- 29/04/2026
- Redazione
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Nel Mediterraneo oltre il 34% delle palle di mare contiene microplastiche: cosa rivela lo studio ENEA sull’inquinamento marino
Sulle spiagge del Mediterraneo sono una presenza familiare, spesso ignorate o scambiate per semplici residui vegetali. Eppure le cosiddette “palle di mare” — tecnicamente aegagropile — oggi si rivelano una preziosa chiave per leggere lo stato di salute dei nostri mari.
Secondo un nuovo studio condotto da ENEA e pubblicato sulla rivista Environments (MDPI), oltre un terzo di queste sfere naturali contiene plastica. Un dato che conferma quanto l’inquinamento sia ormai radicato negli ecosistemi marini.
I numeri dello studio: plastica nel 34,9% delle sfere
L’indagine ha analizzato circa 1300 campioni raccolti lungo 13 siti della costa laziale. I risultati sono chiari:
- Il 34,9% delle sfere contiene plastica
- Sono state identificate 1415 particelle
- In media, 3,1 frammenti per sfera
Dal punto di vista dimensionale:
- 48,7% microplastiche (meno di 5 mm)
- 29,6% mesoplastiche
- 21,9% macroplastiche
Tra i materiali più diffusi emergono fibre sintetiche e polimeri come nylon e PET (comune negli imballaggi alimentari), seguiti da polietilene e polipropilene.
Perché le microfibre arrivano al mare (anche dai nostri lavaggi)
Uno degli aspetti più rilevanti riguarda la provenienza di queste microplastiche. Lo studio evidenzia una forte correlazione tra la presenza di microfibre e la vicinanza agli impianti di depurazione.
Durante il lavaggio domestico dei tessuti sintetici, infatti, vengono rilasciate fibre microscopiche che i sistemi di trattamento delle acque riescono a trattenere solo in parte. Il risultato è che queste particelle finiscono in mare, accumulandosi sui fondali.
Come funzionano le “palle di mare”: trappole naturali di plastica
Le aegagropile si formano a partire dai residui fibrosi della Posidonia oceanica, modellati dalle correnti marine. Durante questo processo, intrappolano detriti presenti nei sedimenti, comprese le microplastiche.
Come spiega la ricercatrice ENEA Patrizia Menegoni, queste sfere agiscono come vere e proprie “trappole naturali”, capaci di concentrare la plastica senza bisogno di tecnologie invasive.
In pratica:
- si raccolgono facilmente sulle spiagge
- si analizzano con tecniche standard
- restituiscono un quadro chiaro della contaminazione
Un metodo semplice, economico e replicabile
Un altro elemento chiave dello studio riguarda la metodologia. Il protocollo utilizzato — dalla raccolta manuale all’analisi microscopica — è semplice e replicabile.
Secondo Loris Pietrelli, del Consiglio Scientifico di Legambiente, questo approccio permette di estendere il monitoraggio su larga scala con costi contenuti, rendendo i dati comparabili nel tempo e tra diverse aree geografiche.
Mediterraneo sempre più esposto: il ruolo cruciale della Posidonia
Il Mediterraneo è già considerato uno dei bacini più colpiti dall’inquinamento plastico. In questo contesto, le praterie di Posidonia oceanica — fondamentali per ossigenazione, stabilità dei fondali e assorbimento di CO₂ — assumono un nuovo ruolo.
Non solo habitat essenziale, ma anche sentinella ambientale.
Le “palle di mare” diventano così indicatori naturali, capaci di mostrare quanto profondamente la plastica sia ormai entrata nei cicli ecologici marini.







































































































































































































































































































































