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Porti, autorizzazioni, incentivi, investimenti, occupazione, ricerca e Mezzogiorno. L’eolico offshore, nella sua visione, non è soltanto una questione energetica. È una partita industriale che l’Italia può vincere — se decide di giocarla fino in fondo.

Abbiamo il mare, abbiamo il vento, abbiamo competenze industriali. Eppure i grandi parchi eolici offshore in Italia faticano ancora a trasformarsi da progetti sulla carta a cantieri veri.

Ne abbiamo parlato con Fulvio Mamone Capria, presidente di Aero, che ha analizzato le potenzialità dell’eolico offshore in Italia e le criticità da superare per far sì che da opportunità non si trasformi in rimpianto.

L’Italia ha un enorme potenziale nell’eolico offshore, ma tra quello che potremmo fare e quello che abbiamo effettivamente realizzato c’è ancora una distanza enorme. Qual è oggi il vero collo di bottiglia?

Dal nostro punto di vista, c’è stata una certa timidezza da parte del Governo nel comprendere fino in fondo le potenzialità economiche, strategiche e occupazionali dell’eolico offshore e dei tanti progetti presentati in Italia. Ci si è fermati, infatti, alla preoccupazione per il costo dell’incentivo destinato a una tecnologia innovativa come la nostra.

Ma quello che è successo più di vent’anni fa con eolico e fotovoltaico ci insegna qualcosa. Per trasformare una tecnologia nuova in una vera realtà industriale e di mercato bisogna sostenerla nella fase iniziale. Eolico e fotovoltaico hanno avuto gli incentivi dei vari Conti Energia. È anche grazie a quel sostegno che sono riusciti a crescere e a raggiungere una posizione di mercato.

Lo stesso ragionamento, secondo noi, vale oggi per tecnologie come l’eolico offshore, il fotovoltaico galleggiante o il geotermico di una certa potenzialità. Se vogliamo che arrivino sul mercato, dobbiamo accompagnarle nella fase iniziale.

Poi c’è il tema della tariffa. Quella definita dal Governo per l’eolico offshore è di 185 euro per megawattora, un valore un po’ più alto dell’attuale costo medio dell’energia.

Questo ha creato una certa preoccupazione perché il Governo non ha saputo narrare che nel 2031-2032, i vecchi sussidi alle rinnovabili onshore, attraverso gli oneri di sistema, termineranno e una famiglia media italiana si troverà a sostenere solo il costo di circa un euro al mese per avere questa filiera dell’eolico offshore.

Il problema è che ci siamo concentrati su quell’euro al mese, senza considerare i circa tre euro al mese (come  fattore moltiplicatore) che, secondo i più recenti studi, questa operazione può portare al Paese in termini di benefici economici.

Alla fine, il vero collo di bottiglia è proprio questo: non aver saputo valutare e coordinare adeguatamente costi e benefici di un’operazione che altri Paesi stanno realizzando molto meglio di noi.

Un investitore internazionale oggi si fida dell’Italia? Autorizzazioni, regole, incentivi e tempi sono fondamentali quando sul tavolo ci sono miliardi di euro. Chi vuole investire nell’eolico offshore italiano oggi trova un quadro abbastanza stabile oppure l’incertezza continua a frenare i progetti?

Il quadro regolatorio è ancora un po’ frammentato, ma questo dipende anche dalla particolarità dell’eolico offshore. Dovendo realizzare impianti e, in alcuni casi, posizionarli oltre le 12 miglia, quindi in acque internazionali, entrano in gioco anche i rapporti con i Paesi frontalieri. E non sempre è tutto molto chiaro.

Con alcuni abbiamo dei contenziosi: penso all’Algeria, a Malta e ad altri Paesi con i quali non abbiamo ancora chiuso degli accordi o ci sono contenziosi. Servirebbero zone economiche esclusive, anche nelle aree a sud della Sicilia, innanzitutto per tornare a essere veri competitor nei nostri mari.

Il secondo tema, ancora più importante, è l’incertezza sul FER2, il decreto che dovrebbe sostenere la filiera. È stato approvato con un potenziale complessivo di 4,6 gigawatt, di cui 3,8 dedicati all’eolico offshore.

Se la prima asta FER2 fosse partita nel 2025, probabilmente alla fine del 2030 avremmo potuto collegare alla rete i primi 2, 3 gigawatt, tenendo presente che nel 2025 erano già stati autorizzati quattro parchi eolici offshore e oggi ce ne sono diversi altri che si stanno aggiungendo.

Capisce la preoccupazione dell’investitore internazionale? Chi ha già investito decine di milioni di euro nei progetti vuole sapere quando le cose succederanno.

E qui torna quel meccanismo tipicamente italiano: facciamo fatica a dare concretezza ai progetti e a rispettare i tempi quando un investitore internazionale decide di mettere soldi nel nostro Paese.

E questo non vale soltanto per l’eolico offshore. Vale per tanti altri settori industriali.

E se domani partissero tutti i progetti? Avremmo i porti per costruirli? Ecco il punto: possiamo autorizzare tutti i parchi che vogliamo, ma se poi non abbiamo porti, navi, componentistica e capacità produttiva rischiamo di costruire l’eolico offshore italiano… fuori dall’Italia. È questo il rischio?

È esattamente quello che stiamo dicendo al Governo.

Bene andare avanti con le autorizzazioni e con il FER2, ma dobbiamo farlo contemporaneamente con la costruzione della filiera industriale. Oggi la nostra rete portuale è ancora carente.

Se domani mattina dovessimo realizzare una parte dei galleggianti o assemblare una torre eolica, forse solo Piombino potrebbe offrire una base logistica per alcune operazioni. E questo non basta.

Taranto e Augusta, e successivamente Brindisi e Civitavecchia, potrebbero diventare le nostre principali aree logistiche. Ma bisogna attrezzarle. Le banchine devono essere rafforzate per sostenere pesi straordinari. Le aree logistiche devono essere ampliate per poter ospitare questi enormi galleggianti quando vengono costruiti e preparati.

Poi c’è il problema dei fondi.

Il rallentamento nell’erogazione delle risorse per Taranto e Augusta e il dimezzamento di quei 78 milioni di euro che più di un anno fa erano stati promessi alle due Autorità portuali lascia l’amaro in bocca.

Perché mentre noi discutiamo, gli altri si stanno muovendo. La Francia ha già realizzato da anni i porti necessari per costruire gli impianti offshore. La Spagna sta investendo 212 milioni di euro per sviluppare l’eolico offshore e la relativa infrastruttura portuale.

E noi pensiamo di diventare protagonisti nel Mediterraneo con 40 milioni? Non è possibile.

Se domani mattina le imprese dovessero prenotare attività industriali per costruire questi enormi manufatti, i nostri soci dovrebbero bussare alla porta dei francesi o di qualche Paese extraeuropeo.

Ed è questa la vera carenza di visione strategica del nostro Paese. Rischiamo, come è già accaduto con l’automotive e con altri settori, di perdere un’occasione che è più unica che rara.

E qui entra in gioco il Mezzogiorno. L’eolico offshore può diventare molto più di una fonte di energia. Può essere una nuova piattaforma industriale per il Sud. Che cosa potremmo davvero costruire qui?

È una delle grandi occasioni che il Mezzogiorno ha davanti.

Abbiamo già competenze ingegneristiche, cantieristica navalmeccanica, siderurgia, metallurgia, trasporti e logistica. Possiamo trasformare tutto questo in una grande operazione occupazionale.

E possiamo anche recuperare una parte della forza lavoro oggi in cassa integrazione. Penso ai lavoratori dell’ex Ilva e di altri grandi complessi industriali, anche legati all’automotive. Se ci muoviamo subito, queste persone possono essere formate e indirizzate verso questa nuova sfida nelle aree portuali del Sud.

Attraverso lo studio “Il ruolo strategico dell’eolico offshore nella competitività del Paese” realizzato pochi mesi fa da Intesa Sanpaolo, Politecnico di Bari, Politecnico di Torino, Prometeia e OWEMES sono stati analizzati i numeri. Lo studio dice che, al 2050, ipotizzando 20 gigawatt sulle attuali richieste di connessione, che superano i 70 gigawatt, il valore della produzione attivata sarebbe di 129 miliardi di euro. Di questi, 56 miliardi sarebbero valore aggiunto sviluppato dalla filiera dell’eolico offshore, circa il 3% del PIL italiano.

E parliamo di 800 mila occupati al 2050 in termini di unità di lavoro standard. Guardando soltanto ai 3,8 gigawatt del FER2, abbiamo almeno 11 mila occupati, soprattutto nel Mezzogiorno. Il grosso sarà sul galleggiante. 

Se arrivassimo a 20 gigawatt, per i prossimi 23-24 anni avremo la possibilità di trasferire una parte dei lavoratori in cassa integrazione in questo nuovo comparto, assumere nuovi professionisti e nuovi operatori e creare nuove competenze.

E non parlo soltanto di operai e profili metalmeccanici. Serviranno giovani laureati, ingegneri, tecnici, ricercatori e nuove professionalità.

Questo può permettere all’Italia di recuperare una centralità nel Mediterraneo. Perché dopo aver realizzato i progetti italiani, la partita più interessante sarà andare a sostenere lo sviluppo di questi progetti nei Paesi che abbiamo intorno. Abbiamo l’Adriatico, l’Africa, la Spagna. Ci sono enormi possibilità di creare sinergie.

La strada è sviluppare quante più rinnovabili possibile. Perdere questa occasione significherebbe, per noi, rischiare di far sprofondare il Sud in una crisi ancora più profonda di quella che abbiamo già davanti agli occhi.

Ma quanto è davvero “circolare” un parco eolico offshore? Acciaio, cemento, cavi, materiali compositi: l’eolico offshore muove una quantità enorme di materiali. Possiamo davvero parlare di economia circolare o siamo ancora concentrati soprattutto sulla costruzione?

La circolarità è nel cuore delle imprese che stanno sviluppando l’eolico offshore. L’obiettivo è arrivare a una riciclabilità quasi totale dei materiali utilizzati. Per acciaio, cemento e cavi non abbiamo particolari preoccupazioni: rappresentano circa il 75% dell’opera e il recupero e il riciclo sono processi industriali ormai consolidati.

Il vero tema sono le pale. Anche qui, però, negli ultimi dieci anni è stato fatto un lavoro importante e la ricerca continua. Grandi costruttori come Vestas e Siemens Gamesa stanno lavorando sulla riciclabilità delle pale e sul loro fine vita, anche attraverso resine di nuova generazione.

Oggi esistono materiali, anche in vetroresina, che possono essere riutilizzati per alcuni manufatti nel settore del cemento. Ma noi dobbiamo puntare all’eccellenza. E qui entra in gioco la ricerca. Parliamo di pale enormi, con turbine da 12 e 15 MW. Ma il settore sta diventando sempre più performante.

Io penso che nei prossimi anni potremo passare dall’attuale 85-90% di riciclabilità dell’intero processo di filiera a una percentuale vicina al 99%. Sono molto ottimista. E abbiamo università, politecnici e centri di ricerca che possono lavorare insieme per fare di questa una grande eccellenza italiana e mediterranea.

Il mare può diventare uno spazio condiviso? Uno dei nodi più delicati è la convivenza con pesca, turismo, navigazione ed ecosistemi. Possiamo immaginare un parco offshore non come qualcosa che “arriva” sul mare, ma come parte di una nuova pianificazione?

Le nostre imprese si sono mosse per anni senza una vera pianificazione spaziale marittima che individuasse, come avviene in altri Paesi europei, le aree dove sviluppare l’eolico offshore.

Ci siamo quindi dovuti autogestire. E abbiamo dovuto spendere molti soldi per capire quali fossero le aree più idonee e compatibili dal punto di vista ambientale.

In altri Paesi europei funziona diversamente: è lo Stato che ti dice dove puoi realizzare un progetto e mette a gara quell’area. Adesso il Governo sta cercando di recuperare terreno e di riportare un minimo di organizzazione e pianificazione. L’importante sarà salvaguardare le tante richieste già avviate.

Con la pesca, per esempio, il confronto è fondamentale. Ci sono aree che vengono utilizzate dai pescatori e quindi bisogna capire quale sarebbe il possibile danno effettivo derivante dall’occupazione di alcune centinaia di chilometri quadrati di mare.

Noi abbiamo avviato un confronto con le associazioni della pesca proprio per questo. Non soltanto per parlare di eventuali compensazioni, ma per capire se questi parchi possano addirittura creare nuove opportunità.

Secondo alcuni dei nostri migliori biologi marini, del CoNISMa e della Stazione Zoologica Anton Dohrn, un’area di eolico offshore che diventa area di fermo pesca può favorire la ricreazione di habitat ormai compromessi nel Mediterraneo.

E possiamo immaginare acquacoltura e molluschicoltura per integrare il reddito dei pescatori. Oppure nuove attività durante il fermo pesca: monitoraggio ambientale, sicurezza e altri servizi.

Sul turismo sono molto più tranquillo. La maggior parte dei parchi si trova a 10-12 miglia dalla costa: parliamo di circa 20 chilometri dalla spiaggia. A quella distanza sono poco percepibili. E producono energia pulita.

Ci preoccupiamo di una pala a 20 chilometri dalla costa, mentre nei nostri mari passano petroliere e navi piene di gas. E un incidente potrebbe mettere a rischio per anni le coste più belle del Salento, della Calabria, della Sicilia o della Sardegna.

La transizione energetica si fa con equilibrio. I progetti devono utilizzare le migliori tecnologie per ridurre al minimo l’impatto sui fondali, sulle specie marine e sugli uccelli. Questo deve essere valutato con criteri tecnici e scientifici. Noi dobbiamo allontanarci dalle fonti fossili e lo possiamo fare soltanto con un mix di rinnovabili.

E anche sul paesaggio, a quella distanza dalla costa, riteniamo che l’impatto sia assolutamente molto contenuto.

Inoltre ritengo che un turista che arriva dalla Germania, dai Paesi Bassi, dal Regno Unito e vede che davanti alla costa si produce energia pulita, come già accade nei loro Paesi, potrebbe vedere questa infrastruttura come un segnale di modernità del nostro Paese.

Floating: l’Italia può diventare il laboratorio del Mediterraneo? I fondali profondi fanno del floating una tecnologia particolarmente interessante per l’Italia. Abbiamo davvero tutto quello che serve per diventare protagonisti o rischiamo di comprare anche questa tecnologia dagli altri?

Abbiamo una grande storia ingegneristica e siamo sempre alla ricerca di soluzioni meno costose, meno impattanti e più compatibili.

Dobbiamo però guardare anche a quello che succede fuori dall’Europa. In Cina, per esempio, si stanno già immaginando pale eoliche da 20 megawatt e oltre. Quindi dobbiamo raccogliere la sfida anche sul piano della ricerca. E credo che si possano fare passi in avanti.

Penso agli ancoraggi: oggi dovrebbero essere realizzati in acciaio, ma domani potrebbero essere costruiti con materiali diversi, resistenti, compositi e riciclati. Questa è una delle sfide del futuro.

Poi ci sono le profondità. Parliamo di oltre 300, anche 400 metri e più. Sulla carta sono profondità raggiungibili, ma i costi per gestire un impianto offshore a quelle quote diventano molto elevati.

L’Italia, però, ha le competenze e le caratteristiche giuste per guidare il Mediterraneo anche sul piano della ricerca infrastrutturale. Abbiamo Fincantieri nella cantieristica navalmeccanica e Saipem, che opera nell’offshore tradizionale in tutto il mondo e ha esperienza anche nell’eolico nei mari del Nord.

Per questo dico che l’Italia può diventare il campione del Mediterraneo del floating.

2036: se ci riusciremo, che Italia vedremo? Facciamo un salto di dieci anni. Arriviamo al 2036: quali segnali ci diranno che abbiamo finalmente trasformato l’eolico offshore in una vera filiera industriale?

Nel 2036 potremmo avere 7-8 gigawatt già collegati alla rete, quindi una media di 14-15 progetti e ciò comporterà un abbassamento del costo delle bollette per cittadini e imprese.

Infatti, l’eolico offshore, producendo con continuità soprattutto nelle ore notturne e nei mesi invernali, quando il fotovoltaico ha una produzione nulla, svolge una funzione complementare rispetto al solare.

Il vento in mare è abbastanza continuo e questa produzione può quindi contribuire a ridurre l’ingresso del gas nella rete. Con 7-8 gigawatt saremmo nel pieno del contributo al mix energetico e potremmo avvicinarci agli obiettivi europei.

Ma per me c’è un secondo risultato ancora più importante: il rilancio industriale del Sud.

L’eolico offshore può produrre energia per almeno 25 anni. Poi arriverà il momento del revamping, quando, si immagina, andremo a sostituire le pale con turbine da 20 o 22 megawatt, perché le tecnologie continueranno a migliorare.

Questo significa lavoro e continuità industriale a differenza del modello del petrolio e delle raffinerie, che nel percorso verso il 2050 sono destinate a ridimensionarsi. Potrà rimanere una quota di gas per dare stabilità al sistema, e va detto che l’Italia ha una struttura di distribuzione e gestione molto avanzata, con realtà come Enel Distribuzione e Terna.

Immaginiamo quindi un sistema che nel 2050 possa arrivare all’80-85% di energia da fonti rinnovabili. Poi arriverà anche il nucleare.

Ma ripeto, per noi la cosa fondamentale è il rilancio del Sud.

Qual è dunque il Suo appello al Governo e alle istituzioni affinché l’eolico offshore da opportunità non si trasformi in rimpianto?

Il nostro appello al Governo e a ogni parlamentare italiano è semplice: leggete il rapporto realizzato da Intesa Sanpaolo, Politecnico di Bari, Politecnico di Torino, Prometeia e OWEMES e guardate che cosa l’Italia potrebbe costruire.

Gli investitori italiani e internazionali sono pronti. Noi anticipiamo i 129 miliardi di euro necessari per realizzare gli impianti. Costruiamo, entriamo in connessione e poi, attraverso il sistema delle aste, cediamo l’energia al gestore pubblico.

Ma in futuro potremmo anche chiudere contratti direttamente con le industrie del Sud per calmierare il costo dell’energia. E quella stessa energia rinnovabile potrà essere utilizzata per produrre ammoniaca e idrogeno verde il che rappresenta un’altra partita che dobbiamo giocare sul territorio.

Quindi al Governo dico: bene il “pronto soccorso” per la ricerca dei carburanti, perché ne abbiamo bisogno. Ma la visione strategica non può essere soltanto il nucleare.

Deve esserci anche un grande investimento sulle rinnovabili, che possono dare una risposta straordinaria nei prossimi vent’anni.

Poi, accanto alle rinnovabili, potremmo mettere anche il nucleare. Ma forse, a quel punto, potremmo scoprire che non ne avremo nemmeno così bisogno.

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