- 10/09/2026
- Redazione
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L’analisi dell’Agenzia europea dell’ambiente fotografa il settore dell’energia pulita in forte espansione: l’eolico è il principale datore di lavoro, mentre le batterie registrano la crescita più rapida. Italia, Spagna e Portogallo sono tra i Paesi leader per occupazione nelle pompe di calore
La transizione energetica non è soltanto una questione di emissioni, investimenti e nuove infrastrutture. È anche una grande partita occupazionale. E l’Europa, in questo campo, sta già creando centinaia di migliaia di posti di lavoro.
Il problema è che il ritmo della crescita rischia di scontrarsi con una difficoltà sempre più evidente: mancano lavoratori qualificati.
A mettere in fila numeri, opportunità e criticità è l’Agenzia Europea dell’Ambiente (AEA), che ha analizzato l’impatto occupazionale di quattro tecnologie considerate centrali per la transizione energetica: eolico, solare fotovoltaico, pompe di calore e batterie.
Il quadro che emerge è quello di un settore in espansione, ma ancora lontano dall’essere pienamente inclusivo e omogeneo sul territorio europeo.
L’energia pulita corre più dell’economia
Il dato di partenza è significativo. Nel 2024 l’occupazione nel settore energetico globale è cresciuta del 2,2%, contro l’1,3% registrato dall’occupazione nell’economia nel suo complesso.
La crescita del comparto delle tecnologie pulite si inserisce quindi in una dinamica più ampia: la trasformazione del sistema energetico sta generando nuova domanda di lavoro e nuove professionalità.
Secondo i dati di IRENA e dell’Organizzazione internazionale del lavoro, l’Unione europea conta complessivamente 1,8 milioni di posti di lavoro direttamente o indirettamente legati alle energie rinnovabili. Al primo posto c’è la Cina, con circa 7 milioni di occupati nel settore dell’energia pulita.
Ma dentro il dato europeo ci sono comparti con caratteristiche molto diverse.
Eolico, fotovoltaico e pompe di calore: dove si concentra il lavoro
L’energia eolica è il maggiore datore di lavoro tra le quattro tecnologie analizzate dall’AEA. Nel 2023 contava circa 273.500 posti di lavoro diretti nell’UE.
La parte più consistente, il 77%, si concentra nelle attività a valle della filiera, tra operazioni, manutenzione, contrattualistica energetica e amministrazione delle vendite. A seguire arriva la produzione.
Il solare fotovoltaico occupava invece oltre 227.000 persone. Circa la metà lavorava nelle attività operative, mentre il 36% era impiegato nel segmento delle costruzioni: dalla preparazione dei siti agli interventi infrastrutturali fino alle connessioni alla rete. Un dato che convive con un altro elemento rilevante: la produzione di pannelli fotovoltaici nell’UE rimane ancora limitata.
Le pompe di calore hanno un forte potenziale di crescita
Le pompe di calore impiegavano circa 80.100 lavoratori nel 2023. Il 65% degli occupati era impegnato nel settore delle costruzioni.
Secondo il rapporto, proprio questo comparto presenta un significativo margine di crescita in tutta l’Unione europea, ma deve fare i conti con la disponibilità di tecnici e lavoratori specializzati.
Più piccolo, ma particolarmente dinamico, è il settore delle batterie. Nel 2023 contava circa 33.000 lavoratori, ma è stato quello che ha registrato la crescita occupazionale più rapida tra le quattro tecnologie considerate nel periodo 2018-2023.
La maggior parte degli occupati lavora nella produzione, mentre ricerca e sviluppo assumono un ruolo decisivo per accompagnare l’evoluzione verso le batterie di nuova generazione.
La geografia dei green jobs: la Germania davanti, Italia forte nelle pompe di calore
La nuova economia dell’energia non si distribuisce allo stesso modo nei diversi Paesi europei.
La Germania rappresenta il principale polo occupazionale in termini assoluti per tre delle quattro tecnologie analizzate: circa 125.000 posti di lavoro nell’eolico, quasi 84.000 nel fotovoltaico e 12.300 nelle batterie nel 2023.
Nelle pompe di calore, invece, emergono soprattutto Portogallo, Spagna e Italia.
Per le batterie la dinamica più interessante arriva dall’Europa centro-orientale: Ungheria e Polonia mostrano infatti i tassi di crescita occupazionale più rapidi.
Non è un caso. La distribuzione dei posti di lavoro riflette in larga misura la presenza di industrie consolidate, competenze già disponibili e precedenti specializzazioni produttive.
Ed è proprio qui che si apre una delle questioni più delicate della transizione energetica: se i nuovi posti di lavoro si concentrano soltanto nei territori già industrialmente forti, il rischio è quello di ampliare, anziché ridurre, le disparità regionali.
Il paradosso dei green jobs: crescono, ma non sono ancora abbastanza inclusivi
La crescita dell’occupazione non significa automaticamente maggiore inclusione.
Nel settore eolico e in quello delle batterie le donne rappresentano circa il 26% della forza lavoro. Nelle pompe di calore la percentuale scende addirittura al 14%.
Ancora più evidente è il problema quando si guarda ai giovani. Nel 2023 i lavoratori tra i 15 e i 24 anni rappresentavano appena il 6-7% degli occupati nell’eolico, nel fotovoltaico e nelle pompe di calore.
La transizione energetica, dunque, ha bisogno di nuovi lavoratori, ma fatica ancora ad attrarre alcune categorie che potrebbero essere decisive per sostenerne la crescita nel lungo periodo.
Il vero collo di bottiglia? Le competenze
È probabilmente questo il punto centrale del rapporto dell’AEA. La disponibilità di tecnologia e investimenti non basta se mancano le persone in grado di installarla, costruirla, gestirla e mantenerla.
La maggior parte degli Stati membri segnala infatti carenze di competenze in ruoli tecnici fondamentali, soprattutto nelle attività di installazione e costruzione.
Il rischio è concreto: mentre la domanda di tecnologie pulite aumenta, la mancanza di personale qualificato potrebbe diventare un freno alla loro diffusione.
Da qui la necessità di rafforzare su larga scala formazione, riqualificazione professionale e disponibilità della forza lavoro, con politiche coordinate a livello europeo e nazionale.
Non tutti i lavori green sono uguali
C’è poi un’altra questione spesso meno visibile nel dibattito sulla transizione energetica: la qualità dei posti di lavoro.
Le condizioni variano sensibilmente tra tecnologie e segmenti della filiera. Secondo il rapporto, i salari nel comparto delle pompe di calore sono circa il 40% inferiori rispetto a quelli dell’eolico, che risulta il settore con le retribuzioni più elevate tra i quattro analizzati.
Anche la stabilità e le condizioni di lavoro cambiano. Le attività di gestione e manutenzione, particolarmente diffuse nell’eolico, tendono a offrire maggiore stabilità e più opportunità di formazione.
I lavori di costruzione e installazione nel fotovoltaico e nelle pompe di calore sono invece più legati ai singoli progetti, possono comportare una maggiore esposizione a rischi fisici, comprese temperature estreme, e offrono meno occasioni di formazione.
Nel comparto delle batterie restano inoltre aperte questioni legate alla salute e sicurezza dei lavoratori, oltre che agli effetti sulle comunità locali e sull’ambiente.
L’Europa prova ad accelerare la transizione industriale
Sul fronte delle politiche pubbliche, l’Unione europea ha progressivamente costruito un quadro destinato a rafforzare la produzione interna di tecnologie pulite e ad accelerarne la diffusione.
Tra gli strumenti citati nel rapporto figurano il Clean Industrial Deal, il Net-Zero Industry Act, la proposta di Industrial Accelerator Act e AccelerateEU.
A questi si aggiungono strumenti finanziari e iniziative mirate, tra cui la strategia Battery Booster, pensata per sostenere l’espansione della capacità produttiva europea nel settore delle batterie. La sfida, però, non è soltanto industriale.
La transizione energetica sarà anche una transizione del lavoro
I numeri raccontano una trasformazione già in corso: l’energia pulita sta diventando un importante motore occupazionale europeo.
Ma perché questa crescita possa essere sostenibile, secondo l’AEA occorre intervenire contemporaneamente su più fronti: competenze, formazione, qualità del lavoro e inclusione.
La questione non è quindi soltanto quanti posti di lavoro verranno creati, ma chi riuscirà ad accedervi, dove saranno localizzati e con quali condizioni.
È questa la partita che accompagnerà la transizione energetica europea nei prossimi anni. Perché la promessa dei green jobs possa trasformarsi in una realtà strutturale, l’Europa dovrà riuscire a fare incontrare due esigenze che oggi viaggiano ancora a velocità diverse: la rapidità con cui crescono le nuove tecnologie e quella con cui si formano le persone capaci di farle funzionare.


















































































































































































































































































































































































































