- 15/09/2026
- Luca Martino
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Un aumento del 10% dei prezzi di petrolio e gas potrebbe aggiungere fino a 0,26 punti all’inflazione italiana. La ricerca della NEF: con un rincaro del 50%, in Europa l’inflazione potrebbe salire di altri 1,8 punti
C’è un filo diretto tra il prezzo di petrolio e gas e quello che gli europei pagano ogni giorno per beni e servizi, e per l’Italia il rischio potrebbe essere particolarmente evidente.
Secondo una ricerca pubblicata dalla New Economics Foundation (NEF), ogni aumento del 10% dei prezzi di petrolio e gas potrebbe far crescere l’inflazione italiana fino a 0,26 punti percentuali.
Un dato che assume un peso ancora maggiore mentre la Banca centrale europea cerca di riportare l’inflazione al 2%. Perché proprio quando la politica monetaria tenta di contenere la crescita dei prezzi, un nuovo shock energetico potrebbe rimettere pressione sull’economia.
Il petrolio, rileva la ricerca, è aumentato di circa il 47% tra giugno 2025 e giugno 2026. Un anno prima, tra giugno 2021 e giugno 2022, l’aumento era stato ancora più marcato, pari al 67%.
Cosa succederebbe con un aumento del 50%
La NEF ha provato a misurare l’impatto di uno scenario ancora più pesante, simulando un aumento del 50% dei prezzi di petrolio e gas.
Il risultato è un possibile aumento dell’inflazione europea fino a 1,8 punti percentuali aggiuntivi nell’anno successivo, oltre all’inflazione già presente.
È il meccanismo che rende gli shock energetici particolarmente insidiosi: il rincaro delle materie prime non si ferma al settore dell’energia, ma può propagarsi al resto dell’economia.
La ricerca rileva infatti che l’aumento dei prezzi dei combustibili fossili costituisce il maggiore rischio inflazionistico in quasi tutti i Paesi analizzati. Fa eccezione soltanto due Paesi; in tutti gli altri, il rischio legato ai combustibili fossili figura comunque tra i primi cinque.
La risposta indicata dalla NEF: più sole e vento
Il rapporto non si limita a fotografare il problema. Indica anche una possibile via d’uscita: accelerare lo sviluppo di energia solare ed eolica prodotta in Europa.
Il ragionamento è semplice. Petrolio e gas importati espongono l’Europa alle oscillazioni dei mercati internazionali, agli equilibri geopolitici e alla speculazione finanziaria. Le fonti rinnovabili prodotte sul territorio europeo, invece, non presentano lo stesso grado di esposizione.
Per la NEF, dunque, la transizione energetica può essere anche una politica contro l’inflazione.
Il rapporto cita inoltre un dato del Fondo monetario internazionale: ogni punto percentuale aggiuntivo nella quota di energia proveniente da fonti rinnovabili ridurrebbe in media dello 0,6% i prezzi all’ingrosso dell’elettricità.
L’estate estrema e il discorso di von der Leyen
Il tema arriva alla vigilia del discorso sullo stato dell’Unione che Ursula von der Leyen dovrebbe pronunciare mercoledì 16 settembre.
La presidente della Commissione europea è attesa anche sul tema climatico, dopo un’estate caratterizzata da caldo estremo e siccità.
Ed è proprio in questo scenario che la NEF collega due emergenze apparentemente diverse: la crisi climatica e la vulnerabilità dell’economia agli shock energetici.
Secondo il rapporto, investire in eolico e solare significherebbe infatti non soltanto affrontare la crisi climatica, ma anche ridurre la dipendenza dell’Europa da fonti fossili il cui prezzo può subire forti oscillazioni.
Schmidt: «È il fattore scatenante dell’inflazione»
Maike Schmidt, assistente alla ricerca presso la New Economics Foundation, non usa mezzi termini nel descrivere il problema: “Il prezzo dei combustibili fossili è stato il fattore scatenante della maggior parte dei principali episodi di elevata inflazione in Europa nell’ultimo mezzo secolo”.
Nella sua ricostruzione rientrano alcuni dei principali shock degli ultimi decenni: dall’embargo dell’OPEC degli anni Settanta all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, fino agli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran.
Ma il problema, sottolinea Schmidt, non rimane confinato alle statistiche economiche. Quando i prezzi aumentano, a pagare il conto sono anche le famiglie. L’inflazione rende infatti più difficile sostenere le spese quotidiane, dall’affitto alla spesa alimentare, fino al trasporto pubblico.
“Con l’inflazione, un numero sempre maggiore di persone in tutto il continente fatica a permettersi beni e servizi essenziali come l’affitto, la spesa alimentare e il trasporto pubblico”.
La conclusione della ricercatrice è altrettanto netta: “Liberarci dalla dipendenza dal petrolio e dal gas, soggetti a forti oscillazioni di prezzo, è l’unico modo per limitare l’inflazione in tutto il continente”.
Il paradosso dei tassi: combattere l’inflazione può frenare le rinnovabili
C’è però un ostacolo che rischia di complicare la strategia. Infatti, secondo la ricerca, l’Europa è mal preparata ad affrontare nuovi shock energetici anche perché gli elevati tassi di interesse fissati dalla BCE rendono più costosa la costruzione delle infrastrutture necessarie alle energie rinnovabili.
È un paradosso difficile da ignorare: la politica monetaria può essere necessaria per combattere l’inflazione, ma tassi elevati rendono più oneroso finanziare gli investimenti che potrebbero contribuire, nel lungo periodo, a ridurre la vulnerabilità dell’Europa agli shock dei combustibili fossili.
La proposta alla BCE: un tasso più basso per il “green”
La soluzione proposta dalla NEF è precisa: introdurre un tasso di interesse separato e più basso per gli investimenti verdi, come quelli nell’energia eolica e solare.
In questo modo, secondo il rapporto, la BCE potrebbe aumentare il tasso di interesse di riferimento quando necessario per contrastare l’inflazione senza rendere proibitivo il costo del credito per gli investimenti nelle rinnovabili.
È una proposta che porta la questione energetica direttamente nel cuore della politica monetaria europea.
Il messaggio della ricerca, in definitiva, è che la dipendenza dai combustibili fossili non rappresenta soltanto un problema climatico o geopolitico. Può diventare anche un problema per i prezzi e quindi per il potere d’acquisto delle famiglie.
E se petrolio e gas continueranno a essere esposti a forti oscillazioni, la capacità dell’Europa di produrre autonomamente energia da sole e vento potrebbe diventare, secondo la NEF, anche una delle sue principali difese contro la prossima fiammata inflazionistica.























































































































































































































































































































































































































