- 03/06/2026
- Redazione
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Uno studio di ENEA e Sapienza rivela che a Roma lo stress termico può durare oltre 100 giorni l’anno, molto più delle sole ondate di calore. Ecco cosa significa per salute e città
A Roma il caldo non si misura soltanto contando le ondate di calore. Secondo una nuova ricerca condotta da ENEA, Sapienza Università di Roma e SERCO Italia, i cittadini della Capitale possono essere esposti a condizioni di stress termico per oltre 100 giorni all’anno, un periodo molto più lungo rispetto a quello individuato dalle tradizionali classificazioni delle ondate di calore.
Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Atmosphere, analizza il fenomeno da una prospettiva più ampia, considerando non solo la temperatura dell’aria ma anche l’effettiva percezione del caldo da parte delle persone all’aperto.
Il risultato è un quadro che evidenzia quanto il cambiamento climatico stia incidendo sulla vivibilità urbana, soprattutto nelle grandi città del Mediterraneo.
Fino a tre mesi di disagio termico: i dati raccolti a Roma
I ricercatori hanno esaminato il periodo compreso tra maggio e settembre dal 2018 al 2023, utilizzando i dati registrati dalle stazioni meteorologiche del Collegio Romano e di via Boncompagni.
L’analisi mostra che gli episodi di stress termico sono molto più frequenti delle tradizionali ondate di calore.
Nel 2018, ad esempio, si sono registrati ben 102 giorni di stress termico contro appena 27 giorni classificati come ondate di calore. Nel 2022 i giorni di disagio termico sono stati 101, mentre le ondate di calore si sono fermate a 66.
Particolarmente emblematico il caso del 2019: pur in assenza di ondate di calore estremo, la popolazione romana ha sperimentato quattro lunghi periodi di disagio termico, per un totale di 99 giorni.
Secondo lo studio, in quattro dei sei anni analizzati gli episodi di stress termico hanno superato i tre mesi complessivi.
Temperature sempre più estreme nella Capitale
L’indagine conferma inoltre un progressivo aumento dell’intensità del caldo negli ultimi anni.
Il triennio 2021-2023 è stato quello più critico. Nel 2023 le temperature minime notturne hanno raggiunto i 28 gradi, mentre nel 2022 le massime hanno toccato i 40,5 gradi.
Valori che evidenziano non soltanto l’aumento delle temperature diurne, ma anche la crescente difficoltà per la città di raffreddarsi durante le ore notturne, uno degli effetti più evidenti del fenomeno dell’isola di calore urbana.
Perché lo stress termico è diverso dalle ondate di calore
Le ondate di calore vengono generalmente identificate sulla base delle temperature registrate, mentre lo stress termico tiene conto di diversi fattori che influenzano il benessere delle persone, come: umidità; ventilazione; radiazione solare e temperatura percepita.
Per questo motivo una giornata può risultare particolarmente pesante per il corpo umano anche senza rientrare nei parametri ufficiali di una ondata di calore.
Il Mediterraneo tra le aree più vulnerabili al cambiamento climatico
Per misurare il livello di disagio termico, i ricercatori hanno utilizzato il MOCI (Mediterranean Outdoor Comfort Index), uno degli strumenti più avanzati per valutare il comfort termico all’aperto nei Paesi mediterranei.
L’indice traduce le sensazioni percepite dalle persone in valori numerici che vanno da -3 (freddo estremo) a +3 (caldo estremo), integrando dati climatici e informazioni raccolte direttamente dalla popolazione.
Secondo gli autori dello studio, continuare a valutare il rischio caldo basandosi esclusivamente sulla temperatura dell’aria rischia di sottostimare l’impatto reale sulla salute e sulla qualità della vita.
Il Mediterraneo viene infatti considerato uno degli hotspot mondiali del cambiamento climatico, con una crescita costante della frequenza, dell’intensità e della durata degli eventi estremi.
Gli esperti: serve una nuova definizione di ondata di calore
Per valutare correttamente i rischi legati al caldo estremo non basta più monitorare soltanto le temperature. Occorre adottare indicatori più completi che tengano conto delle reali condizioni di disagio vissute dalle persone.
Una necessità particolarmente urgente in Italia, dove l’elevata densità abitativa delle aree urbane e l’invecchiamento della popolazione aumentano la vulnerabilità agli effetti del cambiamento climatico.
Lo studio suggerisce quindi di ampliare il concetto stesso di ondata di calore, integrando fattori ambientali e bioclimatici capaci di descrivere in modo più accurato il rischio per la salute pubblica.





























































































































































































































































































































































