Cortina d’Ampezzo e le Alpi italiane: meno neve naturale e più dipendenza dalla neve artificiale in vista delle Olimpiadi invernali 2026
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Le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 si svolgeranno in un mondo più caldo: temperature in aumento, meno neve naturale e un uso massiccio di neve artificiale 

Le Olimpiadi invernali nascono dal freddo. Dalla neve compatta sotto gli sci, dal ghiaccio che regge una pista di bob, da temperature stabili sotto lo zero. Ma oggi, mentre il conto alla rovescia per Milano-Cortina 2026 è già iniziato, una domanda si fa sempre più insistente: che fine fanno i Giochi invernali in un mondo che si scalda?

A porla nero su bianco è una nuova analisi di Climate Central, intitolata “Winter Olympics in a warming world”. Il messaggio è chiaro: il cambiamento climatico, causato in larga parte dall’uso dei combustibili fossili, sta già modificando le condizioni di base necessarie per gli sport invernali, mettendo a rischio sicurezza, equità e sostenibilità delle competizioni all’aperto.

Cortina, 70 anni dopo: un inverno completamente diverso

Quando Cortina d’Ampezzo ospitò le Olimpiadi invernali nel 1956, febbraio significava gelo stabile e neve affidabile. Oggi, settant’anni dopo, lo scenario è profondamente cambiato.

Le temperature medie di febbraio a Cortina sono aumentate di 3,6 gradi, una crescita enorme per un contesto alpino. Questo riscaldamento ha avuto un effetto diretto sul numero di giorni di gelo: se negli anni immediatamente successivi ai Giochi del ’56 si registravano in media 214 giorni all’anno sotto lo zero, oggi siamo scesi a 173. In pratica, 41 giorni di freddo in meno ogni anno.

Non è solo una questione di termometro. La neve, elemento centrale per qualsiasi Olimpiade invernale, è diventata più rara. Studi citati da Climate Central mostrano che la profondità media della neve a febbraio è diminuita di circa 15 centimetri tra il 1971 e il 2019. Un segnale evidente di come il riscaldamento globale stia già lasciando il segno sulle Alpi.

Milano-Cortina 2026 e la dipendenza dalla neve artificiale

Eppure, nonostante le gare all’aperto si svolgano in montagna e ad alta quota, le Olimpiadi del 2026 dipenderanno in larga misura dalla neve artificiale. Secondo le stime, serviranno oltre 2,3 milioni di metri cubi, che in alcuni scenari superano i 3 milioni.

Un numero che racconta più di mille parole. La neve naturale non è più considerata una certezza, nemmeno sulle Dolomiti. E la neve artificiale, pur garantendo la possibilità di gareggiare, porta con sé problemi non secondari: grandi consumi di acqua ed energia, superfici più dure e compatte, maggiori rischi di infortuni e condizioni che possono cambiare rapidamente da un atleta all’altro, compromettendo l’equità delle competizioni.

Non è solo Cortina: tutte le città olimpiche si sono scaldate

Il caso italiano è parte di una tendenza globale. L’analisi mostra che tutte le città che hanno ospitato le Olimpiadi invernali dal 1950 a oggi hanno visto aumentare le temperature medie invernali. In media, l’aumento è stato di 2,7 gradi.

Anche Milano, che nel 2026 ospiterà le discipline indoor come pattinaggio artistico e hockey su ghiaccio, ha registrato un aumento di 3,2 gradi nelle temperature di febbraio. Segno che il riscaldamento non risparmia nemmeno i contesti urbani, dove il ghiaccio “resiste” solo grazie alla refrigerazione artificiale.

Meno città adatte ai Giochi: il futuro si restringe

Guardando avanti, il quadro diventa ancora più complesso. Uno studio del 2024 ha analizzato 93 città potenziali per ospitare Olimpiadi e Paralimpiadi invernali, valutando la probabilità di temperature sotto lo zero e di una copertura nevosa sufficiente.

Oggi la maggior parte di queste città è ancora considerata affidabile. Ma entro il 2050, anche ipotizzando uno scenario di riduzione delle emissioni, solo poco più della metà manterrà condizioni climatiche adeguate per ospitare le Olimpiadi invernali. In altre parole, il numero di possibili sedi si sta riducendo drasticamente.

Le Paralimpiadi rischiano ancora di più

La situazione è ancora più delicata per i Giochi Paralimpici Invernali, che si svolgono solitamente a marzo, quando le temperature sono più alte e la pioggia diventa più probabile della neve.

Oggi circa la metà delle città potenziali ha condizioni affidabili. Entro il 2050, però, solo 22 su 93 potrebbero garantire gare sicure ed eque. In uno scenario ad alte emissioni, entro il 2080 le Paralimpiadi invernali all’aperto rischiano di diventare quasi impossibili.

Quando il clima cambia le regole dello sport

Il cambiamento climatico non è un problema astratto o futuro: sta già influenzando gli sport invernali.

Gli snowboarder sono costretti a spostarsi continuamente per trovare neve adatta agli allenamenti. Gli sciatori alpini vedono stagioni sempre più brevi e gare cancellate per mancanza di condizioni adeguate. Nel bob, la refrigerazione artificiale delle piste è ormai indispensabile, ma può creare brina e alterare le prestazioni.

Non sorprende che, secondo uno studio del 2022, il 94% degli atleti e allenatori d’élite tema un impatto negativo del cambiamento climatico sul futuro del proprio sport.

Le Olimpiadi del futuro dovranno cambiare

Il Comitato Olimpico Internazionale ha promesso Giochi “climate positive” a partire dal 2030. Ma Milano-Cortina 2026 arriva prima, in un momento in cui il riscaldamento globale è già una realtà tangibile.

Queste Olimpiadi saranno molto più di un evento sportivo: saranno un test su come lo sport invernale può sopravvivere in un mondo più caldo. Perché senza freddo, senza neve e senza ghiaccio, anche le Olimpiadi invernali rischiano di dover riscrivere la propria identità.

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