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Il boom del fotovoltaico italiano apre una nuova sfida: gestire milioni di pannelli a fine vita. Le proiezioni indicano oltre 12 milioni di moduli dismessi ogni anno e 264mila tonnellate di RAEE fotovoltaici entro il 2050

La transizione energetica corre, ma porta con sé una domanda che l’Italia non può più rimandare: che cosa succederà ai milioni di pannelli fotovoltaici quando arriveranno a fine vita?

Il fotovoltaico è ormai uno dei pilastri della strategia italiana per ridurre le emissioni e aumentare la produzione di energia da fonti rinnovabili. Ma dietro la crescita delle installazioni si sta formando un flusso di rifiuti destinato ad aumentare rapidamente nei prossimi decenni. Secondo le proiezioni contenute nel nuovo Position Paper di Laboratorio Ref Ricerche Generazione fotovoltaica: quali prospettive per la gestione dei rifiuti?”, si passerà dai circa 427mila pannelli dismessi nel 2025 a oltre 12 milioni nel 2050.

La conseguenza è altrettanto significativa sul piano dei materiali: i rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche (RAEE) provenienti dal fotovoltaico potrebbero crescere da circa 9mila tonnellate annue a 264mila tonnellate.

Il problema, dunque, non riguarda soltanto quanta energia riusciremo a produrre dal sole, ma anche come saremo in grado di gestire ciò che resterà dei pannelli una volta terminato il loro ciclo di vita.

Il boom del fotovoltaico porta con sé una nuova emergenza ambientale

L’aumento delle installazioni è stato particolarmente intenso in due periodi. Il primo è quello compreso tra il 2009 e il 2011, sostenuto dal Conto Energia. Il secondo è quello più recente, tra il 2022 e il 2024, quando la crescita è stata alimentata soprattutto dagli incentivi FER1 e dal Superbonus 110%.

Nel frattempo, la quantità di pannelli presenti sul territorio italiano è aumentata enormemente. La potenza incentivata in esercizio è passata dai circa 1.100 megawatt del 2009, equivalenti a circa 4,5 milioni di pannelli, a oltre 17mila megawatt nel 2013, pari a circa 70 milioni di moduli.

Dopo il rallentamento seguito alla fine del Conto Energia, il mercato ha ripreso vigore. Tra il 2019 e il 2023, le tonnellate di pannelli fotovoltaici immessi al consumo in Italia sono aumentate del 709%.

È una crescita che rappresenta un successo per la transizione energetica, ma che rende sempre più importante preparare per tempo la fase successiva: la dismissione degli impianti.

Pannelli fotovoltaici: cosa succede quando arrivano a fine vita?

Un pannello fotovoltaico dismesso non è semplicemente un rifiuto da eliminare. Al suo interno sono presenti materiali che possono essere recuperati e reimmessi nei cicli produttivi.

Per questo il vero obiettivo non è soltanto raccogliere i moduli, ma costruire una filiera in grado di intercettarli, tracciarli, trasportarli e riciclarli in modo efficiente.

Nel 2023, nei principali mercati europei, tra il 94% e il 99% del materiale recuperato dai pannelli è stato avviato a riciclo. Il riutilizzo, invece, rimane ancora marginale.

La ragione è soprattutto economica. Il costo dei pannelli nuovi è sceso sensibilmente e questo rende meno conveniente rimettere sul mercato quelli usati. Inoltre, chi commercializza nuovamente un modulo deve assumersi responsabilità anche sulla sua successiva gestione.

Il riciclo appare quindi, almeno per ora, la strada principale.

L’Italia ha superato Germania e Francia nel riciclo

Il quadro europeo mostra un’evoluzione interessante. La Germania è stata per anni il Paese europeo con i maggiori volumi di rifiuti fotovoltaici raccolti. Dal 2022, però, l’Italia l’ha superata.

Nel 2022 il nostro Paese ha avviato a riciclo oltre 19mila tonnellate di pannelli; nel 2023 il quantitativo è salito a circa 26mila tonnellate, mantenendo il primato tra i grandi Paesi europei.

Il risultato è particolarmente significativo perché la capacità di trattamento italiana resta concentrata soprattutto nel Centro-Nord, attraverso circa una decina di impianti dedicati. Germania e Francia dispongono invece di strutture dedicate di maggiore scala industriale.

La raccolta resta il punto debole

Se il riciclo rappresenta il lato più virtuoso della filiera italiana, la raccolta presenta ancora diverse criticità.

La normativa che disciplina i pannelli a fine vita è diventata nel tempo articolata e frammentata. A questo si aggiunge una rete di intercettazione che non copre ancora in maniera capillare l’intero territorio nazionale.

Nel 2023 le isole ecologiche italiane hanno raccolto poco più di 1.800 tonnellate di rifiuti fotovoltaici. In Francia e Germania, nello stesso anno, il quantitativo raccolto attraverso canali analoghi è stato di circa 5mila tonnellate.

Una parte importante dei pannelli provenienti dagli impianti domestici viene inoltre gestita attraverso i canali professionali, seguendo modalità di disinstallazione, conferimento e trattamento simili a quelle degli impianti non domestici.

Il problema non è soltanto logistico. Una raccolta insufficiente aumenta infatti il rischio che i moduli finiscano in circuiti informali, con possibili esportazioni illecite o fenomeni di smaltimento abusivo.

L’Italia, del resto, è già interessata da una procedura di infrazione europea per il mancato raggiungimento degli obiettivi di raccolta previsti dalle direttive comunitarie.

Dove si concentra il fotovoltaico italiano?

La geografia delle installazioni racconta un altro aspetto interessante della trasformazione energetica.

A fine 2024 è la Lombardia a guidare la classifica italiana per potenza fotovoltaica installata. Tra le prime cinque regioni, tre appartengono al Nord.

Il dato sembra suggerire che lo sviluppo del settore sia stato finora legato soprattutto alla maggiore forza economica dei territori, più che alla quantità di irraggiamento solare disponibile.

Ma la prospettiva cambia se si rapporta la potenza installata al PIL regionale. In questo caso sono le regioni del Sud, seguite da quelle del Centro, a ottenere i risultati migliori. In cima alla classifica si trova la Sardegna.

È un elemento importante anche per il futuro: il potenziale di crescita del fotovoltaico italiano non coincide necessariamente con le aree che oggi presentano il maggior numero di impianti.

Dal 2027 il nuovo impulso alle installazioni

Le proiezioni fino al 2050 indicano un temporaneo rallentamento delle nuove installazioni nel biennio 2025-2026. La crescita dovrebbe però riprendere con decisione negli anni successivi.

Il picco della nuova capacità installata è previsto nel 2027, con circa 10 gigawatt. Successivamente il ritmo dovrebbe ridursi, arrivando a circa 4,18 gigawatt nel 2031 e stabilizzandosi poi su livelli relativamente costanti fino al 2050.

Ma è proprio questa crescita che produrrà l’effetto più rilevante sulla gestione dei rifiuti.

Nel 2050 oltre 12 milioni di pannelli dismessi ogni anno

La combinazione tra l’invecchiamento degli impianti esistenti e il progressivo ricambio dei moduli attraverso interventi di revamping e repowering è destinata a modificare profondamente i flussi di rifiuti.

Secondo le proiezioni, nel 2050 potrebbero essere collegati alla rete oltre 20 milioni di pannelli in un solo anno, un valore vicino ai picchi previsti per il periodo 2027-2029 e quasi doppio rispetto al 2024.

Parallelamente, il numero dei pannelli che arriveranno ogni anno a fine vita aumenterà quasi di trenta volte rispetto al 2025.

La progressione stimata è netta:

  • 2025: circa 427mila pannelli dismessi;
  • 2050: oltre 12 milioni di pannelli dismessi;
  • 2025: circa 9mila tonnellate annue di RAEE fotovoltaici;
  • 2050: circa 264mila tonnellate annue.

In media, tra il 2025 e il 2050, si potrebbe arrivare a un pannello dismesso ogni tre immessi al consumo.

Non si tratta quindi di un fenomeno temporaneo, ma di un cambiamento strutturale della filiera.

Il nodo dei costi: chi pagherà il fine vita dei pannelli?

La questione ambientale si intreccia inevitabilmente con quella economica.

Attualmente la gestione del fine vita dei pannelli è finanziata attraverso i contributi versati dai produttori nei trust dei consorzi. Si tratta di risorse che devono essere conservate e amministrate per periodi molto lunghi, perché il momento in cui un pannello viene dismesso può arrivare molti anni dopo la sua immissione sul mercato.

Qui emerge il rischio più delicato: se le risorse accantonate non fossero sufficienti, il costo aggiuntivo potrebbe ricadere sulla collettività.

L’esplosione prevista dei volumi rende quindi necessario interrogarsi sulla sostenibilità del sistema attuale. Non basta aumentare la capacità degli impianti di riciclo: occorre assicurare anche risorse adeguate per la raccolta e il trattamento e sistemi efficaci per sapere dove si trovano i moduli lungo il loro intero ciclo di vita.

La vera sfida è prepararsi prima che arrivino i rifiuti

Il fotovoltaico rappresenta uno degli strumenti fondamentali della transizione energetica italiana. Ma la sua crescita porta con sé una conseguenza inevitabile: prima o poi milioni di moduli dovranno essere sostituiti.

La sfida dei prossimi anni sarà dunque costruire una filiera del fine vita all’altezza della velocità con cui cresce quella delle installazioni.

Tracciabilità, capacità impiantistica, raccolta capillare e sostenibilità finanziaria sono i quattro elementi sui quali si giocherà la partita.

Il tempo per intervenire, in questo senso, è adesso. Perché quando i volumi dei pannelli dismessi raggiungeranno i livelli previsti per il 2050, progettare il sistema non sarà più sufficiente: bisognerà averlo già costruito.

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