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Alla COP17 la Mongolia porta al centro il rapporto tra desertificazione, cambiamento climatico e vita delle comunità rurali. Suor Sandra Garay racconta una terra fragile, ma ancora capace di rinascere

Si apre oggi in Mongolia la COP17, la Conferenza delle Nazioni Unite dedicata alla lotta contro la desertificazione, il degrado del suolo e la siccità. Un appuntamento particolarmente significativo per un Paese nel quale la vita di molte comunità, soprattutto nelle aree rurali, è profondamente legata alla terra e alla pastorizia.

In questo contesto, abbiamo raccolto la testimonianza di Suor Sandra Garay, argentina, missionaria della Consolata, che vive in Mongolia dal 2004, direttrice esecutiva di Caritas Mongolia. Il suo è uno sguardo maturato in oltre vent’anni di presenza nel Paese, accanto alle comunità di Ulaanbaatar e delle aree rurali.

Quello che segue è il Suo racconto di una terra immensa, affascinante e apparentemente inesauribile, ma che mostra oggi segnali sempre più evidenti di fragilità.

Vivere in Mongolia per tanti anni mi ha permesso di conoscere non solo la sua gente, ma anche la sua terra. Quando sono arrivata, una delle prime cose che mi ha colpito è stata la vastità del paesaggio. In Mongolia tutto sembra grande: il cielo, le distanze, le praterie, il silenzio. Si può viaggiare per ore senza incontrare una casa, vedendo soltanto montagne, pascoli e mandrie.

È difficile, davanti a un paesaggio così immenso, immaginare che questa terra possa essere in pericolo. Eppure lo è. Oggi, quando viaggio fuori dalla capitale, noto sempre più spesso i segni di un territorio che sta cambiando.

Ci sono zone dove l’erba è più scarsa, sorgenti che si sono prosciugate, terreni che sembrano sempre più aridi. I pastori raccontano di inverni più difficili, estati più secche e stagioni sempre meno prevedibili. Questa è la realtà della desertificazione in Mongolia.

Non è soltanto il deserto che avanza

La desertificazione non significa semplicemente che il deserto avanza sulle praterie. È un processo più complesso: la terra perde progressivamente la sua capacità di sostenere la vita. I pascoli diventano meno produttivi, il suolo si impoverisce, l’acqua diventa più difficile da trovare e gli habitat naturali si deteriorano.

Le cause sono diverse. Ci sono la siccità, il cambiamento climatico e la diminuzione delle precipitazioni, ma anche fattori legati alle attività umane, come il sovrapascolo, la deforestazione e un uso non sostenibile del territorio.

In Mongolia questi fattori si sommano.

La temperatura media del Paese è aumentata di circa 2,2 °C, mentre le precipitazioni sono diminuite di circa il 7,3%. Circa il 77% del territorio mongolo è interessato da fenomeni di degrado del suolo.

Dietro queste percentuali, però, ci sono persone e animali. L’acqua è più difficile da trovare. Le estati possono essere molto calde e secche, mentre gli inverni diventano sempre più imprevedibili.

La Mongolia conosce da sempre il fenomeno dello dzud, un inverno particolarmente rigido che può provocare la morte di grandi quantità di bestiame. Oggi questi eventi si inseriscono in un clima sempre più instabile. Anche le tempeste di sabbia e polvere sono una preoccupazione crescente.

Per una famiglia che vive dell’allevamento, tutto questo può essere drammatico.

Quando il pascolo non basta più

In Mongolia l’allevamento è molto più di un’attività economica. È parte della cultura, della storia e dell’identità del Paese.

I pastori hanno imparato per secoli a seguire le stagioni, spostandosi alla ricerca di pascoli e acqua. Ma questo equilibrio oggi è diventato più fragile.

Uno dei problemi è il numero crescente di animali rispetto alla capacità dei pascoli. Quando il bestiame è troppo numeroso, la vegetazione non ha il tempo di rigenerarsi. Il terreno si impoverisce e diventa più vulnerabile alla siccità e all’erosione.

È stato stimato che, per mantenere un equilibrio più sostenibile con le risorse disponibili, la Mongolia avrebbe bisogno di circa il 25% in meno di bestiame.

Ma dire semplicemente ai pastori di avere meno animali non è una soluzione. Per molte famiglie gli animali rappresentano la sicurezza economica, il cibo e il futuro dei figli.

Perdere il bestiame significa spesso perdere quasi tutto. Per questo la lotta contro la desertificazione deve essere anche una lotta per proteggere i mezzi di sussistenza.

Proteggere la terra significa proteggere le persone

In Mongolia ho imparato che non si può parlare di protezione dell’ambiente senza parlare delle persone che vivono sulla terra.

Se un pascolo viene degradato, non perde soltanto la natura: perde anche il pastore che da quel pascolo dipende. Se una sorgente scompare, non scompare soltanto un ecosistema: diventa più difficile allevare gli animali e mantenere una famiglia nelle campagne.

Per questo, in Mongolia, la protezione degli habitat e la protezione dei mezzi di sussistenza devono procedere insieme.

Le soluzioni esistono. Una gestione più sostenibile dei pascoli può permettere alla vegetazione di recuperare. La protezione delle sorgenti e dei pozzi, insieme alla raccolta dell’acqua piovana e a un uso più efficiente delle risorse idriche, può aiutare le comunità ad affrontare la crescente scarsità d’acqua.

Anche la forestazione e la riforestazione possono contribuire a proteggere il suolo, ridurre l’erosione e aumentare lo stoccaggio del carbonio. Ma in Mongolia è altrettanto importante restaurare le praterie e gli habitat naturali, che sostengono gran parte della vita del Paese.

La Mongolia ha ampliato le proprie aree protette per conservare la biodiversità e proteggere le specie minacciate. È però necessario continuare a investire nel ripristino degli habitat degradati.

Un futuro per i pastori

Un’altra parte della soluzione è aiutare le famiglie rurali a diversificare le proprie fonti di reddito.

Quando una famiglia dipende quasi esclusivamente dal bestiame, una siccità o uno dzud possono distruggere in pochi mesi il lavoro di molti anni. Avere altre possibilità di reddito può ridurre la pressione sui pascoli e rendere le famiglie più resilienti.

Progetti come Ensure hanno mostrato il potenziale della diversificazione dei mezzi di sussistenza e degli approcci basati sulle comunità.

L’obiettivo, però, non dovrebbe essere allontanare i pastori dalla loro terra. Al contrario, dobbiamo trovare il modo di permettere alle nuove generazioni di continuare a vivere nelle campagne, mantenendo la ricchezza della cultura pastorale mongola in un ambiente che sta cambiando.

La COP17: una responsabilità condivisa

È in questo contesto che la COP17 assume un significato particolare.

Parlare di desertificazione a livello internazionale può sembrare qualcosa di lontano dalla vita quotidiana. In Mongolia, invece, è una questione molto concreta: è nell’acqua che non si trova più facilmente, nell’erba che cresce meno, negli animali che non riescono a superare un inverno difficile e nelle famiglie costrette a lasciare le campagne.

La Mongolia ci ricorda che cambiamento climatico, desertificazione e perdita di biodiversità sono problemi strettamente collegati.

Una prateria sana assorbe carbonio, protegge il suolo, conserva l’acqua, offre habitat alla fauna e permette ai pastori di allevare i propri animali. Una prateria degradata perde progressivamente queste funzioni.

Per questo restaurare la terra significa molto più che fermare l’avanzata del deserto. Significa ricostruire un equilibrio tra ambiente e attività umane.

Una terra che può ancora rinascere

Nonostante le difficoltà, ci sono motivi per sperare. Esistono persone e comunità che stanno cambiando le proprie pratiche, proteggendo l’acqua, restaurando terreni degradati e cercando nuove fonti di reddito.

Queste esperienze dimostrano che la desertificazione non è necessariamente irreversibile.

Servono però tempo, conoscenze, investimenti e politiche che sostengano le comunità locali. Serve anche educazione, perché la protezione dell’ambiente non può essere soltanto il compito degli esperti o delle istituzioni. Deve diventare una responsabilità condivisa.

Dopo aver vissuto in Mongolia per anni, faccio sempre più fatica a considerare la desertificazione come un problema lontano o astratto. Quando vedo una prateria secca, penso alle famiglie che dipendono da quella terra. Quando sento parlare di scarsità d’acqua, penso ai pastori e ai loro animali. Quando vedo un paesaggio degradato, penso a ciò che potrebbe tornare a essere se fosse curato.

La Mongolia è una terra fragile, ma anche straordinariamente resiliente.

Alla COP17, il Paese porta con sé una storia che vale la pena ascoltare: proteggere la terra significa proteggere le persone; restaurare gli ecosistemi significa dare un futuro alle comunità; combattere la desertificazione significa difendere la possibilità di continuare a vivere in armonia con questa terra.

E forse questo è il messaggio più importante che la Mongolia può offrire al mondo: il futuro del pianeta si decide anche qui, nelle praterie, nei piccoli villaggi e nelle famiglie che ogni giorno cercano di vivere della terra senza distruggerla.

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Suor Sandra Garay

Suor Sandra Garay, dall’Argentina, missionaria della Consolata. In Mongolia dal 2004. Ha svolto attività di evangelizzazione sia nella capitale, Ulaanbaatar, sia nella provincia di Uvukhangai, accompagnando anche famiglie e persone in situazioni di particolare necessità. Attualmente lavora presso Caritas Mongolia, dove ricopre il ruolo di direttrice esecutiva.