- 30/09/2026
- Simone Martino
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Nuovo Marchio del Biologico Italiano, tutela delle materie prime, innovazione e consumi: il futuro del settore passa dal sostegno alle aziende agricole e da una comunicazione capace di parlare alle nuove generazioni
Il biologico italiano continua a crescere sul fronte dei consumi, ma il calo delle superfici agricole accende un campanello d’allarme sulla capacità produttiva del settore. Tra il nuovo Marchio del Biologico Italiano, la necessità di un prezzo più equo per gli agricoltori, l’innovazione tecnologica e la sfida di conquistare le nuove generazioni, il comparto si trova davanti a una fase decisiva.
Ne abbiamo parlato con Nicoletta Maffini Presidente di Assobio che ha approfondito le prospettive del biologico italiano.
Partiamo dal nuovo Marchio del Biologico Italiano: che cosa cambia per le aziende e, soprattutto, quale valore può aggiungere al prodotto biologico italiano?
Il primo obiettivo è sicuramente quello di valorizzare il biologico italiano e rendere più riconoscibile al consumatore l’origine nazionale delle materie prime agricole impiegate nei prodotti biologici.
Il Ministero dell’Agricoltura ha presentato il marchio come uno strumento volontario destinato ai prodotti biologici che rispettano specifici requisiti di origine italiana delle materie prime. In particolare, può essere utilizzato per i prodotti che riportano la dicitura “Agricoltura Italia” o “Acquacoltura Italia”, vale a dire prodotti ottenuti con almeno il 95% in peso di materie prime agricole di origine italiana.
Si tratta di un’impostazione che richiama, per certi aspetti, la logica già presente nella normativa europea sul biologico, dove la soglia del 95% rappresenta un riferimento importante. In questo caso, però, il focus non è sulla quota di ingredienti biologici, bensì sull’origine italiana delle materie prime agricole.
Ritengo possa essere uno strumento utile per rafforzare il posizionamento del biologico Made in Italy e per offrire ai consumatori un’informazione aggiuntiva rispetto a quella già garantita dal logo biologico europeo. Naturalmente non è scontato che tutte le imprese decidano di adottarlo: molto dipenderà dalla sua notorietà presso il pubblico e dalla capacità di comunicare con chiarezza il suo significato.
Proprio per questo il Ministero ha presentato anche la campagna adv che andrà on air sui canali Rai da questo autunno. Tuttavia, occorre prestare attenzione a un aspetto fondamentale: il consumatore si trova oggi già di fronte a numerosi marchi, loghi e certificazioni e il rischio di creare confusione è reale.
La grafica del nuovo marchio è immediata e richiama chiaramente il concetto di “Biologico Italiano”, ma sarà fondamentale spiegare con precisione che cosa garantisce. Il marchio non introduce una nuova certificazione biologica né sostituisce il logo europeo, che rimane il riferimento ufficiale per attestare il rispetto del metodo di produzione biologica. Il suo valore aggiunto consiste invece nell’evidenziare l’origine italiana delle materie prime agricole utilizzate.
È importante chiarire questo punto perché non si tratta semplicemente di certificare che un prodotto sia stato trasformato o confezionato in Italia. L’elemento qualificante è soprattutto la provenienza italiana delle materie prime agricole che lo compongono.
Per le aziende l’utilizzo del marchio è previsto su base volontaria e gratuita, ma richiede una specifica procedura di richiesta e autorizzazione secondo le modalità definite dal Ministero. Si tratta quindi di uno strumento che potrà contribuire a rafforzare la distintività del biologico italiano, a condizione che venga accompagnato da una comunicazione chiara e coerente verso i consumatori
Passiamo ai numeri. Il rapporto “Bio in cifre 2026” racconta un mercato dei consumi in crescita, arrivato a 4,4 miliardi di euro, ma segnala anche una riduzione delle superfici e degli operatori. Che fotografia restituiscono oggi questi dati del biologico italiano?
La fotografia che emerge è quella di un settore che continua a dimostrare dinamicità, ma che presenta anche alcuni elementi di attenzione che non possono essere sottovalutati.
Da un lato registriamo una crescita dei consumi e una domanda che continua a mostrare vitalità, segno che il biologico mantiene la propria attrattività presso i consumatori. Dall’altro osserviamo una riduzione delle superfici e del numero degli operatori, un segnale che il settore deve interpretare con attenzione per comprenderne le cause e individuare le azioni necessarie a invertire questa tendenza.
L’Italia resta comunque uno dei principali Paesi europei per incidenza delle superfici biologiche e rappresenta un punto di riferimento nel panorama internazionale. Tuttavia, proprio perché partiamo da una posizione di leadership, non possiamo considerare questi dati come un fenomeno marginale.
Tra i fattori che incidono vi sono certamente la complessità burocratica, l’aumento dei costi di produzione e, soprattutto, la redditività delle aziende agricole. Il tema centrale resta quello del valore riconosciuto ai produttori. Se vogliamo preservare e accrescere il patrimonio agricolo biologico italiano, dobbiamo garantire condizioni economiche che rendano sostenibile nel tempo la scelta del biologico.
Occorre inoltre riflettere sul rapporto tra crescita della domanda e capacità produttiva nazionale. Una parte delle materie prime biologiche consumate in Italia proviene dall’estero e questo apre una riflessione sul rafforzamento delle produzioni agricole nazionali.
Infine è necessario guardare con attenzione alle future politiche europee e alla prossima PAC, ammetto che ci sia preoccupazione. Le risorse destinate all’agricoltura e alla transizione ecologica saranno determinanti per sostenere il percorso di crescita del biologico nei prossimi anni.
Se le superfici biologiche continuassero a diminuire, il mercato italiano rischierebbe di dipendere sempre di più dalle importazioni?
Il rischio esiste e proprio per questo è importante intervenire ora, evitando che un dato congiunturale si trasformi in una tendenza strutturale.
L’Italia dispone di competenze, professionalità e condizioni produttive che le consentono di mantenere un ruolo di leadership nel biologico europeo. Tuttavia, se la domanda continuerà a crescere più velocemente della produzione nazionale, una quota crescente di approvvigionamenti potrebbe necessariamente provenire dall’estero, anche perché dobbiamo considerare che a nostra volta esportiamo sia materie prime biologiche che prodotti trasformati.
Per questo è fondamentale sostenere l’intera filiera, ma soprattutto la fase agricola, che rappresenta il punto di partenza di tutto il sistema. Senza aziende agricole economicamente sostenibili non può esistere un biologico italiano forte, competitivo e capace di rispondere alla crescente domanda del mercato. Bisognerebbe agire su tre livelli: incentivare le produzioni agricole, l’offerta di prodotti trasformati e la domanda.
La politica può svolgere un ruolo importante creando condizioni favorevoli agli investimenti, alla semplificazione amministrativa e alla giusta remunerazione del lavoro agricolo.
Eppure l’Italia resta tra i Paesi europei con la maggiore superficie agricola destinata al biologico. Come possiamo consolidare questa posizione e avvicinarci agli obiettivi dell’Agenda 2030?
Dobbiamo certamente continuare a sostenere la produzione, ma allo stesso tempo è necessario lavorare con maggiore intensità sul fronte dei consumi.
Pur registrando risultati positivi, il consumo pro capite di prodotti biologici in Italia rimane inferiore rispetto ad altri Paesi europei che rappresentano oggi mercati particolarmente dinamici. Questo ci dice che esiste ancora un ampio potenziale di crescita.
L’Italia è molto forte nelle produzioni e nell’export, ma dobbiamo fare in modo che il biologico diventi sempre più parte delle abitudini alimentari quotidiane degli italiani. In altre parole, servono azioni che rafforzino la cultura del biologico e la consapevolezza del suo valore ambientale, sociale e produttivo.
Particolare attenzione va dedicata alle nuove generazioni. I giovani si informano, comunicano e compiono scelte d’acquisto attraverso modalità molto diverse rispetto al passato. Per coinvolgerli occorrono linguaggi, strumenti e canali di comunicazione adeguati. Se vogliamo raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 2030, dobbiamo riuscire a fare del biologico una scelta sempre più naturale e accessibile per le generazioni future.
Ma il biologico è davvero incompatibile con l’innovazione? Che ruolo possono avere agricoltura di precisione, nuove tecniche genomiche e intelligenza artificiale?
L’idea che il biologico sia in contrapposizione all’innovazione è uno dei luoghi comuni più diffusi e meno fondati.
L’agricoltura biologica è da sempre un laboratorio di innovazione. La necessità di ridurre gli input esterni e di lavorare in equilibrio con gli ecosistemi ha spinto le imprese biologiche a sviluppare nel tempo soluzioni tecniche e organizzative molto avanzate.
L’agricoltura di precisione, la sensoristica, il monitoraggio satellitare, l’analisi dei dati e l’intelligenza artificiale possono rappresentare strumenti fondamentali per migliorare l’efficienza produttiva, ottimizzare l’impiego delle risorse e aumentare la sostenibilità ambientale delle aziende.
Il biologico non guarda al passato. Al contrario, è uno dei settori che più necessita di ricerca, innovazione e trasferimento tecnologico per affrontare le sfide legate ai cambiamenti climatici, alla fertilità dei suoli e alla difesa delle colture.
Restando sul tema dell’innovazione, sulle NGT quanto è importante garantire tracciabilità e informazione al consumatore?
È un tema particolarmente delicato che coinvolge aspetti scientifici, normativi, produttivi ed etici.
Il settore biologico ha espresso con chiarezza la necessità di mantenere la propria identità e di preservare filiere che escludano l’utilizzo delle NGT, in coerenza con i principi che regolano l’agricoltura biologica.
In questo contesto diventano fondamentali sia la tracciabilità sia la trasparenza informativa. I produttori devono poter garantire la conformità delle proprie filiere e i consumatori devono essere messi nelle condizioni di comprendere con chiarezza le caratteristiche dei prodotti che acquistano.
Il principio fondamentale deve essere quello della libertà di scelta informata, sostenuta da sistemi efficaci di controllo, identificazione e comunicazione.
Oggi il consumatore si trova davanti a una moltiplicazione di certificazioni, claim ambientali e messaggi sulla sostenibilità. Quanto è difficile capire davvero che cosa c’è dietro un prodotto?
È sempre più difficile e proprio per questo il tema non è aumentare la quantità di informazioni, ma migliorarne la qualità e la comprensibilità.
Le ricerche che abbiamo condotto negli anni mostrano come una quota significativa di consumatori non riconosca ancora correttamente il logo biologico europeo. Questo dimostra che esiste ancora un importante lavoro di educazione e informazione da svolgere.
A ciò si aggiunge un contesto economico che influenza fortemente le scelte di acquisto. Molte famiglie devono confrontarsi con un aumento generalizzato del costo della vita e questo rende il prezzo un elemento determinante al momento dell’acquisto.
Spesso i consumatori sono sensibili ai temi della sostenibilità e della salute, ma devono comunque fare i conti con il proprio budget familiare. Per questo motivo è importante continuare a comunicare il valore del biologico in modo chiaro, concreto e credibile.
L’obiettivo deve essere trasformare il biologico da acquisto occasionale a scelta consapevole e abituale, rafforzando la fiducia dei consumatori nel tempo.
Il tema del prezzo torna spesso quando si parla di biologico. Lei aveva proposto una detrazione o un’agevolazione: è una proposta ancora attuale?
Assolutamente sì. Ritengo che valga la pena continuare ad aprire un confronto con le Istituzioni per valutare possibili strumenti che favoriscano l’accesso ai prodotti biologici da parte dei consumatori.
Le modalità possono essere diverse: una fiscalità agevolata, una riduzione dell’IVA o altre forme di incentivo. Il punto centrale è riconoscere il valore pubblico che il biologico produce in termini di tutela ambientale, biodiversità, salute dei suoli e qualità delle produzioni.
Naturalmente si tratta di misure che richiedono risorse e valutazioni approfondite, ma credo sia corretto aprire una riflessione sul ruolo che una corretta alimentazione può avere anche in una prospettiva di prevenzione e di sostenibilità del sistema sanitario nel lungo periodo.
Proprio sul fronte della comunicazione, le nuove norme europee contro il greenwashing possono rappresentare un’opportunità per il biologico?
Sì, crediamo possano rappresentare un’opportunità importante. Negli ultimi anni si è assistito a una proliferazione di messaggi e claim ambientali che non sempre risultano chiari o supportati da criteri verificabili. Termini come “naturale”, “eco-friendly”, “residuo zero” o altre espressioni simili hanno spesso generato confusione nei consumatori.
Le nuove regole europee vanno nella direzione di aumentare trasparenza e credibilità, richiedendo che le dichiarazioni ambientali siano adeguatamente dimostrate.
Questo può contribuire a valorizzare sistemi come il biologico, che si basano su standard normativi, controlli indipendenti e certificazioni riconosciute.
Naturalmente gli effetti non saranno immediati, ma nel medio periodo queste norme potranno favorire una maggiore chiarezza nel mercato e aiutare i consumatori a distinguere meglio tra messaggi promozionali e impegni realmente verificabili.
Guardando ai prossimi anni, qual è l’obiettivo che si augura di vedere raggiunto per il biologico italiano?
Il primo obiettivo è consolidare e far tornare a crescere le superfici biologiche nazionali, sostenendo adeguatamente gli agricoltori che scelgono questo modello produttivo.
La crescita dei consumi è certamente importante, ma deve essere accompagnata dalla crescita della produzione agricola italiana. Un biologico forte ha bisogno di una base produttiva solida e competitiva.
Parallelamente dobbiamo rafforzare la cultura del biologico presso i cittadini, attraverso campagne di informazione efficaci, basate sulla trasparenza e capaci di parlare alle diverse generazioni.
L’Italia è già tra i leader europei nella produzione biologica. L’obiettivo per il futuro è mantenere questa leadership e, allo stesso tempo, ridurre il divario che ancora ci separa dai Paesi più avanzati nei livelli di consumo.
In sintesi, mi auguro un biologico capace di crescere contemporaneamente in tre dimensioni: produzione, mercato e consapevolezza. Solo così potremo costruire un sistema realmente sostenibile, competitivo e in grado di generare valore per gli agricoltori, le imprese e i consumatori.























