- 01/09/2026
- Redazione
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Le strategie contro le ondate di calore rischiano di creare nuove disuguaglianze se non tengono conto di chi vive nei quartieri più vulnerabili
Raffrescare una città non significa necessariamente renderla più giusta. Piantare alberi, creare parchi e zone d’ombra, aprire centri di raffreddamento, incentivare l’uso dell’aria condizionata o intervenire sui tetti per ridurne il surriscaldamento sono misure sempre più necessarie per affrontare l’aumento delle temperature. Ma anche le strategie pensate per proteggere la popolazione dal caldo possono produrre nuovi squilibri.
È questo il punto di partenza di un nuovo commento scientifico dedicato alla giustizia termica nell’adattamento urbano ai cambiamenti climatici, firmato dai ricercatori del CMCC Giacomo Falchetta e Antonella Mazzone e pubblicato su Nature Climate Change.
La questione, spiegano gli autori, non è soltanto capire dove fa più caldo e come abbassare la temperatura. Occorre chiedersi anche chi beneficia degli interventi, chi rischia di rimanerne escluso e, soprattutto, se una soluzione adottata in un quartiere finisca per spostare il problema altrove.
Il paradosso del raffrescamento urbano
Di fronte a estati sempre più torride, le città sono chiamate a cambiare rapidamente. Gli alberi possono offrire ombra e contribuire a ridurre le temperature, i tetti riflettenti possono limitare il surriscaldamento degli edifici e i centri di raffreddamento possono offrire un riparo alle persone più esposte.
Tutte misure importanti, soprattutto durante le ondate di calore.
Il rischio, però, è considerare la resilienza urbana come una semplice lista di interventi realizzati: individuare le aree più calde, piantare alberi, installare infrastrutture per il raffreddamento e considerare così risolto il problema.
Secondo Falchetta e Mazzone, l’adattamento dovrebbe invece essere valutato attraverso una prospettiva più ampia: non soltanto quanto una città riesce a raffreddarsi, ma quanto riesce a mettere persone ed ecosistemi nella condizione di affrontare il caldo senza trasferire i rischi sui soggetti più vulnerabili.
Che cos’è la giustizia termica
È qui che entra in gioco il concetto di giustizia termica, inserito dagli autori nel più ampio quadro della giustizia ambientale.
Il principio è semplice: il rischio legato alle temperature estreme non è distribuito in modo uniforme. A parità di temperatura, infatti, le conseguenze possono essere molto diverse a seconda del quartiere in cui si vive, delle condizioni economiche, della qualità dell’abitazione, dell’accesso al verde e ai servizi e della possibilità di proteggersi dal caldo.
Il commento introduce inoltre il concetto di “spostamento termico”: il rischio legato al calore può essere trasferito da una persona a un’altra, da un quartiere a un altro, dalle infrastrutture agli ecosistemi e persino dalle generazioni presenti a quelle future.
La domanda da porsi, quindi, non è soltanto: questa misura raffredda? È anche: chi viene protetto, chi potrebbe essere penalizzato e dove finisce il rischio che stiamo cercando di ridurre?
La “gentrificazione verde” può espellere i residenti più poveri
Uno degli esempi più significativi è quello della cosiddetta gentrificazione verde.
Un nuovo parco, un grande intervento di riqualificazione urbana o un aumento della presenza di alberi possono rendere un quartiere più piacevole, più fresco e più attrattivo. Ma proprio questa maggiore attrattività può far crescere il valore degli immobili e gli affitti.
Per le famiglie con redditi più bassi, il risultato può essere paradossale: il quartiere diventa più verde e vivibile, ma abitare lì diventa troppo costoso.
Le persone che non possono permettersi l’aumento dei prezzi possono essere costrette a trasferirsi in altre zone della città, magari meno verdi, più esposte al calore e con minore accesso ai servizi.
In questo scenario, il caldo non scompare: cambia semplicemente chi è costretto a subirlo.
È uno degli aspetti più delicati dell’adattamento climatico urbano, perché dimostra come una politica ambientalmente positiva possa produrre conseguenze sociali indesiderate se non viene accompagnata da misure di tutela delle comunità residenti.
Dalla semplice “fornitura di fresco” alla capacità termica
Il lavoro del CMCC propone quindi di spostare l’attenzione dalla semplice disponibilità di servizi di raffreddamento alla costruzione di una vera capacità termica.
L’obiettivo è aumentare la capacità delle persone e degli ecosistemi di rimanere sicuri, sani e funzionali anche in condizioni di calore estremo.
Questo cambia anche il modo di misurare il successo di un intervento.
Piantare alberi non significa automaticamente aver risolto il problema
Un programma di raffrescamento urbano, per esempio, potrebbe considerare un successo la piantumazione di alberi in una zona particolarmente calda e con poca vegetazione.
Ma, secondo l’approccio della giustizia termica, non è sufficiente contare gli alberi piantati.
Bisogna verificare se l’ombra raggiunge davvero le persone maggiormente esposte al caldo, se la nuova vegetazione è compatibile con la disponibilità di acqua, se vengono tutelate biodiversità ed ecosistemi e se esistono risorse per la manutenzione nel lungo periodo.
Occorre inoltre evitare che l’intervento trasferisca gli oneri ambientali o sociali in altre aree della città.
Una soluzione al caldo, in altre parole, non dovrebbe crearne un altro altrove.
Le città del futuro dovranno proteggere anche gli ecosistemi
La questione riguarda anche la componente non umana delle città.
Alberi, vegetazione, suolo, acqua ed ecosistemi urbani sono parte integrante delle strategie di adattamento, ma possono a loro volta essere sottoposti a stress sempre maggiori. Un intervento efficace nel breve periodo potrebbe diventare insostenibile se, per esempio, richiedesse risorse idriche che in futuro potrebbero scarseggiare.
Per questo la pianificazione deve guardare oltre l’emergenza e considerare anche la sostenibilità degli interventi nel tempo.
Il cambiamento climatico, infatti, non mette alla prova soltanto le infrastrutture. Mette alla prova la capacità complessiva delle città di continuare a funzionare in condizioni climatiche sempre più difficili.
Adattarsi al caldo senza creare nuove disuguaglianze
La sfida, dunque, è più complessa della semplice riduzione della temperatura.
Le città dovranno continuare a investire in alberi, ombra, edifici più efficienti, centri di raffreddamento, sistemi di allerta e altre misure capaci di proteggere la popolazione dalle ondate di calore. Ma questi interventi dovranno essere progettati tenendo conto delle differenze sociali, economiche e ambientali che caratterizzano i quartieri urbani.
L’adattamento climatico non può essere considerato riuscito se rende più sicura una parte della città mentre rende più vulnerabile un’altra.
Il vero obiettivo della giustizia termica è quindi costruire città nelle quali la capacità di affrontare il caldo sia accessibile anche alle persone che hanno meno risorse per proteggersi.
Come sintetizzano gli autori del commento, il compito non è semplicemente raffreddare le città, ma costruire la capacità di vivere in condizioni di caldo senza trasferire il rischio sui corpi, sulle comunità e sugli ecosistemi meno capaci di sopportarlo.
È una prospettiva destinata a diventare sempre più centrale. Perché nelle città del futuro il problema non sarà soltanto quanto farà caldo, ma chi potrà permettersi di stare al fresco.




















































































































































































































































































































































































































