- 28/06/2026
- Redazione
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Lo studio coordinato da ENEA dimostra che le foreste e le aree verdi attorno alle città possono proteggere la salute pubblica. Ma alcune specie rischiano di peggiorare l’inquinamento atmosferico
Le foreste che circondano le città possono diventare un alleato prezioso nella lotta contro gli effetti del cambiamento climatico e dell’inquinamento atmosferico. Riducono l’impatto delle temperature estreme, migliorano il benessere dei cittadini e possono contribuire a diminuire il numero di decessi legati allo stress termico.
Ma c’è un elemento spesso sottovalutato: non tutti gli alberi producono gli stessi benefici. È quanto emerge da una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica Communications Earth & Environment del gruppo Nature e coordinata da ENEA insieme a Università di Milano-Bicocca, CNR e Istituto ACRI-ST di Sophia-Antipolis, in Francia.
Lo studio ha analizzato diversi scenari di forestazione nelle aree periurbane di Firenze, Zagabria e Aix-en-Provence, valutando gli effetti sulla qualità dell’aria, sulle temperature urbane e sulla mortalità associata a caldo, freddo e inquinamento.
Il verde urbano non basta: conta quali alberi vengono piantati
Secondo i ricercatori, l’efficacia delle nuove aree verdi dipende in larga misura dalla selezione delle specie arboree.
Alcuni alberi, infatti, rilasciano elevate quantità di composti organici volatili biogenici (BVOC), sostanze naturali che le piante utilizzano come meccanismo di difesa contro insetti, patogeni e stress ambientali.
Questi composti non sono direttamente tossici, ma reagendo nell’atmosfera possono favorire la formazione di ozono troposferico e particolato fine PM2.5, due tra gli inquinanti più pericolosi per la salute umana.
“Il verde urbano è efficace solo se progettato con cura e scegliendo le specie più adatte al contesto urbano”, ha spiegato il ricercatore ENEA Alessandro Anav, tra gli autori dello studio.
Quercia o pino? La differenza può incidere sulla qualità dell’aria
Per valutare l’impatto delle diverse strategie di rinverdimento urbano, i ricercatori hanno simulato due scenari.
Nel primo caso è stata presa in esame la quercia farnia (Quercus robur), una specie caratterizzata da elevate emissioni di BVOC. Nel secondo scenario sono stati considerati alberi a basse emissioni, come il pino domestico (Pinus pinea) e il pino nero (Pinus nigra).
I risultati mostrano differenze significative. Nelle città analizzate, la presenza di specie ad alta emissione di BVOC ha determinato un aumento delle concentrazioni di PM2.5 fino allo 0,80% a Firenze e ad Aix-en-Provence.
Con specie a basse emissioni, invece, l’incremento del particolato è risultato più contenuto e in alcuni casi addirittura in lieve diminuzione, come a Zagabria.
In altre parole, piantare alberi resta una strategia positiva, ma scegliere le specie sbagliate potrebbe ridurne parte dei benefici.
Le foreste aiutano contro il caldo, soprattutto nelle ore notturne
Uno degli aspetti più interessanti emersi dalla ricerca riguarda il fenomeno delle cosiddette “isole di calore urbane”, ovvero l’aumento delle temperature nelle città rispetto alle aree circostanti.
Secondo lo studio, le foreste periurbane incidono poco sulle temperature massime diurne, che dipendono soprattutto dalle condizioni meteorologiche su larga scala.
Gli effetti risultano invece più evidenti durante la notte. La vegetazione contribuisce infatti ad abbassare le temperature minime notturne, riducendo lo stress termico che colpisce soprattutto anziani, persone fragili e soggetti con patologie cardiovascolari o respiratorie.
Un dato particolarmente rilevante in una società europea caratterizzata da un progressivo invecchiamento della popolazione.
A Firenze quasi un decesso in meno ogni 100 mila abitanti
I benefici sulla salute pubblica sono stati quantificati anche in termini di mortalità. Nel caso di Firenze, la piantumazione di specie a basse emissioni di BVOC consentirebbe di ridurre i decessi di circa 0,9 casi ogni 100 mila abitanti.
La riduzione scende a 0,4 decessi ogni 100 mila abitanti quando vengono utilizzate specie ad alte emissioni. In entrambi gli scenari, il principale fattore protettivo è rappresentato dalla diminuzione dello stress legato alle elevate temperature.
Nelle altre città europee considerate, i risultati variano in base alle caratteristiche climatiche locali. Ad Aix-en-Provence, ad esempio, le specie a basse emissioni si sono dimostrate particolarmente efficaci nel ridurre la mortalità associata al freddo, mentre a Zagabria alcuni benefici sono stati osservati con alberi ad alte emissioni.
Per gli studiosi, il messaggio è chiaro: non esiste una soluzione universale valida per tutte le città.
Quanto costa perdere il verde urbano
Lo studio lancia anche un importante allarme sulle conseguenze dell’urbanizzazione incontrollata.
Secondo le simulazioni, la completa eliminazione della vegetazione urbana e periurbana comporterebbe un aumento significativo della mortalità e dei ricoveri ospedalieri, con pesanti ricadute economiche.
A Zagabria la mortalità potrebbe crescere fino al 59,4%, mentre a Firenze l’aumento sarebbe del 13%. Tradotto in costi sanitari, l’impatto economico potrebbe raggiungere circa 560 milioni di euro nel capoluogo toscano, 708 milioni a Zagabria e 158 milioni ad Aix-en-Provence.
Numeri che evidenziano come il verde urbano non rappresenti soltanto una questione estetica o ambientale, ma una vera infrastruttura sanitaria capace di generare benefici economici e sociali misurabili.
Inquinamento e temperature estreme: una minaccia globale
L’importanza di questi risultati diventa ancora più evidente alla luce dei dati sulla salute pubblica.
Ogni anno milioni di persone nel mondo muoiono a causa di malattie cardiovascolari e respiratorie associate all’esposizione a inquinanti atmosferici come PM2.5, biossido di azoto (NO₂) e ozono (O₃).
In Europa si stimano circa 182 mila decessi attribuibili al PM2.5, 34 mila al biossido di azoto e 63 mila all’ozono. In Italia il bilancio complessivo supera i 43 mila morti all’anno.
A questo si aggiungono gli effetti delle ondate di calore sempre più frequenti e intense, che rappresentano una delle principali sfide sanitarie del cambiamento climatico.
La ricerca coordinata da ENEA conferma quindi che investire in foreste periurbane può essere una strategia efficace per rendere le città più resilienti. A patto di progettare il verde urbano con criteri scientifici, scegliendo le specie più adatte al territorio e agli obiettivi di salute pubblica.











































































































































































































































































































































































































































