- 05/05/2026
- Simone Martino
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Sostenibilità, dissesto idrogeologico e futuro dell’agricoltura italiana tra innovazione e divulgazione. Il ruolo dell’Accademia Nazionale di Agricoltura
L’agricoltura italiana è oggi al centro di trasformazioni profonde, tra sostenibilità, cambiamenti climatici e nuove sfide legate alla comunicazione e alla percezione pubblica. In un contesto frammentato, tra istituzioni, discipline scientifiche e opinione pubblica, diventa fondamentale costruire un dialogo più chiaro e basato su evidenze.
Ne abbiamo parlato con il Prof. Federico Magnani – Presidente dell’Accademia Nazionale di Agricoltura
Quali sono le priorità della nuova Presidenza e quale ruolo possono svolgere oggi le Accademie nel contesto scientifico, culturale e sociale contemporaneo?
Cominciamo col ruolo delle Accademie, che deve essere quello di stimolare un dibattito aperto, non schierato e a tutto tondo. Viviamo in un mondo frammentato e le Accademie possono e devono contribuire a superare questo problema, che è serio. La ricerca è frammentata in tante discipline di dettaglio e si perde spesso la prospettiva generale e il collegamento con le applicazioni pratiche – nel nostro caso gli agricoltori.
Le istituzioni sono frammentate, verticalmente (Bruxelles, Roma, le Regioni, gli Enti locali…) ma soprattutto per competenze (agricoltura, foreste, ambiente, urbano…) mentre i problemi da affrontare sono trasversali. Soprattutto, l’opinione pubblica è frammentata in gruppi culturali e di interesse – spesso isolati in bolle su media e social media – che non comunicano e diffidano gli uni degli altri.
L’Accademia deve aiutare la discussione serena fra tutti questi attori e riportare poi i risultati verso l’esterno, verso l’opinione pubblica, il mondo agricolo e i decisori. Il nostro programma quindi lo possiamo riassumere in tre parole: discussione, riferimento, divulgazione.
L’agricoltura è spesso oggetto di comunicazione distorta e fake news: da cosa nasce questa difficoltà di comprensione e quale contributo può offrire l’Accademia per promuovere un’informazione più corretta e basata su evidenze scientifiche?
Divulgazione, appunto. L’agricoltura viene spesso percepita dagli italiani in modo falsato e irrealistico. Si tende ad idealizzare l’agricoltura del passato, in una prospettiva bucolica che esalta oggi l’agricoltura eroica come l’esempio da seguire; si mette all’indice invece l’agricoltura italiana moderna, come fonte di veleni e di degrado.
Ora, se è vero che a volte anche in Italia si fa un uso eccessivo di pesticidi e fertilizzanti, in genere però la nostra agricoltura ha un impatto sull’ambiente molto inferiore a quello di altri modelli anche su scala europea – e ne sconta le conseguenze in termini di costi maggiori. E soprattutto la nostra agricoltura è alla base di quelle produzioni locali – spesso certificate – di cui siamo fieri e che stanno dietro alla qualità del cibo italiano e del nostro agroalimentare. È nostra responsabilità divulgare e formare su questo il vasto pubblico, anche in collaborazione con altre Istituzioni attive nella divulgazione e nella formazione permanente.
Alla luce dei recenti eventi che hanno colpito l’Emilia-Romagna, qual è la posizione dell’Accademia sul tema del dissesto idrogeologico e quali strategie ritiene prioritarie per la sua mitigazione?
Purtroppo il nostro Paese è da sempre esposto al problema del dissesto idrogeologico: erosione e frane in montagna, alluvioni in pianura. L’agricoltura è la prima a pagarne le conseguenze, con danni non solo immediati. Tanto è stato fatto nell’ultimo secolo, fin dalla Legge Serpieri del 1923 e quella del 1933 sulla bonifica integrale, che già contenevano l’idea che per proteggere la pianura bisogna fare prevenzione e manutenzione non solo su argini e alvei ma anche in montagna.
Passato il momento dell’emergenza, su questo dobbiamo lavorare: prevenzione e manutenzione per ridurre il rischio, che tende invece ad aumentare per il cambiamento climatico in atto. La sfida è ancora la stessa: politiche e pianificazione che non siano settoriali ma riguardino tutto il territorio. Come abbiamo detto, l’Accademia può dare un contributo in questo.
Il tema della mitigazione ci porta anche a parlare di sostenibilità che oggi è diventata una parola chiave, ma cosa significa concretamente per chi fa agricoltura? E quali sono gli ostacoli principali alla sua reale applicazione?
La sostenibilità ha tre gambe: ecologica, economica e sociale. L’agricoltura deve fare certamente uno sforzo per ridurre la sua impronta ecologica, riducendo dove possibile i trattamenti e proteggendo i suoli, favorendo il biologico e l’agricoltura rigenerativa, preservando habitat e paesaggi. Tutti dobbiamo ricordare che questi servizi ecosistemici comportano un costo rispetto ad altri competitori su scala globale e sarebbe quindi opportuno remunerarli, con le misure della PAC (la Politica Agricola Comunitaria) ma non solo. Anche perché non dobbiamo dimenticare le altre due gambe della sostenibilità: se i conti economici non tornano, l’agricoltura italiana non reggerà la competizione e non garantirà più il paesaggio italiano. E il danno ambientale non scomparirà, si sposterà solo altrove nel mondo, molto peggiore.
L’Appennino e le aree montane attraversano oggi una fase di forte criticità: quali azioni ritiene necessarie per la loro tutela e valorizzazione?
Tipicità, innovazione e servizi. L’Appennino è spesso sede di filiere tipiche e di qualità, che dobbiamo valorizzare e certificare. Ma dobbiamo ricordare che le produzioni tradizionali vanno coniugate con l’innovazione – tecnologica, di processo, di mercato – perché dobbiamo conservare trasformando. Per fare un esempio, la viticoltura non è più quella di 100 anni fa, il paesaggio della collina è cambiato ma conserva ancora la sua bellezza. Ma è indispensabile garantire all’Appennino la giusta base di infrastrutture e servizi, soprattutto se vogliamo incentivare le nuove generazioni: internet veloce ma anche autobus e asili, facendo collaborare le diverse Amministrazioni.
Altro argomento fondamentale per l’agricoltura è quello dell’applicazione dei principi di economia circolare. Quanto è davvero applicata oggi e su cosa siamo ancora in ritardo?
Una volta si diceva che del maiale non si butta nulla. Dobbiamo riscoprire questa saggezza antica, con filiere a cascata che valorizzino le materie prime vergini per le filiere di valore e gli scarti e il riciclo per le altre. Gli esempi virtuosi ci sono, supportati anche dalla missione “Agricoltura sostenibile ed economia circolare” del PNRR.
In prospettiva è di particolare interesse l’uso di sottoprodotti o waste per biofertilizzanti, bioplastiche e biopesticidi da utilizzare in agricoltura, oltre al riutilizzo dei nutrienti presenti nelle deiezioni zootecniche e della produzione di bioenergia. Uno dei problemi fondamentali, invece, è come chiudere il cerchio fra agroalimentare e agricoltura, non facile quando le catene di approvvigionamento non solo locali ma globali.
Ascolta qui il podcast: ProsperA
Un’altra criticità è legata alla normativa, che talvolta qualifica gli scarti come rifiuti, rendendone problematico l’utilizzo in agricoltura. Molto rimane ancora da fare, anche nel settore agroalimentare e nella lotta allo spreco di cibo. Vi invito a leggere al riguardo il bel libro “Contro lo spreco. Cibo, valore, futuro” del nostro Accademico Prof. Andrea Segrè. Innovazione, lotta allo spreco e circolarità devono essere le nostre parole d’ordine per il futuro.
Come si articolano i rapporti con le istituzioni territoriali e quali sono i principali progetti e obiettivi dell’Accademia per il futuro?
L’Accademia è radicata sul territorio e ha uno stretto rapporto di collaborazione con le istituzioni, che voglio ringraziare per l’attivo supporto: dal Ministero che ha riconosciuto come Centro Nazionale per la Biodiversità il castagneto di Granaglione che seguiamo per la Fondazione Carisbo, ai Carabinieri Forestali che ci supportano in tante attività di divulgazione e formazione, insieme alla Regione e alle altre Fondazioni bancarie; senza dimenticare l’Alma Mater e le altre Università.
Come vedete, il ruolo dell’Accademia è proprio di aiutare a mettere a sistema tutti questi attori, aiutandoli a collaborare – un compito non sempre facile! Diverse le altre iniziative che abbiamo in cantiere: sul dissesto idrogeologico e la pianificazione, sulle filiere del territorio, sui crediti volontari di carbonio e di biodiversità, sul suolo. Un calendario ricco e impegnativo.

















