- 25/05/2026
- Simone Martino
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Crisi climatica, energia e negazionismo: cosa sta cambiando davvero, perché ci riguarda tutti e quali scenari ci attendono
Dalla fisica dell’effetto serra alla transizione energetica, dall’economia circolare ai rischi del negazionismo climatico, fino alle grandi sfide sociali e geopolitiche, il cambiamento climatico non è più una questione lontana o astratta: riguarda il nostro presente, il nostro modello economico e il futuro delle prossime generazioni.
Ne abbiamo parlato con Giovanni Di Nicola, fisico e professore presso l’Università Politecnica delle Marche, autore del libro “Conversazioni sul Clima”, edito da Collana EC@FUTURO.
Perché nasce Conversazioni sul clima?
Il libro nasce da anni di incontri con studenti, cittadini, tecnici e persone molto diverse tra loro durante seminari, lezioni e incontri pubblici sul cambiamento climatico.
Durante questi incontri mi sono accorto che, al di là delle opinioni e delle sensibilità personali, tornavano sempre le stesse domande: come funziona davvero l’effetto serra? Perché i gas serra sono così importanti? Quanto c’è di scientifico e quanto di ideologico nel dibattito pubblico?
Da qui è nata l’idea del libro: non un manuale accademico, ma il proseguimento ideale di un dialogo, con l’obiettivo di fornire strumenti per orientarsi in una delle questioni più importanti del nostro tempo.
Il libro offre un viaggio attraverso le dimensioni del cambiamento climatico. Qual è, secondo lei, la principale?
Io credo che la dimensione più importante del cambiamento climatico sia quella umana e sociale. Nei prossimi decenni dovremo affrontare problemi enormi legati alla scarsità d’acqua, alla desertificazione e alla perdita di territori abitabili. Questo significherà inevitabilmente migrazioni di massa da aree del pianeta dove vivere diventerà sempre più difficile, se non impossibile.
Spesso si dice “salvare il pianeta”, ma in realtà la Terra continuerà a esistere comunque. La vita sulla Terra continuerà ad adattarsi, come ha sempre fatto nel corso della storia geologica. A essere realmente a rischio è soprattutto la nostra civiltà, il nostro equilibrio economico e sociale, la capacità dell’essere umano di vivere in determinate condizioni ambientali.
Dall’elettrificazione alle fonti rinnovabili, qual è la strada per il futuro dell’energia?
Credo che la strada per il futuro dell’energia passi inevitabilmente attraverso tre parole chiave: elettrificazione, efficienza e rinnovabili. Oggi gran parte delle emissioni deriva dal modo in cui produciamo e utilizziamo energia: trasporti, riscaldamento, industria. Per questo il primo passo è ridurre il più possibile l’uso diretto dei combustibili fossili, sostituendoli con sistemi elettrici sempre più efficienti.
Naturalmente l’elettrificazione da sola non basta: l’elettricità deve essere prodotta sempre più da fonti rinnovabili, come solare, eolico, idroelettrico e geotermico. La vera sfida sarà quindi costruire un sistema energetico integrato, capace di accumulare energia, gestire le reti intelligenti e garantire continuità anche quando le fonti rinnovabili non producono.

Foto: Prof. Giovanni Di Nicola
Noi stiamo vivendo una crisi climatica. Ma la crisi climatica offre anche un’opportunità?
Assolutamente sì. Nel libro si sottolinea proprio questo aspetto. Nel senso che noi abbiamo la grande possibilità di rilanciare l’economia con le rinnovabili, trovando nuovi posti di lavoro. I giapponesi ci insegnano che l’ideogramma della parola crisi contiene l’ideogramma opportunità. E io sono assolutamente convinto che ne usciremo e le rinnovabili aiuteranno a rilanciare l’economia occidentale.
Come l’economia circolare avrà un ruolo fondamentale in questo?
L’economia circolare avrà un ruolo fondamentale perché il problema climatico non riguarda soltanto come produciamo energia, ma anche quanto materiale ed energia consumiamo per sostenere il nostro modello economico. Per decenni abbiamo seguito un modello lineare: estrarre, produrre, consumare e buttare. Un sistema che richiede enormi quantità di risorse e genera emissioni continue.
È necessario un cambio di prospettiva e nel libro cito il settore tecnologico e la fast fashion come esempi: allungare il ciclo di vita dei prodotti può avere effetti enormi sia sul consumo di energia sia sulle emissioni complessive.
Resto fermamente convinto però che il punto centrale sia soprattutto culturale, come ben sottolineato nella post-fazione del Prof. Mauro Gallegati: l’economia circolare ci obbliga a superare l’idea che la crescita possa basarsi su un consumo infinito di risorse in un pianeta finito. In questo senso non rappresenta soltanto una strategia ambientale, ma un cambiamento profondo del nostro modo di produrre, consumare e misurare il benessere.
Nel libro vengono smontati alcuni miti e negazionismi, ci dice quale di essi è quello che rende maggiormente difficile la comprensione dell’importanza dell’agire oggi?
Credo che il negazionismo più pericoloso oggi non sia quello estremo, di chi nega completamente il cambiamento climatico, ma quello più sottile dei minimizzatori. Frasi come “il clima è sempre cambiato” oppure “in passato ha fatto anche più caldo” contengono infatti una parte di verità scientifica, ma vengono utilizzate fuori contesto.
Il vero problema non è il fatto che il clima cambi, ma la velocità con cui lo sta facendo oggi. In passato le grandi trasformazioni climatiche richiedevano migliaia o milioni di anni; oggi stiamo modificando il sistema climatico nel giro di pochi decenni.
Questo tipo di narrazione è particolarmente insidiosa perché trasmette l’idea che ciò che stiamo vivendo sia normale e inevitabile, riducendo la percezione dell’urgenza. E quando si perde il senso dell’urgenza, si rimanda l’azione. A questo proposito, mi viene in mente la metafora della rana bollita attribuita a Noam Chomsky, che ben descrive la difficoltà dell’essere umano nel percepire un pericolo che cresce lentamente nel tempo.
Nel libro cerco proprio di mostrare, attraverso dati scientifici e ricostruzioni storiche, che la differenza fondamentale tra il passato e il presente è la rapidità del cambiamento e la sua origine antropica.
Attraverso Conversazioni sul Clima si cercano di delineare gli scenari futuri. Si fa riferimento per esempio alle varie Cop. Ad agosto ci sarà la Cop17 il cui tema è “Restoring Land, Restoring Hope” (Ripristinare la terra, ripristinare la speranza). Come giudica i risultati delle Cop precedenti e quali risultati dobbiamo aspettarci dalla Cop 17?
Il limite principale delle COP è evidente: la distanza tra gli impegni dichiarati e le azioni concrete. Negli ultimi decenni le emissioni globali hanno continuato a crescere e spesso i negoziati si sono scontrati con interessi economici, energetici e geopolitici molto divergenti.
La Cop17 dedicata alla desertificazione e al degrado del suolo, con il tema “Restoring Land, Restoring Hope”, affronta un aspetto fondamentale della crisi climatica: il rapporto tra territorio, agricoltura, acqua e stabilità sociale. Oggi il suolo non è solo una questione ambientale, ma anche economica e geopolitica. Quando la terra si degrada aumentano povertà, migrazioni forzate e conflitti per le risorse. Mi aspetto quindi una COP molto centrata su resilienza, gestione sostenibile del territorio e adattamento ai cambiamenti climatici, più che su grandi annunci simbolici.
Lei scrive che il clima non è una questione di opinioni ma di fisica. Perché allora è così difficile comunicarlo?
Perché oggi il cambiamento climatico non si confronta soltanto con la scienza, ma anche con il modo in cui l’informazione circola. Sui social tutto tende a diventare rapido, semplificato e polarizzato: argomenti molto complessi vengono spesso ridotti a slogan, frasi ad effetto o contrapposizioni ideologiche. In questo contesto, una falsa informazione semplice da capire può diffondersi molto più velocemente di una spiegazione scientifica rigorosa.
La fisica dell’effetto serra, in realtà, è nota da oltre un secolo ed è relativamente semplice da spiegare. La parte difficile è comunicare le conseguenze economiche, sociali e culturali di questa crisi senza trasformare il dibattito in uno scontro ideologico. Credo che oggi la vera sfida della divulgazione sia proprio questa: restituire complessità senza perdere chiarezza.



















