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Il nuovo rapporto ONU rivela che investire nella salute del pianeta può generare trilioni di dollari, salvare milioni di vite e ridurre povertà e fame

Dalla nuova edizione del Global Environment Outlook (GEO-7), presentato a Nairobi durante l’Assemblea ONU per l’Ambiente, emerge un quadro chiaro: il degrado ambientale non è solo una crisi ecologica, ma anche economica e sociale.

Il rapporto, realizzato da 287 scienziati di 82 Paesi, evidenzia come cambiamento climatico, perdita di biodiversità, inquinamento e degrado del suolo stiano già costando migliaia di miliardi di dollari ogni anno. A questi impatti si aggiungono 9 milioni di morti premature causate dall’inquinamento.

Il messaggio è semplice: continuare con gli attuali modelli di sviluppo significa aggravare una crisi multidimensionale, con temperature destinate a superare 1,5 °C nei primi anni ’30 e 2 °C entro il 2040, trascinando con sé danni economici stimati fino al 20% del PIL globale entro fine secolo.

I benefici economici di una trasformazione sostenibile

Il GEO-7 mostra però che la transizione ecologica non è solo necessaria, ma economicamente vantaggiosa. Rafforzare la stabilità climatica, proteggere la natura, ridurre l’inquinamento e promuovere sistemi energetici e produttivi più efficienti potrebbe generare 20.000 miliardi di dollari all’anno entro il 2070, con potenziali aumenti fino a 100.000 miliardi nel lungo periodo.

L’effetto sociale sarebbe altrettanto significativo: entro il 2050 si potrebbero evitare 9 milioni di morti premature, mentre 200 milioni di persone uscirebbero dalla denutrizione e oltre 100 milioni dalla povertà estrema. L’UNEP insiste sulla necessità di superare il PIL come unico indicatore di progresso e adottare metriche che valutino davvero il capitale umano e naturale, orientando gli investimenti verso un’economia circolare, rigenerativa e decarbonizzata.

Due percorsi per un futuro diverso

Il rapporto delinea due possibili traiettorie di trasformazione: una centrata sul cambiamento dei comportamenti individuali e collettivi, con meno consumo di materiali, e l’altra maggiormente basata sul progresso tecnologico e sull’aumento dell’efficienza.

Entrambe prevedono miglioramenti sensibili già entro il 2030, con una riduzione della perdita di biodiversità e un aumento delle superfici naturali protette. A partire dal 2050, i benefici economici diventerebbero sempre più evidenti, contribuendo a una maggiore resilienza sociale e ambientale. La direttrice esecutiva dell’UNEP, Inger Andersen, sottolinea che l’umanità si trova davanti a una scelta netta: perseverare su una strada distruttiva o puntare a un futuro prospero, sano e sostenibile.

Le cinque aree da trasformare: un cambiamento radicale

Il GEO-7 identifica cinque sistemi chiave su cui intervenire con urgenza per avviare la trasformazione globale. Il primo è quello economico e finanziario, che deve andare oltre il PIL e introdurre meccanismi fiscali e normativi capaci di premiare comportamenti sostenibili e penalizzare quelli dannosi.

Il secondo riguarda materiali e rifiuti, con la necessità di progettare prodotti circolari, migliorare la tracciabilità delle filiere e orientare consumi e investimenti verso modelli rigenerativi. Il terzo è il sistema energetico, dove la priorità è la decarbonizzazione combinata con una maggiore efficienza e con la gestione responsabile dei minerali critici, senza dimenticare la riduzione della povertà energetica.

Il quarto sistema è quello alimentare, che richiede diete più sostenibili, metodologie produttive circolari e una drastica riduzione degli sprechi alimentari. Infine, l’area ambientale comprende il ripristino degli ecosistemi, la tutela della biodiversità e l’adozione di soluzioni basate sulla natura per rafforzare la resilienza climatica.

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Investimenti necessari e costo dell’inazione

Per realizzare questi cambiamenti sono necessari 8.000 miliardi di dollari l’anno fino al 2050. L’investimento è ingente, ma il GEO-7 chiarisce che il costo dell’inazione sarebbe nettamente superiore. Senza interventi, il mondo perderebbe ogni anno superfici fertili pari alla Colombia o all’Etiopia, mentre la disponibilità alimentare pro capite scenderebbe del 3,4% entro il 2050.

I rifiuti plastici, che hanno già raggiunto 8 miliardi di tonnellate, continuerebbero ad accumularsi provocando danni economici alla salute per 1,5 trilioni di dollari all’anno. Il rapporto invita quindi governi, imprese, società civile e comunità indigene a collaborare e a integrare conoscenze scientifiche e tradizionali per sviluppare politiche efficaci e transizioni eque.

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