- 14/09/2025
- Redazione
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Un nuovo studio ENEA sottolinea che lo smart working può ridurre traffico e inquinamento, ma gli effetti ambientali non sono garantiti. Servono strategie urbane e azioni integrate
Il lavoro da remoto è spesso percepito come una soluzione “green” in grado di ridurre traffico, emissioni e consumi. Ma secondo uno studio ENEA, questa narrazione è solo parzialmente corretta: lo smart working da solo non può essere considerato una leva efficace di sostenibilità ambientale.
È quanto emerge dallo studio “Remote Work: Evolving Travel Behaviours and Their Impacts on Environmental Sustainability”, realizzato dai ricercatori Roberta Roberto e Alessandro Zini e pubblicato all’interno di un volume dell’ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale.
Meno spostamenti, ma non sempre meno consumi
“Spostare il lavoro dall’ufficio all’abitazione o ad altre sedi alternative incide sulla domanda di mobilità e, potenzialmente, sulla qualità dell’aria”, spiegano i ricercatori. Tuttavia, i benefici ambientali non sono automatici.
Uno degli ostacoli principali è rappresentato dai cosiddetti effetti rimbalzo. Per esempio, chi si trasferisce in periferia per lavorare da casa può trovarsi a percorrere distanze maggiori per svolgere altre attività, annullando i vantaggi ottenuti con la riduzione dei viaggi casa-lavoro.
Inoltre, “l’aumento delle ore trascorse in casa per motivi professionali comporta un consumo di energia per riscaldamento, raffrescamento, illuminazione ed elettronica che rischia di annullare i vantaggi ambientali ottenuti dalla riduzione degli spostamenti, soprattutto se gli uffici restano comunque operativi e non sono gestiti in modo efficiente”.
Risparmio energetico? Dipende da come si lavora da remoto
Diversi studi citati nel report dimostrano che il risparmio di energia legato alle nuove forme di organizzazione flessibile del lavoro è altamente variabile, in quanto influiscono – oltre alle modalità di spostamento e ai mezzi utilizzati – il numero dei giorni in cui si lavora da remoto, l’efficienza energetica di edifici, impianti e dispositivi, l’uso ottimizzato delle tecnologie digitali e, da non trascurare, anche le abitudini comportamentali e di occupazione degli spazi.
I ricercatori ENEA sottolineano che il lavoro da remoto potrebbe innescare un circolo virtuoso, stimolando una maggiore consapevolezza sui consumi energetici, promuovendo interventi di riqualificazione sostenibile degli edifici e rafforzando l’efficacia delle politiche pubbliche per l’efficientamento energetico del patrimonio abitativo.
Il caso italiano: uno studio su 2.000 dipendenti pubblici
Lo studio ENEA analizza anche un’indagine su circa 2.000 dipendenti pubblici in quattro città italiane (Bologna, Roma, Trento e Torino), offrendo una delle più ampie analisi empiriche sulle abitudini di mobilità legate al telelavoro in Italia.
In media, prima dell’adozione del telelavoro il campione percorreva circa 30 km al giorno per recarsi in ufficio, con un tempo medio di viaggio di 1 ora e 20 minuti. Una quota significativa – circa il 12% – affrontava tragitti particolarmente lunghi, superiori ai 100 km al giorno. Roma si distingueva come il caso più critico, con un tragitto medio di 2 ore, probabilmente a causa di distanze maggiori e di una grave congestione del traffico.
Prima del lavoro da remoto, il 47% del campione usava l’auto privata. Con una media di 2,1 giorni di smart working a settimana, si sono risparmiati 6 kg di CO₂ e 85 MJ di carburante al giorno per lavoratore, pari a circa 600 kg di CO₂ all’anno.
La riduzione più significativa delle emissioni si è registrata proprio a Roma, dove l’uso del trasporto privato è più diffuso e i tragitti più lunghi.
Tuttavia, si è osservato un leggero aumento della mobilità “di quartiere”, un piccolo effetto rimbalzo che ridimensiona il vantaggio netto.
Non basta lavorare da casa: servono città più intelligenti
Secondo ENEA, per trasformare il lavoro da remoto in uno strumento realmente sostenibile, serve una visione più ampia, che coinvolga la pianificazione urbana, le infrastrutture e la partecipazione dei cittadini.
Lo studio propone tre azioni chiave: 1) Pianificare ossia ripensare la forma delle città, promuovendo modelli urbani compatti, con servizi, abitazioni e uffici integrati e facilmente accessibili. È fondamentale contrastare la spinta verso le periferie e l’aumento dei prezzi abitativi; 2) Connettere cioè ridurre la dipendenza dall’auto privata investendo in trasporto pubblico e in mobilità attiva, con piste ciclabili, marciapiedi sicuri e reti di accessibilità in ogni quartiere; 3) Coinvolgere ossia promuovere comportamenti sostenibili attraverso campagne di sensibilizzazione efficaci e strumenti di feedback, per adattare le politiche locali alle esigenze reali dei cittadini.
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Una sfida aperta: lo smart working non è neutro
“La maggior parte degli studi si basa su casi specifici, difficili da generalizzare”, sottolineano Roberto e Zini. “Quantificare gli effetti netti del lavoro da remoto in termini ambientali è una sfida ancora aperta. Per questo, la risposta non può limitarsi a interventi aziendali o individuali, ma deve coinvolgere l’intera organizzazione delle città”.
In conclusione, il lavoro da remoto rappresenta un’opportunità importante, ma solo se integrato in strategie urbane più ampie, capaci di promuovere un modello di sviluppo sostenibile e intelligente. Altrimenti, il rischio è quello di un falso “green”, dove i benefici ambientali si perdono tra consumi domestici in aumento e mobilità disorganizzata.

































































































































































































































































































































































