è una scelta per ossequio ideologico ai nazionalismi.
La Nature Restoration Law è uno strumento ambizioso: quali ostacoli vede nella sua attuazione concreta in Europa e in Italia?
Gli ostacoli derivano soprattutto dall’agricoltura, da alcuni indirizzi per ridurre l’uso dei fitofarmaci, per mantenere una certa naturalità nei sistemi agroecologici. L’agricoltura però ha dei pro e dei contro anche in Italia, per esempio il biologico sta andando molto bene, 2 milioni e mezzo di ettari sono destinati al biologico ed è in crescita e le produzioni agricole di qualità sono quelle che reggono il mercato.
D’altra parte l’agricoltura, credo sia l’attività economica in Italia più danneggiata dalla crisi climatica e un’agroecologia più resiliente al cambiamento climatico, sarà più capace di immagazzinare carbonio e quindi anche gli effetti di mitigazione. Penso che dialogando col mondo agricolo queste resistenze si riusciranno a superare, anche legandosi al concreto di quello che sta accadendo nei campi e nel mondo agricolo in Italia.
















