- 30/07/2026
- Luca Martino
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Revisione dell’ETS, nuovo Electrification Action Plan e priorità per ridurre il costo dell’energia, accelerare la transizione energetica e rafforzare la competitività dell’industria italiana
La transizione energetica europea entra in una fase decisiva: tra revisione dell’ETS, nuovo Electrification Action Plan e sfide industriali, il tema centrale diventa come conciliare decarbonizzazione, sicurezza degli approvvigionamenti e competitività economica.
Ne abbiamo parlato con Michele Torsello, Direttore di Energy Square, che ha analizzato le prospettive del nuovo scenario europeo e le priorità per l’Italia.
Il vostro Policy Brief è arrivato alla vigilia della revisione del sistema ETS e del nuovo Electrification Action Plan. Qual è la sua opinione e quali prospettive emergono dal nuovo Piano europeo?
Il nuovo Piano europeo rappresenta un passaggio importante perché riconosce che l’elettrificazione non è soltanto uno strumento di decarbonizzazione, ma anche una politica di competitività, sicurezza energetica e autonomia strategica. Gli obiettivi sono molto ambiziosi e richiederanno un’attuazione tempestiva da parte degli Stati membri.
Il merito principale del Piano è però indicare con chiarezza la direzione e gli strumenti attraverso i quali intervenire.
È un’impostazione che presenta molti punti di contatto con le proposte di Energy Square: riequilibrare la fiscalità tra elettricità e gas per rendere più conveniente il passaggio alle tecnologie elettriche; accelerare l’accesso alle reti e gli investimenti in infrastrutture, accumuli e flessibilità; rimuovere le barriere economiche e operative che frenano famiglie e imprese nella sostituzione delle tecnologie esistenti. Si tratta di un processo complesso, che richiederà risorse significative e politiche differenziate in base alla maturità delle tecnologie e alle caratteristiche dei diversi settori.
La revisione dell’ETS appare invece come un compromesso tra esigenze industriali, climatiche e finanziarie. Una parte dell’industria ritiene che non sia stato fatto abbastanza per la competitività, mentre altri temono un indebolimento del sistema. La sua efficacia dovrà essere valutata rispetto alla prevedibilità offerta alle imprese e alla capacità di sostenere investimenti produttivi.
In entrambi i casi, saranno soprattutto le politiche nazionali, la capacità amministrativa e le risorse disponibili a determinarne gli effetti concreti. Su un punto, però, occorre essere chiari: i proventi dell’ETS devono essere destinati in modo stabile e trasparente agli investimenti necessari per la decarbonizzazione dell’industria e del sistema energetico, non assorbiti dalla spesa corrente.
Nel dibattito pubblico si tende spesso ad attribuire all’ETS la responsabilità dell’elevato costo delle bollette. Voi sostenete invece che il vero problema sia un altro. Perché eliminare o ridimensionare il sistema europeo di scambio delle emissioni non risolverebbe il nodo del caro energia italiano?
L’ETS incide sul costo della produzione elettrica degli impianti a gas e può quindi riflettersi sul prezzo all’ingrosso. L’effetto esiste, ma va collocato nelle giuste proporzioni. Le analisi richiamate nel nostro Report stimano che il prezzo delle quote rappresenti circa il 6,8% del prezzo dell’elettricità per le imprese energivore e intorno al 3% della bolletta delle famiglie italiane: un contributo reale, ma sensibilmente inferiore a quello del gas utilizzato per la generazione.
Sterilizzare il costo dell’ETS per i produttori termoelettrici potrebbe ridurre i prezzi all’ingrosso nel breve periodo. Non eliminerebbe però il costo del combustibile, la volatilità dei mercati internazionali e la dipendenza italiana dalle importazioni. Finché il gas sarà necessario per soddisfare la domanda, gli impianti termoelettrici continueranno frequentemente a fissare il prezzo marginale riconosciuto anche alle altre fonti.
Eliminare o sterilizzare l’ETS potrebbe quindi ridurre una componente del prezzo, ma non risolverebbe il caro energia italiano: ogni nuova crisi internazionale continuerebbe a trasmettersi alle bollette. La risposta strutturale è ridurre progressivamente le ore nelle quali il gas determina il prezzo, attraverso nuova produzione rinnovabile, reti, accumuli, contratti di lungo periodo e flessibilità della domanda.
Dal vostro studio emerge che la dipendenza dal gas continua a costare all’Italia tra i 50 e i 100 miliardi di euro l’anno. Quanto pesa questa “bolletta fossile” sulla competitività del nostro sistema produttivo e quali rischi comporta in uno scenario geopolitico sempre più instabile?
Quella cifra rappresenta la bolletta pagata all’estero per l’importazione di combustibili fossili e varia in funzione dei prezzi internazionali: negli anni relativamente tranquilli si colloca nella parte bassa dell’intervallo; durante le crisi può avvicinarsi o superare la parte alta. Non si tratta soltanto di un problema ambientale, ma di un trasferimento di ricchezza verso i Paesi produttori: risorse che non vengono investite nelle imprese, nelle infrastrutture, nella ricerca o nei redditi delle famiglie italiane.
Per il sistema produttivo questo comporta tre conseguenze: un costo dell’elettricità più elevato, perché le oscillazioni del gas si trasmettono al mercato elettrico; maggiore incertezza, perché un’impresa non può controllare una crisi geopolitica o un’interruzione delle forniture; un aumento del rischio associato agli investimenti di lungo periodo.
La sicurezza energetica non consiste quindi soltanto nell’avere approvvigionamenti sufficienti, ma anche nel ridurre la quota dell’economia esposta a combustibili importati e negoziati su mercati molto volatili.
Il gas continuerà a svolgere una funzione importante per la sicurezza e la flessibilità del sistema. Possiamo però diminuire progressivamente la nostra esposizione, elettrificando gli usi nei quali le tecnologie sono già mature ed efficienti, dal riscaldamento alla mobilità fino a una parte crescente dei processi industriali. Ogni consumo di gas sostituito con un uso elettrico più efficiente e alimentato da una produzione maggiormente domestica riduce le importazioni e rende l’Italia meno vulnerabile.
Il Policy Brief contiene venti proposte. Se dovesse indicarne tre prioritarie, quali potrebbero incidere più rapidamente sulla riduzione strutturale del costo dell’energia per famiglie e imprese?
La prima priorità è riequilibrare la fiscalità energetica. Oggi in Italia il kilowattora elettrico sopporta, a parità di energia consumata, un carico fiscale e parafiscale molto superiore rispetto al gas.
Nel settore domestico è circa quattro volte superiore, mentre nel comparto industriale può essere addirittura fino a 34 volte più elevato. Questa situazione deriva dalla stratificazione di imposte, agevolazioni e interventi spesso giustificati dalla necessità di proteggere famiglie e imprese, ma oggi rende meno conveniente il passaggio verso tecnologie elettriche più efficienti. Occorre quindi ridurre progressivamente gli oneri presenti nella bolletta elettrica, con coperture certe e una tutela mirata dei soggetti vulnerabili.
La seconda priorità è aumentare la produzione rinnovabile insieme alle infrastrutture necessarie per utilizzarla. Senza reti, accumuli e interconnessioni aumentano le congestioni e il basso costo della generazione non si trasferisce ai consumatori. Servono procedure più rapide e una programmazione coordinata tra produzione, rete e storage.
La terza priorità è ridurre l’esposizione al prezzo marginale del gas attraverso contratti di lungo periodo e una maggiore flessibilità della domanda. PPA e contratti per differenza possono offrire prezzi più stabili alle imprese, mentre tariffe dinamiche, aggregatori e Demand Response consentono di spostare i consumi nelle ore in cui l’elettricità è più abbondante e meno cara. Fiscalità, infrastrutture e regole di mercato devono quindi procedere insieme.
Accelerare le autorizzazioni per gli impianti rinnovabili è un tema ricorrente da anni. Che cosa manca ancora perché l’Italia riesca davvero a sbloccare gli investimenti e rispettare gli obiettivi della transizione energetica?
Il problema italiano non è la mancanza di norme, ma la difficoltà di trasformarle in procedimenti prevedibili. Le numerose semplificazioni approvate negli ultimi anni e orientamenti regionali non omogenei hanno reso il quadro meno chiaro. Lo sviluppo della produzione energetica nazionale deve diventare un obiettivo condiviso tra Stato, Regioni ed enti locali, con responsabilità e criteri comuni. Le aree di accelerazione possono aiutare, purché siano fondate su una pianificazione territoriale preventiva, capace di individuare le aree adatte e valutarne a monte gli effetti ambientali e paesaggistici.
Accanto alle regole, serve rafforzare la capacità amministrativa: strutture ministeriali e regionali e commissioni ambientali devono disporre di personale tecnico, competenze specialistiche e strumenti adeguati. Serve inoltre una corsia più semplice per il repowering.
È altrettanto importante che i territori che ospitano gli impianti beneficino della nuova produzione attraverso investimenti locali, comunità energetiche, accordi per le imprese e meccanismi strutturali di condivisione del valore. Anche i prezzi zonali possono rendere più riconoscibili i vantaggi della maggiore disponibilità di energia per cittadini e attività produttive locali.
La pianificazione serve infine a contrastare la speculazione. Alla fine del 2025 risultavano circa 256 GW di richieste di connessione, ma soltanto circa 11 GW riferiti a progetti autorizzati. Occorre dare priorità alle iniziative mature, dotate di autorizzazioni, disponibilità finanziaria e tempi credibili, coinvolgendo fin dall’inizio le comunità locali. La semplificazione efficace non significa ridurre le tutele, ma pianificare meglio, distribuire più equamente i benefici e decidere in tempi ragionevoli.
Nel documento sottolineate il ruolo strategico di reti elettriche, sistemi di accumulo e flessibilità della domanda. Quanto saranno determinanti queste infrastrutture per garantire sicurezza energetica e prezzi più competitivi?
Saranno determinanti perché produrre più elettricità rinnovabile è necessario, ma non sufficiente. Le reti spostano l’elettricità nello spazio, gli accumuli nel tempo, mentre la flessibilità adatta i consumi alla disponibilità del sistema. Per il 2030 il fabbisogno italiano di nuovi accumuli elettrochimici di breve durata è stimato in circa 42 GWh, pari indicativamente a 10–20 GW di potenza, cui si aggiungono pompaggi e tecnologie di più lunga durata.
Il quadro tecnologico è in una fase di evoluzione straordinaria: i costi delle batterie sono diminuiti di oltre il 90% dal 2010 e stanno emergendo nuove soluzioni. Nessuna tecnologia, però, può rispondere a tutte le esigenze. Per gli accumuli di lunga durata serve quindi una strategia nazionale specifica, basata sui servizi richiesti dal sistema e sostenuta da strumenti di lungo periodo e progetti pilota.
La flessibilità completa il quadro: modulare alcuni consumi nelle ore meno congestionate riduce il ricorso agli impianti più costosi e può evitare investimenti di rete utilizzati solo durante pochi picchi. Reti, accumuli e domanda flessibile devono quindi essere pianificati in modo coordinato, premiando gli investimenti che riducono realmente congestioni e costi di sistema.
Il vostro lavoro richiama gli indirizzi del Clean Industrial Deal e del Rapporto Draghi. L’Italia è pronta a cogliere questa opportunità o rischia di perdere competitività rispetto agli altri Paesi europei?
L’Italia possiede molti degli elementi necessari per cogliere questa opportunità: un sistema industriale articolato, competenze ingegneristiche, imprese innovative nelle tecnologie energetiche, una rete elettrica complessivamente solida e una diffusione avanzata dei contatori intelligenti. Il rischio è che questi punti di forza vengano indeboliti da un costo dell’energia strutturalmente più alto, autorizzazioni lente, incentivi instabili e una politica industriale frammentata.
Il Clean Industrial Deal e il Rapporto Draghi hanno il merito di collegare più chiaramente energia e politica industriale. Perché gli obiettivi diventino un’occasione di crescita, devono però procedere insieme agli investimenti, alle infrastrutture e ai tempi necessari alle imprese. Le preoccupazioni dei settori più esposti devono trovare risposta in una politica industriale adeguata. Non si può chiedere alle imprese di programmare investimenti decennali in presenza di norme, incentivi e segnali fiscali contraddittori.
Occorre inoltre concentrare le risorse sulle filiere nelle quali il Paese possiede competenze industriali, scientifiche e produttive reali. Non potendo ricostruire tutte le catene del valore, possiamo sviluppare posizioni solide nei segmenti nei quali esistono già capacità e specializzazioni. Il percorso richiederà risorse e scelte selettive, ma l’Italia non parte da zero.
L’Intelligenza Artificiale è destinata a far crescere rapidamente i consumi elettrici, però può essere anche uno strumento per migliorare l’efficienza del sistema energetico. Qual è la vostra valutazione sull’impatto energetico delle nuove tecnologie digitali? E quali sono le proposte di Energy Square per coniugare innovazione digitale e sostenibilità energetica?
Sui data center occorre mantenere un approccio realistico. La crescita esiste e va governata, ma i dati disponibili non giustificano oggi l’idea di un’emergenza energetica nazionale.
L’Intelligenza Artificiale aumenterà la domanda elettrica e richiederà una fornitura continua e affidabile, ma occorre distinguere tra il peso sul sistema complessivo e l’impatto prodotto dalla concentrazione di molti progetti nella stessa area. La criticità più immediata riguarda quindi la potenza richiesta localmente, i tempi di connessione e la capacità della rete di assorbirla.
Anche a livello mondiale, l’IEA prevede una crescita rilevante, ma non tale da trasformare i data center nel principale motore della domanda elettrica. Da questo aumento non discende inoltre la necessità automatica di una specifica tecnologia di generazione. I grandi operatori stanno adottando strategie diverse – rinnovabili, accumuli, contratti di lungo periodo e, in alcuni sistemi, nucleare o gas – perché ciò che conta è garantire energia affidabile e competitiva nei tempi richiesti. La soluzione dipenderà quindi dalle caratteristiche dei singoli sistemi elettrici.
Per l’Italia serve un approccio pragmatico: selezionare i progetti maturi, orientarli verso le aree con maggiore capacità disponibile e farli contribuire agli investimenti resi necessari dal loro insediamento. Nuova produzione, accumuli, connessioni flessibili e una migliore distribuzione territoriale possono ridurre la pressione sulle reti. L’IA può inoltre migliorare la previsione della produzione, la gestione delle infrastrutture e l’efficienza industriale, mentre una parte dei carichi può offrire flessibilità. I data center non sono quindi un’emergenza da evocare né un fenomeno da sottovalutare, ma un nuovo carico industriale da pianificare con serietà.





















