Condividi questo articolo

Dall’arte come strumento di comunicazione alla dimensione culturale della sostenibilità: il progetto “Energia fatta ad Arte” e le nuove sfide della transizione energetica

A KEY – The Energy Transition Expo, l’energia è diventa visibile attraverso l’arte. Il progetto “Energia fatta ad Arte” di ENEA e Regione Emilia-Romagna ha coinvolto vari artisti under 40. Oggetti e tecnologie si sono trasformati in opere capaci di raccontare la sostenibilità. Un nuovo linguaggio per comunicare la transizione energetica tra emozione e innovazione.

Noi ne abbiamo parlato con l’architetto Antonio Disi, responsabile Laboratorio Strumenti per la promozione dell’efficienza energetica – Dipartimento Unità per l’Efficienza Energetica di ENEA

Come e perché nasce il progetto “Energia fatta ad Arte”?

Il progetto nasce nell’ambito di una collaborazione con la Regione Emilia-Romagna. Il Dipartimento Efficienza Energetica di ENEA supporta infatti Regioni, enti locali e istituzioni nazionali sui temi della comunicazione. Si tratta quindi di un’attività che rientra nelle nostre funzioni ordinarie, ma che in questo caso ci ha permesso di sviluppare un progetto sperimentale.

L’obiettivo era accompagnare e rafforzare le politiche regionali attraverso una forma di comunicazione capace di integrare non solo il logos e l’ethos, ma anche il pathos, una dimensione che spesso manca nella comunicazione tradizionale.

Abbiamo quindi immaginato un percorso di alfabetizzazione sull’energia che potesse avvalersi anche del contributo delle discipline artistiche e delle scienze umane, strumenti fondamentali per interpretare la realtà e suscitare emozioni. Se, per esempio, utilizziamo la musica per educare all’ascolto e l’arte per educare allo sguardo, allora è proprio attraverso l’arte che possiamo osservare e comprendere i cambiamenti in atto.

Nella foto: Antonio Disi, responsabile Laboratorio Strumenti per la promozione dell’efficienza energetica – Dipartimento Unità per l’Efficienza Energetica di ENEA

Allo stesso tempo, era necessario coinvolgere anche il mondo della tecnica. Per questo abbiamo chiesto alle aziende di mettere a disposizione alcune tecnologie, con l’obiettivo di svelarne il contenuto energetico “nascosto”. Abbiamo quindi raccolto queste tecnologie, lanciato un bando rivolto ad artisti under 40 e chiesto loro di interpretare e raccontare l’energia racchiusa in esse. Gli artisti hanno presentato dei bozzetti, successivamente selezionati, e le opere finali sono state realizzate ed esposte in occasione di Key Energy.

Il passo successivo sarà trasformare queste opere in strumenti attivi di comunicazione, da utilizzare in contesti diversi, ad esempio museali, per stimolare curiosità ed emozioni nei cittadini rispetto al tema dell’energia. Prevediamo inoltre di utilizzarle nell’apertura degli Stati Generali dell’Energia della Regione Emilia-Romagna e di portare il progetto oltre i confini regionali, con l’obiettivo di partecipare anche alla Design Week.

Credit: ENEA – Due delle opere del progetto “Energia fatta ad Arte” esposte durante KEY – The Energy Transition Expo

Tutto questo ci consentirà di aprire nuovi spazi di dialogo e, soprattutto, di testare l’efficacia di un approccio comunicativo basato sulla dimensione emozionale. La transizione energetica non riguarda solo l’adozione di nuove tecnologie, ma implica un cambiamento più profondo, culturale e collettivo.

Come si riflette questo aspetto nel progetto e quale è stata la risposta dei protagonisti?

Il progetto nasce proprio con l’intento di tenere insieme queste due dimensioni. Abbiamo lavorato in modo significativo sulla dimensione culturale dell’energia, utilizzando strumenti che provengono dal design, dall’arte e dalle discipline umanistiche.

Le aziende hanno risposto molto positivamente a questa proposta, così come gli artisti, che si sono confrontati con un tema, quale quello dell’energia, raramente centrale nelle loro pratiche. Tradizionalmente, infatti, l’arte si è occupata di questi temi soprattutto attraverso il riuso e il riciclo dei materiali.

In passato avevamo già promosso una mostra al MAXXI di Roma sul tema del blackout, ma più in generale l’arte tende spesso a rappresentare scenari catastrofici o tragici. Questo approccio riflette una modalità diffusa anche nella comunicazione sul cambiamento climatico, che spesso insiste su narrazioni negative.

In questo caso, invece, gli artisti sono stati chiamati a proporre una visione diversa, capace di trasmettere un messaggio positivo e costruttivo.

Come Dipartimento ENEA, quali sono le principali attività che state portando
avanti?

Il Dipartimento svolge le funzioni di Agenzia Nazionale per l’Efficienza Energetica e ha come missione quella di accompagnare questi temi sia dal punto di vista tecnologico e della ricerca istituzionale, sia sul piano della comunicazione.

Il laboratorio che coordino nasce proprio con questo obiettivo. Attualmente stiamo portando avanti un programma triennale previsto dal decreto di recepimento della Direttiva 102, che affida a ENEA il compito di promuovere e raccontare l’efficienza energetica.

Siamo giunti al terzo ciclo triennale e, nel corso di questo percorso, abbiamo sviluppato esperienze particolarmente interessanti. Oltre alle attività di informazione e comunicazione, abbiamo infatti lavorato su progetti verticali: in questo momento, ad esempio, stiamo sviluppando iniziative legate al teatro e ai temi della disabilità.

Parallelamente alla collaborazione con la Regione Emilia-Romagna, stiamo supportando anche amministrazioni comunali nel rafforzamento delle competenze comunicative. Ci siamo resi conto, infatti, che è fondamentale aiutare gli interlocutori a formulare domande di qualità: solo a partire da domande di livello elevato è possibile ottenere risposte adeguate anche da parte del mercato.

Svolgiamo inoltre attività di formazione e supporto alle scuole. Il laboratorio è composto da figure con background differenti — filosofi, psicologi sociali, antropologi — proprio per garantire un approccio multidisciplinare nella costruzione di messaggi efficaci.

Sostenibilità, economia circolare, efficienza energetica e rigenerazione territoriale: come si integrano questi temi e come vengono percepiti dalle nuove generazioni?

Viviamo in un sistema estremamente complesso e caratterizzato da una forte accelerazione. Le nuove generazioni, in questo contesto, faticano spesso a immaginare il futuro, mentre sarebbe fondamentale educarle proprio a questa capacità.

Oggi, infatti, si tende più a fornire risposte che a insegnare a porre domande e a costruire visioni. Sempre più giovani scelgono percorsi formativi brevi, come gli ITS, con la consapevolezza che le tecnologie su cui si stanno formando potrebbero cambiare nel giro di pochi anni.

Rendere visibili e concreti i temi della sostenibilità, coinvolgere attivamente i giovani nei processi di cambiamento, può aiutarli a sviluppare una maggiore consapevolezza. L’eccessiva complessità e velocità rischiano infatti di compromettere la nostra capacità di comprendere la realtà.

Per questo è necessario adottare metodi razionali che permettano di semplificare senza banalizzare, anche sul piano della comunicazione. È fondamentale insegnare a pensare il futuro e a interpretare il sistema come complesso e interconnesso. Le città rappresentano, in questo senso, luoghi privilegiati in cui queste dinamiche possono essere osservate e sperimentate.

Parlare di contesti lontani, come l’Antartide o il Polo Nord, è molto più difficile rispetto a costruire una riflessione concreta sul rapporto tra mondo naturale e mondo artificiale. È facile evocare un’idea ideale di ambiente, ma poi emergono resistenze quando interventi come l’installazione di una pala eolica incidono su un territorio specifico.

Questo accade perché non siamo stati educati a vivere in un sistema complesso e in un ambiente artificiale che noi stessi abbiamo costruito. L’ecologia, invece, si pratica soprattutto nelle città, nei contesti in cui viviamo quotidianamente. La natura resta una risorsa fondamentale, ma anche uno stimolo per comprendere la circolarità dei processi.

In questo senso, la tecnologia non può essere pensata come uno sviluppo lineare orientato esclusivamente al futuro: deve invece incorporare una logica di ritorno, capace di chiudere i cicli e di integrare pienamente i principi della sostenibilità.

Condividi questo articolo