- 08/02/2026
- Redazione
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Caldo record, vegetazione secca e abbandono del territorio: uno studio internazionale svela il perchè degli incendi nel Nord-Ovest della Penisola Iberica
L’estate 2025 resterà negli archivi climatici europei come una delle più devastanti di sempre sul fronte degli incendi. A bruciare, in modo particolare, è stato il Nord-Ovest della Penisola Iberica, dove in poche settimane le fiamme hanno divorato una superficie senza precedenti. Ora uno studio internazionale fa chiarezza su cosa sia accaduto davvero — e perché non si può più parlare di eventi eccezionali.
Caldo record e fuoco: una combinazione esplosiva
Secondo la ricerca, pubblicata sulla rivista Global Change Biology nella sezione Science behind the news, l’origine del disastro va cercata nella sovrapposizione di due fattori chiave: da un lato condizioni meteorologiche estreme, dall’altro una vegetazione sempre più predisposta alla combustione.
Gli incendi si sono sviluppati durante un’ondata di calore eccezionale durata 16 giorni, che ha colpito l’Europa sud-occidentale nell’agosto 2025. Temperature elevate, aria secca e venti favorevoli hanno fatto impennare l’Indice di Pericolo di Incendio, che ha raggiunto il valore mensile più alto mai registrato nell’area tra il 1985 e il 2025.
Numeri impressionanti: metà dei roghi europei in una sola area
I dati parlano chiaro. Pur rappresentando solo il 2% del territorio europeo, il Nord-Ovest della Penisola Iberica ha concentrato oltre il 50% della superficie totale bruciata in Europa fino alla fine di agosto 2025.
In numeri assoluti, si tratta di circa 541.000 ettari andati in fumo, su un totale europeo che ha sfiorato il milione di ettari. Un record che, spiegano i ricercatori, non può essere attribuito solo al meteo.
Non sono state le aree protette a bruciare di più
Uno degli aspetti più sorprendenti dello studio riguarda le aree naturali protette. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, queste non hanno subito danni sproporzionati: la superficie bruciata al loro interno è risultata coerente con la loro estensione sul territorio.
A essere colpite in modo anomalo sono state invece le aree a macchia mediterranea e arbusteto, che hanno bruciato molto più del previsto.
Il peso dell’abbandono del territorio
Questo squilibrio, spiegano gli esperti, è il segnale di un problema strutturale che riguarda gran parte del Mediterraneo europeo: decenni di abbandono delle aree rurali e una gestione forestale inefficace hanno favorito l’espansione di vegetazione altamente infiammabile.
“Il cambiamento climatico aumenta la probabilità di condizioni meteorologiche estreme favorevoli agli incendi, ma l’impatto finale dipende fortemente anche dall’uso del suolo e dalla struttura dei combustibili vegetali”, ha spiegato Marco Turco, coordinatore dello studio e ricercatore dell’Università di Murcia.
Dalla reazione alla prevenzione: un cambio di strategia urgente
Il messaggio che emerge dallo studio è chiaro: spegnere gli incendi non basta più. Serve un cambio di paradigma.
“È necessario passare da una strategia prevalentemente reattiva a una prevenzione proattiva, che consideri la resilienza agli incendi come una priorità di sicurezza nazionale”, ha sottolineato Mara Baudena, prima ricercatrice del Cnr-Isac di Torino.
Tra le soluzioni più efficaci indicate dagli scienziati ci sono:
riduzione del carico di combustibile vegetale
gestione attiva e integrata del territorio
coinvolgimento delle comunità locali
monitoraggio satellitare continuo
capacità di intervento rapido
“Solo un approccio coordinato può limitare gli impatti futuri”, ha concluso Antonello Provenzale, dirigente di ricerca del Cnr-Igg.




























































































































































































































































































































































































































