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Alla COP17 di Ulaanbaatar governi, banche e imprese annunciano nuovi capitali per ripristinare i territori. I pascoli diventano il banco di prova di una finanza ambientale che punta a trasformare la resilienza alla siccità in un investimento economico

Non è soltanto una questione ambientale. Alla COP17 dell’UNCCD, riunita a Ulaanbaatar, il ripristino dei territori entra con maggiore forza nell’agenda della finanza internazionale.

Governi, banche di sviluppo, fondi e imprese hanno annunciato 1,3 miliardi di dollari di nuovi finanziamenti e risorse in fase di sviluppo, destinati a progetti di ripristino del territorio e di rafforzamento della resilienza alla siccità.

Gli impegni riguardano 23 Paesi in cinque continenti. Una parte consistente delle risorse è destinata ai pascoli, ecosistemi spesso considerati marginali rispetto alle grandi politiche climatiche, ma fondamentali per l’alimentazione, l’acqua, la biodiversità e il reddito di milioni di persone.

La cifra complessiva comprende 644,5 milioni di dollari identificati come nuovi finanziamenti, dei quali 216,4 milioni sono già confermati e in fase di attuazione.

La Mongolia punta sulla finanza verde

Il Paese ospitante ha scelto la COP17 anche per presentare una propria strategia finanziaria. La Mongolia punta a indirizzare una quota crescente del credito nazionale verso progetti sostenibili, attraverso principi di finanza sostenibile, una tassonomia verde nazionale e un obiettivo particolarmente significativo: portare i prestiti verdi al 10% entro il 2030.

A Ulaanbaatar è stato inoltre inaugurato il primo hub nazionale Business4Land, piattaforma pensata per avvicinare imprese, istituzioni finanziarie e progetti di ripristino del territorio.

L’iniziativa non è rimasta isolata. La Russia ha annunciato un proprio centro nazionale, mentre il Lussemburgo ha creato la Business4Land Foundation e la Germania ha sostenuto il gruppo di esperti finanziari della piattaforma.

Pascoli, un ecosistema da miliardi di dollari

Il cuore della strategia emersa dalla COP17 è la Rangeland Flagship Initiative, un programma valutato complessivamente 1,2 miliardi di dollari e articolato in 45 progetti.

Il dato dà la misura del cambio di prospettiva: i pascoli non vengono più considerati soltanto come territori da proteggere, ma come una vera infrastruttura economica e produttiva.

Coprono infatti oltre metà della superficie terrestre e sostengono il reddito e la sopravvivenza di circa 2 miliardi di persone, tra cui 500 milioni di pastori. Ma fino alla metà di questi ecosistemi risulta degradata o a rischio.

Il problema non è soltanto ecologico. Un pascolo degradato significa maggiore vulnerabilità alla siccità, minore produttività, maggiore pressione sulle risorse idriche e, in prospettiva, più fragilità per i sistemi alimentari.

Quanto conviene investire nel ripristino

La dimensione economica del fenomeno è altrettanto rilevante. Secondo i dati presentati alla COP17, i pascoli producono benefici stimati tra 21 e 47 trilioni di dollari l’anno, considerando alimentazione, acqua, stoccaggio del carbonio e biodiversità.

Anche il ritorno sugli investimenti è significativo. Il ripristino dei pascoli può generare in media 4-6 dollari di benefici per ogni dollaro investito. Se nel calcolo vengono inclusi anche benefici pubblici più ampi, come la disponibilità di acqua, il ritorno può arrivare fino a 36 dollari.

È questa la logica che sta spingendo governi e istituzioni finanziarie a guardare alla salute del territorio non più come a un costo, ma come a un investimento.

Dai fondi internazionali alle banche di sviluppo

Il Fondo per l’Ambiente Globale (GEF) sostiene il coordinamento della Rangeland Flagship Initiative attraverso un investimento di 3,3 milioni di dollari nel COP17 Legacy Project.

Negli ultimi quattro anni, inoltre, il GEF ha approvato più di 50 progetti per oltre 300 milioni di dollari destinati alla gestione sostenibile dei pascoli, al loro ripristino e al sostegno delle comunità pastorali.

Tra gli altri interventi annunciati figurano i 113 milioni di dollari della Banca asiatica di sviluppo per il Fondo regionale per un’agroindustria verde e inclusiva, oltre a iniziative sostenute dal Fondo verde per il clima in Botswana e Mongolia e al programma TWENDE in Kenya.

L’Adaptation Fund ha invece destinato 9,1 milioni di dollari a interventi di adattamento locale con popolazioni indigene e comunità africane.

In Africa meridionale, GIZ e BMZ sostengono programmi tra cui Forests4Future, finanziato con 76 milioni di dollari. Peace Parks Foundation e Conservation International hanno destinato 35 milioni a Herding for Health, mentre l’International Livestock Research Institute ha mobilitato 22 milioni per lo STELLARR Investment Hub.

La dimensione multilaterale è evidente anche nel coinvolgimento delle agenzie ONU: 12 progetti sono realizzati con UNDP, sei con UNEP e tre con FAO.

La terra cerca un posto stabile nei portafogli degli investitori

Il passaggio più interessante della COP17 riguarda però il tentativo di trasformare il ripristino dei territori in una categoria di investimento più riconoscibile e misurabile.

Il confronto tra ministri, banche multilaterali e istituzioni finanziarie ha messo in evidenza un problema concreto: per attrarre capitali bisogna rendere gli investimenti in suolo, territorio e resilienza alla siccità più visibili, comparabili e tracciabili.

In altre parole, ciò che può essere misurato può diventare più facilmente finanziabile.

Tra gli strumenti discussi figurano garanzie, capitale di prima perdita, assicurazioni indicizzate, strutture per preparare progetti pronti a ricevere investimenti, scambi debito-natura e obbligazioni legate alla natura, alla sostenibilità o ai risultati ambientali.

Il nodo dell’assicurazione agricola

La questione del rischio è particolarmente importante nei Paesi più vulnerabili.

In Africa, soltanto il 3% dei piccoli agricoltori dispone di un’assicurazione agricola, contro il 20% registrato nel resto del mondo in via di sviluppo.

È qui che strumenti finanziari capaci di assorbire parte del rischio iniziale possono fare la differenza: senza una riduzione del rischio, molti progetti di ripristino possono infatti risultare troppo incerti per il capitale privato.

La Banca Africana di Sviluppo ha annunciato 100 milioni di dollari per il programma del bacino del fiume Zambesi, che coinvolge otto Paesi, e per l’acceleratore della Grande Muraglia Verde dell’Africa meridionale.

Business4Land: il settore privato prova a colmare il divario

Oggi il settore privato rappresenta soltanto circa il 6% degli investimenti globali nel ripristino del territorio.

È uno dei numeri più significativi emersi dalla COP17 perché fotografa il vero ostacolo della transizione: non basta avere capitali disponibili, bisogna costruire progetti nei quali gli investitori possano riconoscere opportunità, dati affidabili e rischi gestibili.

Gli hub Business4Land nascono proprio con questo obiettivo. Portare la piattaforma a livello nazionale significa avvicinare il tema del ripristino ai luoghi nei quali vengono prese concretamente le decisioni di investimento.

La sfida, quindi, non è chiedere semplicemente alle imprese di spendere di più per l’ambiente. È creare progetti finanziabili, dati credibili, regole stabili e strumenti capaci di ridurre il rischio nelle fasi iniziali.

Il grande paradosso: servono 355 miliardi l’anno

La cifra annunciata a Ulaanbaatar è importante, ma resta piccola rispetto alla dimensione del problema.

Secondo la valutazione dei fabbisogni finanziari dell’UNCCD, per rispettare gli impegni globali sul ripristino del territorio servirebbero 355 miliardi di dollari all’anno fino al 2030.

Gli investimenti attuali si fermano a circa 77 miliardi. Il risultato è un deficit annuale di 278 miliardi di dollari.

Il costo dell’inazione, secondo le stime presentate alla conferenza, raggiunge invece 878 miliardi di dollari ogni anno. Al contrario, investire in territori sani potrebbe generare benefici fino a 1.800 miliardi di dollari l’anno.

Il problema diventa ancora più evidente considerando che nel 2025 gli aiuti pubblici allo sviluppo sono diminuiti del 23,1% e circa metà dei Paesi a basso reddito si trova in una situazione di crisi del debito o ad alto rischio.

Non solo aiuti: la nuova frontiera della finanza ambientale

Per colmare il divario, la strategia dovrà quindi andare oltre le tradizionali sovvenzioni internazionali.

Tra le possibilità indicate figurano incentivi fiscali per il ripristino dei territori, pagamenti per i servizi ecosistemici e una revisione dei sussidi che producono effetti dannosi sull’ambiente. Questi ultimi valgono complessivamente circa 2.400 miliardi di dollari di natura pubblica.

Anche il programma FIELD punta a mobilitare nuove risorse, con l’obiettivo di catalizzare altri 2 miliardi di dollari per il ripristino del territorio in Asia e nel Pacifico. Si tratta, tuttavia, di un obiettivo di mobilitazione e non di fondi già impegnati: per questo la cifra non rientra nel totale annunciato alla COP17.

Dalla protezione della natura all’economia della resilienza

La vera novità della COP17 non è dunque soltanto nei numeri. Il messaggio che arriva da Ulaanbaatar è che la terra sta progressivamente entrando nel linguaggio della finanza. Pascoli, suolo, acqua e resilienza alla siccità vengono trattati sempre più come asset strategici per la stabilità economica.

La sfida sarà ora trasformare gli annunci in cantieri, progetti e risultati misurabili. Perché 1,3 miliardi di dollari possono rappresentare una svolta soltanto se riescono a raggiungere i territori e le comunità che devono affrontare ogni giorno desertificazione, siccità e degrado del suolo.

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