- 15/06/2026
- Simone Martino
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Economia circolare e tessile: tra riciclo e riprogettazione dei processi produttivi, il settore è chiamato a ripensare il proprio impatto ambientale e sociale
Dalla tradizione dei cenciaioli di Prato alla sfida di costruire un modello produttivo più responsabile, l’economia circolare rappresenta una delle sfide più importanti per il futuro della moda.
Ne abbiamo parlato con Niccolò Cipriani, Founder di Rifò.
Come nasce l’idea di Rifò e qual è stato il momento in cui ha capito che il modello dell’economia circolare poteva diventare non solo una scelta etica, ma anche un progetto imprenditoriale concreto?
Il progetto Rifò nasce nel 2017. In precedenza mi occupavo di progetti di cooperazione e sviluppo in Vietnam e lì mi sono reso conto di un problema strutturale all’interno della filiera tessile: la sovrapproduzione. Si produce molto più di quanto il mercato richieda realmente.
A questo fenomeno si aggiunge quello del sovraconsumo. Siamo costantemente spinti ad acquistare più capi di abbigliamento di quanti ne abbiamo effettivamente bisogno. Il risultato è un enorme surplus di prodotti che, molto spesso, finisce per diventare un rifiuto.
Da questa consapevolezza è nata l’idea di recuperare la tradizione dei cenciaioli di Prato, che da sempre trasformano gli scarti tessili in nuove risorse. L’obiettivo era proprio quello di dare una seconda vita ai materiali destinati allo smaltimento, trasformandoli in nuovi filati e, successivamente, in nuovi prodotti.
Per quanto riguarda il potenziale imprenditoriale del progetto, fin dall’inizio abbiamo visto segnali incoraggianti soprattutto nel mercato europeo, dove il tema della sostenibilità nel settore moda stava già acquisendo rilevanza. In Italia il percorso è stato più graduale, ma negli anni abbiamo assistito a una crescita costante dell’interesse e della sensibilità verso modelli di consumo e produzione più sostenibili.
Rifò nasce dal recupero e dalla rigenerazione di materiali tessili e porta avanti i principi delle 4R dell’economia circolare: Riduci, Riutilizza, Ricicla e Recupera. Ci spiega nel dettaglio come ci riuscite?
Il riciclo è sicuramente l’aspetto che ci caratterizza maggiormente, perché fa parte del DNA di Prato. Da oltre cento anni questa città è un punto di riferimento nella rigenerazione delle fibre tessili, e Rifò nasce proprio da questa tradizione, reinterpretandola in chiave contemporanea.
Nel tempo, però, abbiamo cercato di abbracciare tutti i principi dell’economia circolare. Oltre al riciclo, abbiamo sviluppato servizi di riparazione per prolungare la vita dei capi e iniziative di riuso attraverso la nostra piattaforma e-commerce, favorendo una seconda vita per gli indumenti già esistenti.
La nostra forza sta quindi nell’aver unito il patrimonio di competenze e conoscenze già presente sul territorio alla progettazione di nuovi modelli legati alla riparazione e al riuso. In questo modo riusciamo a dare applicazione concreta ai principi delle 4R — Ridurre, Riutilizzare, Riciclare e Recuperare — contribuendo a rendere il settore tessile più sostenibile e circolare.
Credit: Rifò – Processo riciclo
Negli ultimi anni la sostenibilità è diventata una parola molto usata anche nel fashion system. Ciò in realtà potrebbe creare dei problemi nella percezione di ciò che significa sostenibilità nel settore della moda e del tessile. Quanto secondo Lei si è realmente consapevoli di ciò che significa applicare la sostenibilità nel settore?
Negli ultimi anni il termine “sostenibilità” è stato utilizzato molto spesso, talvolta anche in modo eccessivo. In realtà, prima ancora che di sostenibilità, dovremmo parlare di buon senso.
Credo sia fondamentale recuperare un approccio più responsabile sia nella produzione sia nel consumo. Oggi stiamo utilizzando e sprecando risorse a un ritmo che non è più sostenibile e rischiamo di lasciare alle future generazioni un pianeta con possibilità sempre più limitate.
Per questo è importante comprendere che la sostenibilità non si esaurisce nell’utilizzo di materiali riciclati o nell’adozione di singole pratiche virtuose. Significa ripensare l’intero modello produttivo e i nostri comportamenti di consumo, facendo scelte più consapevoli e responsabili. In altre parole, sostenibilità significa avere il buon senso di utilizzare le risorse in modo equilibrato, producendo e consumando solo ciò che è realmente necessario.
Quanto è importante, quindi, ripensare il modo in cui i capi vengono progettati e prodotti?
Il tema centrale non è soltanto il riuso dei capi, ma l’intero modello con cui vengono progettati, prodotti e venduti. Utilizzare materiali riciclati o acquistare un capo di seconda mano è sicuramente positivo, ma da solo non basta a rendere il sistema sostenibile.
Se continuiamo a produrre molto più di quanto il mercato richieda realmente, il problema rimane. Pensiamo a un’azienda che produce 100 capi: se ne vengono acquistati solo 60 e, di questi, ne vengono utilizzati solo 10, siamo comunque di fronte a uno spreco di risorse.
Per questo è importante comprendere che la sostenibilità non riguarda solo il materiale di cui è fatto un prodotto, ma anche la quantità che viene prodotta, il modo in cui viene distribuito e il suo effettivo utilizzo. La vera sfida è costruire un sistema che riduca gli sprechi lungo tutta la filiera, non semplicemente sostituire un materiale con un altro.
Altro problema è quello che riguarda la trasparenza. Molti brand parlano di riciclo, ma spesso la filiera resta opaca. Quali strumenti servono per evitare il rischio di greenwashing?
Il greenwashing si verifica quando si comunica la sostenibilità senza che ci siano azioni concrete a supportarla. La sostenibilità, infatti, non è solo una certificazione o l’utilizzo di un materiale riciclato, ma un approccio che deve coinvolgere l’intera filiera. Per evitarlo servono maggiore trasparenza e la capacità di dimostrare con dati e fatti ciò che si dichiara. L’Unione Europea sta facendo molto per limitare il greenwashing, ma il rischio di un uso superficiale del concetto di sostenibilità è ancora presente.
A proposito di normative, che giudizio ha sull’EPR?
Stiamo ancora facendo alcune valutazioni per capire come applicarlo concretamente e quali effetti avrà sul settore. In linea generale, ritengo che l’EPR sia uno strumento utile, ma è ancora necessario chiarirne meglio alcuni aspetti operativi per consentire alle aziende di adottarlo in modo efficace.
Tornando a Rifò c’è stato un momento in cui ha pensato che il progetto potesse non funzionare? E ci dice anche qual è stato il primo segnale concreto che Le ha fatto capire che il mercato era pronto?
È una sfida continua: ci sono momenti in cui il progetto cresce molto bene e altri in cui, anche a causa del potere d’acquisto, si avverte maggiore difficoltà. Nel complesso, però, credo che sia un trend destinato a consolidarsi e crescere nel tempo.
Un primo segnale concreto di riscontro importante lo abbiamo avuto nel 2021, quando abbiamo fatto un salto significativo in termini di crescita e attenzione da parte del mercato. In quel periodo, soprattutto dopo il Covid, è aumentata la sensibilità delle persone verso il proprio impatto e questo ha dato una forte spinta ai nostri prodotti.
Nonostante si parli molto di attenzione all’ambiente il modello fast fashion e ultra fast fashion continua a crescere. Crede che il settore possa autoregolarsi oppure saranno necessarie normative europee più rigide?
Io sono per l’autoregolazione del settore, ma non può essere lasciata alla sola iniziativa delle imprese o dei consumatori. La vera leva è culturale: serve un investimento serio sull’educazione e sulla consapevolezza, che deve partire a livello statale ed europeo.
Non può essere relegata solo alla formazione privata, ma deve esserci un vero e proprio programma di educazione civica che aiuti a comprendere l’impatto delle proprie scelte di consumo. Solo così si può creare un cambiamento reale e duraturo, che coinvolga sia le aziende sia i cittadini.
A proposito di competenze, cultura e formazione, Rifò porta avanti anche un progetto sociale a cui Lei è particolarmente legato. Di cosa si tratta?
Sì, si tratta di un progetto di formazione professionale dedicato ai migranti vulnerabili, che si chiama “Nei Nostri Panni”. Ogni anno destiniamo a questa iniziativa l’1% del nostro fatturato complessivo, con l’obiettivo di rispondere a due esigenze fondamentali del distretto tessile.
Da un lato vogliamo contribuire a preservare e tramandare le competenze artigianali legate alle arti tessili, che rischiano di andare perdute a causa della difficoltà nel reperire nuove professionalità. Dall’altro intendiamo creare concrete opportunità di inserimento lavorativo per persone migranti presenti sul territorio, favorendone l’integrazione sociale e professionale.
Attraverso questo progetto cerchiamo quindi di coniugare la tutela del patrimonio manifatturiero locale con un impatto sociale positivo, formando nuove figure professionali e offrendo loro reali prospettive di crescita e inclusione.
In Italia esiste una tradizione tessile storica molto forte. Le voglio chiedere quanto ha influito il territorio nella nascita del progetto e quanto può diventare strategico il recupero dei distretti manifatturieri italiani nella transizione verso un’economia circolare?
Il territorio ha avuto un ruolo fondamentale nella nascita del progetto, perché in Italia esiste una tradizione tessile molto forte, soprattutto nei distretti manifatturieri come quello di Prato. Oggi però queste competenze rischiano di perdersi, ed è quindi essenziale valorizzarle e tramandarle attraverso programmi che incentivino e sostengano l’artigianato.
Come si possono sviluppare di più questi settori?
Per sviluppare ulteriormente questi settori è altrettanto importante investire in innovazione tecnologica e nell’evoluzione dei processi produttivi. Nel riciclo tessile, infatti, si utilizzano ancora spesso tecnologie datate: un loro aggiornamento permetterebbe di aumentare i volumi, migliorare l’efficienza e ottenere economie di scala, contribuendo anche a ridurre i costi.






















