- 28/08/2026
- Redazione
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Il monitoraggio satellitare dell’INPE fotografa il livello più basso degli allarmi di deforestazione dal 2016, ma sulla tutela della foresta pesano ancora le pressioni politiche e i nuovi progetti infrastrutturali
L’Amazzonia brasiliana rallenta la corsa alla distruzione. Tra agosto 2025 e luglio 2026, l’area interessata dagli allarmi di deforestazione è scesa a 2.874,38 chilometri quadrati: il valore più basso da quando, nel 2016, è iniziata l’attuale serie storica del sistema Deter dell’Istituto nazionale brasiliano per la ricerca spaziale (INPE).
Rispetto ai 4.495 km² registrati nel ciclo precedente, la riduzione è del 36%. Il dato, presentato dall’INPE, è anche del 55,6% inferiore alla media degli ultimi dieci cicli di monitoraggio.
È un risultato importante, ma va letto con una precisazione: Deter non misura direttamente la superficie di foresta definitivamente disboscata. Il sistema utilizza immagini satellitari quasi in tempo reale per individuare gli interventi sulla vegetazione e indirizzare le attività di controllo e di polizia ambientale. Per calcolare il tasso ufficiale di deforestazione viene invece utilizzato il sistema Prodes.
Il Deter, tuttavia, negli ultimi anni si è dimostrato un indicatore utile per anticipare la direzione dei dati Prodes. Se la forte contrazione degli allarmi verrà confermata dalle rilevazioni definitive, il Brasile potrebbe avvicinarsi a un nuovo minimo storico della deforestazione.
Quattro anni di calo: la svolta nella gestione dell’Amazzonia
Il dato del 2026 si inserisce in una tendenza più ampia. Nei quattro anni del terzo mandato di Luiz Inácio Lula da Silva, l’area amazzonica interessata dagli allarmi avrebbe raggiunto complessivamente circa 19.642 km², contro i 33.400 km² del quadriennio 2019-2022: una riduzione nell’ordine del 41%.
La differenza racconta anche due approcci politici profondamente diversi alla tutela della foresta. Il governo Lula ha rilanciato le attività di controllo ambientale, il monitoraggio satellitare e il contrasto alla deforestazione illegale, dopo gli anni in cui la pressione sulla foresta era tornata a crescere.
Per Marcio Astrini, segretario esecutivo dell’Observatório do Clima, i numeri mostrano che le politiche pubbliche possono produrre risultati concreti e che l’obiettivo della deforestazione zero entro il 2030 non è irrealistico.
Il punto, però, è quanto questi risultati siano consolidati. Perché la storia recente dell’Amazzonia insegna che una curva può cambiare rapidamente direzione.
Meno alberi abbattuti significa anche meno emissioni
La questione non riguarda soltanto la conservazione della foresta. In Brasile, la distruzione delle foreste rappresenta una componente decisiva del bilancio climatico nazionale.
Secondo le elaborazioni del Seeg, il Sistema di stima delle emissioni e degli assorbimenti di gas serra coordinato dall’Observatório do Clima, la riduzione degli allarmi di deforestazione registrata tra il 2023 e il 2026 avrebbe evitato l’emissione di circa 2,238 miliardi di tonnellate di CO₂ equivalente, pari a 2,238 GtCO₂e. Una quantità enorme, comparabile alle emissioni lorde complessive del Brasile in circa un anno.
Il meccanismo è relativamente semplice: meno foresta distrutta significa meno carbonio liberato nell’atmosfera. E significa anche una minore quantità di materiale vegetale secco disponibile per alimentare incendi di grandi dimensioni.
Il paradosso: l’agricoltura può crescere anche con meno deforestazione
Uno degli argomenti tradizionalmente utilizzati contro politiche ambientali più stringenti è il possibile conflitto tra protezione della foresta e sviluppo economico.
I dati brasiliani raccontano però una storia più complessa. La riduzione della deforestazione non ha impedito al settore agricolo e agroindustriale di crescere.
Secondo i dati, nel 2025 il Pil dell’agroindustria brasiliana è aumentato del 12,2%, mentre il volume della produzione è cresciuto del 6,76%. Il valore complessivo generato dal comparto sarebbe passato dai 2.500 miliardi di reais del 2022 ai 3.200 miliardi del 2025.
È una dinamica già osservata in passato: tra il 2005 e il 2012 il Brasile riuscì a ridurre sensibilmente la deforestazione mentre la produzione agricola e i profitti del settore continuavano a crescere.
La lezione, almeno sul piano economico, è significativa: aumentare la produttività delle aree già utilizzate può essere più compatibile con la tutela della foresta rispetto all’espansione continua della frontiera agricola.
Il rischio El Niño e la stagione degli incendi
La riduzione della deforestazione ha anche un effetto sulla vulnerabilità agli incendi. Durante periodi climaticamente difficili, come quelli associati a El Niño, una foresta sottoposta a meno disboscamento presenta una minore quantità di biomassa secca disponibile come combustibile. Questo può contribuire a limitare la propagazione degli incendi incontrollati.
È un aspetto particolarmente importante dopo le stagioni degli incendi che hanno colpito l’Amazzonia brasiliana nel 2023 e nel 2024, quando siccità, caldo e pressione antropica hanno creato condizioni favorevoli alla diffusione del fuoco.
Ma la battaglia politica è tutt’altro che vinta
Il paradosso brasiliano è che proprio mentre i dati satellitari mostrano una significativa inversione di tendenza, il sistema di protezione ambientale continua a essere sottoposto a forti pressioni.
In Congresso sono infatti in discussione iniziative che, secondo le organizzazioni ambientaliste, potrebbero ridurre i poteri dell’Ibama, modificare le norme sulle aree protette, alleggerire alcuni vincoli del Codice Forestale e introdurre forme di regolarizzazione o amnistia per occupazioni illegali di terreni pubblici.
È qui che si gioca la partita più delicata: il successo ottenuto con il monitoraggio satellitare e le politiche di contrasto alla deforestazione può essere vanificato se cambiano le regole o si indeboliscono gli strumenti di controllo.
La BR-319 è il caso emblematico
Il caso più controverso è quello della BR-319, la grande arteria che collega Porto Velho, nello Stato di Rondônia, a Manaus, nello Stato di Amazonas, attraversando una delle aree ancora meglio conservate della foresta amazzonica.
Il progetto di pavimentazione della strada è da anni al centro di uno scontro tra esigenze infrastrutturali, interessi economici e tutela ambientale. Nel 2026 la questione è tornata al centro dell’attenzione con le procedure avviate dal Dnit.
Secondo una stima elaborata da ricercatori dell’Università Federale di Minas Gerais, la pavimentazione potrebbe portare entro il 2050 a un aumento molto consistente della deforestazione nell’area di influenza della strada e a circa 8 miliardi di tonnellate di CO₂ di emissioni cumulative.
La stessa stima ipotizza fino a 170 mila km² di deforestazione cumulata nello scenario con pavimentazione, circa quattro volte rispetto allo scenario senza nuova infrastrutturazione.
Si tratta di una proiezione modellistica, non di un dato osservato, ma rende evidente la dimensione del rischio denunciato da scienziati e ambientalisti.
Il tema è tanto più rilevante perché la BR-319 attraversa una regione considerata strategica per la conservazione della foresta. L’Osservatório do Clima sostiene inoltre che l’opera non disponga ancora di tutte le autorizzazioni ambientali necessarie per la fase di esecuzione.
Il record del 2026 non è ancora la vittoria finale
Il dato Deter rappresenta dunque una buona notizia, ma non autorizza ancora a dichiarare vinta la battaglia contro la deforestazione.
L’INPE ha certificato il minimo storico degli allarmi: 2.874,38 km² nel ciclo agosto 2025-luglio 2026. Ma sarà il prossimo dato Prodes a stabilire quanta superficie sia stata effettivamente disboscata nel periodo di riferimento.
E soprattutto, la vera sfida sarà mantenere la curva verso il basso. Il Brasile ha dimostrato di poter ridurre la distruzione della foresta senza necessariamente sacrificare la crescita dell’agricoltura. Ora deve dimostrare di poterlo fare in modo stabile, mentre crescono le pressioni per nuove infrastrutture e per un alleggerimento delle norme ambientali.
La frase di Astrini riassume bene la contraddizione: la riduzione della deforestazione può essere una delle principali eredità ambientali del governo Lula, ma arrivare davvero alla deforestazione zero entro il 2030 richiederà che politiche ambientali, infrastrutture e decisioni del Congresso procedano nella stessa direzione.
Per l’Amazzonia, il record del 2026 è quindi meno un punto d’arrivo che un test. Il satellite ha mostrato che la tendenza può essere invertita. La politica brasiliana dovrà decidere se renderla permanente.


















































































































































































































































































































































































































