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La stagione della neve entra nella fase di fusione con un deficit del 22% in Italia. Sulle Alpi il calo è anticipato, sugli Appennini il deficit arriva al 73%. Cosa significa per acqua e clima

Marzo segna il passaggio decisivo della stagione della neve in Italia. Dopo mesi di accumulo, il manto nevoso entra nella fase della fusione: la neve che si è depositata durante l’inverno comincia lentamente a trasformarsi in acqua, alimentando fiumi, laghi e bacini.

Quest’anno però, come riporta Fondazione Cima, questo passaggio sembra arrivare prima del previsto. A livello nazionale, l’equivalente idrico nivale — cioè la quantità d’acqua contenuta nella neve — resta inferiore alla media del 22%.

Dopo il recupero registrato tra gennaio e febbraio, la stagione ha quindi cambiato direzione: il picco di accumulo è ormai alle spalle e la “discesa” della neve è iniziata.

La “montagna russa” della neve: crescita e calo in poche settimane

L’andamento della stagione nivale 2025-2026 ricorda quasi una montagna russa.

Durante l’inverno il manto nevoso è cresciuto progressivamente fino a metà febbraio, raggiungendo il punto massimo più o meno nei tempi attesi. Da quel momento, però, la curva ha iniziato a scendere rapidamente.

In altre parole, la neve ha già iniziato a fondere su molte montagne italiane.

Credit: Fondazione Cima – Andamento dell’equivalente idrico nivale in Italia. La linea arancione rappresenta l’equivalente idrico nivale per la stagione in corso, totale su tutto il territorio nazionale. La linea azzurra rappresenta l’equivalente idrico nivale totale per la scorsa stagione, mentre la linea grigia e la banda grigia rappresentano, rispettivamente, la media sul periodo storico e la variabilità̀ interannuale.

Questo passaggio è del tutto naturale: ogni anno l’inverno accumula neve e la primavera la restituisce sotto forma di acqua. La differenza, quest’anno, è la velocità con cui il processo sembra essersi attivato.

Alpi italiane: fusione anticipata di circa un mese

Sull’arco alpino la situazione è abbastanza chiara. Nel corso di febbraio la quantità di neve aveva addirittura superato la media stagionale, ma il massimo accumulo è già stato raggiunto e la fase di fusione è iniziata.

Secondo le analisi nivologiche, il processo appare anticipato di circa un mese rispetto alla climatologia storica.

Nel complesso le Alpi italiane presentano ora un deficit relativamente contenuto, pari a circa –12% rispetto alla media. Tuttavia il ritmo della fusione lascia intuire che la riserva di acqua immagazzinata nella neve potrebbe ridursi più rapidamente del normale.

Appennini: qui il deficit è molto più forte

Se sulle Alpi il quadro resta relativamente equilibrato, sugli Appennini la situazione è più critica.

Lungo la dorsale appenninica il picco stagionale è stato raggiunto già all’inizio di febbraio, come spesso accade, ma da allora la neve ha iniziato a diminuire rapidamente.

Dopo un inverno trascorso entro valori considerati normali, oggi il deficit nivale è molto marcato: –73% rispetto alla media. In pratica la “discesa” della montagna russa della neve è partita prima ed è stata molto più veloce.

Il motivo: febbraio troppo caldo e meno precipitazioni

La causa principale di questa accelerazione è legata alle condizioni meteorologiche dell’ultimo mese.

Febbraio è stato significativamente più caldo della media in gran parte dell’Italia. Anche se nel complesso dell’inverno le temperature in montagna sono risultate leggermente sotto media, basta un mese particolarmente caldo per far partire la fusione del manto nevoso.

A questo si aggiunge un secondo fattore: la scarsità di precipitazioni in alcune zone alpine. Nel Triveneto, ad esempio, il trimestre invernale ha registrato deficit di precipitazioni fino al –60%, riducendo la quantità di neve disponibile.

La combinazione è quella che gli studiosi conoscono bene: meno nevicate e temperature più alte portano quasi sempre a una fusione anticipata e a un rapido ritorno in deficit.

I bacini più osservati: Adige, Tevere e Po

La neve in montagna non è solo un elemento del paesaggio: rappresenta una riserva d’acqua fondamentale per i mesi più caldi.

Per questo gli esperti monitorano con attenzione alcuni bacini idrografici chiave.

  • Bacino dell’Adige: deficit di circa –26%, con il picco stagionale già superato.

  • Bacino del Tevere: fusione iniziata già a inizio febbraio e quantità di neve circa la metà rispetto agli standard storici.

  • Bacino del Po: situazione più positiva, con valori quasi in linea con la media (–2%).

Credit: Fondazione Cima – Confronto dei valori dell’equivalente idrico nivale nei bacini fluviali osservati il 7 marzo per ciascun anno dal 2011 al 2026

In particolare nel Nord-Ovest l’inverno è stato più vicino alle condizioni che storicamente caratterizzavano queste regioni, almeno alle quote più alte.

Quando la neve diventa acqua

La primavera rappresenta sempre una fase delicata per il manto nevoso.

Come spiega il ricercatore Francesco Avanzi, esperto di idrologia nivale della Fondazione CIMA: «I mesi primaverili sono una fase delicata per la risorsa nivale. La neve inizia a fondere dalle quote più basse e si ritira progressivamente verso l’alta montagna».

Quando la fusione comincia troppo presto, il rischio è che diminuisca la quantità di acqua disponibile in estate.

Durante questo processo la struttura stessa della neve cambia: l’acqua si infiltra nel manto nevoso, i cristalli si arrotondano, i granuli diventano più grandi e la neve diventa sempre più umida.

Questo fenomeno è noto come metamorfismo da neve umida, il passaggio attraverso cui il ghiaccio accumulato durante l’inverno si trasforma gradualmente nell’acqua che alimenterà fiumi e laghi.

Le previsioni: marzo caldo e poche precipitazioni

Guardando alle prossime settimane, le previsioni stagionali indicano condizioni non ideali per la conservazione della neve.

Secondo le proiezioni meteorologiche:

  • marzo potrebbe essere più caldo della media

  • le precipitazioni sulle montagne potrebbero risultare inferiori alla norma

Le condizioni più umide potrebbero tornare nel trimestre aprile-giugno, ma nel frattempo il contesto climatico sembra favorire la fusione piuttosto che nuove nevicate tardive.

La fase decisiva della stagione della neve

La stagione nivale italiana ha ormai superato il suo momento di massimo accumulo.

Il picco è alle spalle e la domanda ora cambia: non è più quanta neve cadrà, ma quanto velocemente quella esistente si trasformerà in acqua.

È proprio in questa fase che si definisce l’impatto reale della neve sulla disponibilità idrica primaverile ed estiva.

Il prossimo aggiornamento, previsto a metà aprile, permetterà di capire meglio quanta parte della neve ancora presente sulle montagne italiane riuscirà davvero ad arrivare ai fiumi e ai bacini del Paese.

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