- 29/10/2026
- Redazione
- 0
Il rapporto Lancet Countdown 2026 lancia l’allarme: i danni del cambiamento climatico corrono più velocemente delle risposte dei governi. Nel mirino caldo estremo, siccità, combustibili fossili e carenza di fondi per la salute
Il cambiamento climatico è un’emergenza sanitaria che sta già causando vittime, mettendo sotto pressione i sistemi sanitari e colpendo soprattutto le comunità più vulnerabili. E il problema è che i danni stanno crescendo più rapidamente delle risposte messe in campo per contrastarli.
A lanciare l’allarme è il Lancet Countdown 2026, il rapporto annuale coordinato dall’University College London (UCL) in collaborazione con l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS). La decima edizione dello studio, realizzata con il contributo di 146 ricercatori appartenenti a oltre 100 istituzioni in più di 30 Paesi, restituisce un quadro preoccupante: molti rischi per la salute legati al clima sono aumentati più velocemente nel decennio successivo all’Accordo di Parigi rispetto a quello precedente.
Tra il 2016 e il 2023, il caldo è stato associato a una media stimata di 540.800 decessi all’anno, di questi, il 68%, pari a circa 369.900 morti annuali, è attribuito al cambiamento climatico. Nel periodo 2006-2015, la quota era del 55%, corrispondente a circa 219.100 decessi all’anno.
Il 2023, l’anno più caldo del periodo analizzato, ha segnato un ulteriore record: circa 710.000 decessi associati al caldo, un numero superiore a quello dei morti causati dalla malaria o dall’HIV. Secondo il rapporto, il 71,5% di queste morti è riconducibile al cambiamento climatico. Nel complesso, tra il 2016 e il 2023, il riscaldamento globale avrebbe causato quasi tre milioni di decessi legati al caldo.
Numeri che, secondo gli autori, impongono di cambiare prospettiva: la crisi climatica deve essere affrontata anche come una questione centrale di salute pubblica e non più come un problema da relegare alle politiche ambientali.
«I danni alla salute crescono più rapidamente della risposta del mondo»
“A dieci anni dall’Accordo di Parigi, i nostri risultati sono inequivocabili: i danni alla salute causati dai cambiamenti climatici stanno aumentando più rapidamente della risposta del mondo e, in molti casi, il fenomeno sta persino accelerando”, afferma Marina Romanello, direttrice esecutiva del Lancet Countdown presso l’University College London.
La ricercatrice riconosce i progressi compiuti nella diffusione delle energie pulite, nella preparazione dei sistemi sanitari e nell’introduzione di norme a tutela della salute. Interventi che stanno già producendo benefici concreti nelle comunità locali, ma che non sono ancora sufficienti.
“I progressi sono stati troppo lenti, troppo limitati e non stanno raggiungendo coloro che ne hanno maggiormente bisogno”, sottolinea Romanello. Da qui la richiesta di un riconoscimento formale del cambiamento climatico come emergenza sanitaria globale e di un principio destinato a orientare le politiche future: la salute deve essere al centro di ogni decisione sul clima.
L’appello arriva mentre si avvicina la 31ª Conferenza delle Parti delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, la COP31. Il rapporto monitora 54 indicatori relativi agli impatti del riscaldamento globale sulla salute e agli effetti delle politiche climatiche.
L’edizione 2026 introduce quattro nuovi indicatori: la disponibilità di acqua sul territorio, l’impronta di gas serra del settore sanitario, i finanziamenti alla ricerca sulla salute legata al clima e il coinvolgimento legislativo sui temi della salute e del cambiamento climatico.
Sono stati inoltre aggiornati gli indicatori relativi al coinvolgimento dei media ed è stata introdotta l’attribuzione dei decessi correlati al cambiamento climatico di origine antropica.
Caldo estremo, produttività in caduta e danni economici
Le conseguenze del caldo non si misurano soltanto in termini di mortalità in quanto le temperature elevate compromettono anche la possibilità di lavorare in sicurezza e di mantenere livelli normali di produttività, con ripercussioni sull’economia globale.
Nel 2025, secondo il rapporto, la riduzione della capacità lavorativa dovuta al caldo è costata all’economia mondiale circa 1.070 miliardi di dollari in reddito potenziale, pari allo 0,91% della produzione economica globale. È il terzo anno consecutivo in cui le perdite hanno superato la soglia dei mille miliardi di dollari.
Il peso non è distribuito in modo uniforme. Il Sud-est asiatico ha registrato perdite equivalenti al 3,9% del prodotto interno lordo, mentre in Africa la percentuale ha raggiunto il 3,2%. In Europa l’impatto è stato dello 0,2% e nelle Americhe dell’1,5%.
A pagare il prezzo più alto sono soprattutto i settori nei quali il lavoro fisico all’aperto è più diffuso. Agricoltura ed edilizia rappresentano rispettivamente il 38% e il 29% delle perdite di reddito potenziale legate al caldo. Le temperature elevate riducono infatti la produttività dei lavoratori e aumentano i rischi per la loro salute.
In Africa, dove l’agricoltura svolge un ruolo economico fondamentale, questo fenomeno assume proporzioni ancora più rilevanti: il settore rappresenta il 71% delle perdite di reddito potenziale attribuibili al caldo.
Il quadro descritto dal Lancet Countdown mostra così un legame diretto tra crisi climatica, salute, lavoro e disuguaglianze economiche. Gli effetti del riscaldamento globale non si fermano all’ambiente, ma investono la capacità delle società di produrre reddito e proteggere le persone.
L’OMS: «Una delle maggiori minacce alla salute dell’umanità»
A confermare la gravità della situazione è Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità.
“Le evidenze sono inconfutabili: il cambiamento climatico è una delle maggiori minacce alla salute che l’umanità si trova ad affrontare. I suoi effetti sono già visibili nell’aggravarsi dello stress da calore, negli eventi meteorologici estremi, nell’insicurezza alimentare e nella diffusione delle malattie”, afferma.
Il direttore generale dell’OMS richiama però anche la possibilità di intervenire: “Ponendo la salute al centro delle politiche climatiche, possiamo salvare milioni di vite, costruire società più resilienti e garantire a tutti un futuro più sano”.
Emerge con chiarezza che la prevenzione sanitaria e le politiche climatiche non possono procedere su binari separati. Ridurre le emissioni, migliorare la qualità dell’aria e preparare i sistemi sanitari agli eventi estremi significa anche ridurre il numero di persone esposte a rischi evitabili.
Siccità estrema e alluvioni: il mondo oscilla tra due emergenze idriche
Il caldo è soltanto una parte del problema. Il rapporto documenta anche l’aggravarsi degli estremi idrologici, con alcune regioni che diventano sempre più aride e altre esposte a un aumento delle riserve idriche e delle condizioni di eccessiva umidità.
Nel 2025, il 51,8% delle terre emerse del pianeta è stato colpito da siccità estrema per almeno un mese. È il secondo anno peggiore mai registrato, dopo il 2023. Dal 2016, inoltre, la superficie interessata dalla siccità è aumentata a un ritmo oltre sette volte superiore rispetto al decennio 2006-2015.
Una nuova analisi satellitare ha individuato ulteriori segnali di squilibrio. Dal 2003, il 43% delle terre emerse ha registrato una diminuzione a lungo termine delle riserve idriche, mentre un altro 37% ha visto aumentare l’accumulo di acqua.
Questi cambiamenti, che interessano complessivamente oltre l’80% delle terre emerse, minacciano le colture agricole, le disponibilità alimentari e i servizi igienico-sanitari.
Anche le precipitazioni estremamente intense sono diventate più frequenti. Nel periodo 2016-2025 hanno interessato ogni anno quasi il 17,2% delle terre emerse globali, rispetto al 14,8% del decennio precedente. Le conseguenze comprendono un maggiore rischio di alluvioni, frane e malattie trasmesse dall’acqua.
“La velocità con cui aumentano molte minacce climatiche alla salute sta accelerando, mentre i decessi causati dal caldo e attribuibili al cambiamento climatico hanno raggiunto livelli record e i costi economici colpiscono più duramente i settori e le comunità vulnerabili”, osserva Romanello.
La direttrice del Lancet Countdown richiama anche la necessità di considerare gli effetti combinati dei diversi fenomeni: caldo, siccità, precipitazioni estreme e scarsità d’acqua possono interagire, amplificando le conseguenze per la salute e la sicurezza delle popolazioni.
“Non si tratta di un peggioramento graduale, ma di un cambiamento di portata tale da richiedere che questa situazione venga riconosciuta per ciò che è: un’emergenza sanitaria globale”, conclude.
Energie rinnovabili in crescita, ma i combustibili fossili dominano ancora
Nonostante il quadro preoccupante, il rapporto evidenzia anche risultati positivi: nel 2025 gli investimenti globali nell’energia pulita sono cresciuti del 7,2%, raggiungendo la cifra record di 2.100 miliardi di dollari. Si tratta di un importo superiore dell’82% rispetto agli 1.160 miliardi investiti nei combustibili fossili.
La crescita delle energie rinnovabili ha contribuito ad aumentare la loro quota nella produzione elettrica globale dal 5,5% del 2016 al 13,5% del 2023.
I benefici sanitari sono già misurabili. In almeno 77 Paesi, la riduzione dell’inquinamento atmosferico causato dai combustibili fossili ha contribuito a evitare, secondo le stime, 323.000 decessi all’anno dal 2016.
Il problema è che la transizione resta troppo lenta rispetto alla portata della crisi. La domanda energetica complessiva continua a crescere e i combustibili fossili forniscono ancora oltre l’80% dell’energia mondiale. Nel 2024, le emissioni responsabili del riscaldamento climatico hanno raggiunto un nuovo record.
L’inquinamento atmosferico legato ai combustibili fossili continua inoltre a provocare circa 2,8 milioni di morti all’anno in tutto il mondo, nonostante i miglioramenti registrati in alcuni Paesi.
Secondo il rapporto la transizione energetica non rappresenta soltanto una scelta per contenere il riscaldamento globale ma anche una misura di prevenzione sanitaria, capace di ridurre l’esposizione all’inquinamento e salvare vite.
Sistemi sanitari più preparati, ma non in tutti i Paesi
Un altro fronte sul quale si registrano progressi riguarda la capacità dei sistemi sanitari di adattarsi agli effetti del cambiamento climatico.
Secondo il rapporto, 56 dei 194 Stati membri dell’OMS dispongono oggi di un piano nazionale per adattare i servizi sanitari ai cambiamenti climatici, rispetto ai soli 14 del 2015. Altri 47 Paesi hanno completato una valutazione della vulnerabilità, utile a individuare le principali criticità e a orientare gli interventi.
Quasi la metà degli Stati membri dell’OMS dichiara inoltre di disporre di sistemi di sorveglianza sanitaria che integrano informazioni climatiche. Tra i 145 Paesi che hanno risposto alla rilevazione, 75 affermano di avere almeno un sistema di allerta precoce sanitaria basato sui dati climatici.
Si tratta di strumenti fondamentali per anticipare i rischi, organizzare i servizi e proteggere la popolazione. Il rapporto rileva infatti che, nei luoghi in cui sono presenti, i sistemi di allerta precoce stanno contribuendo a rallentare l’aumento dei decessi causati dagli eventi meteorologici estremi.
La preparazione, tuttavia, resta disomogenea. Non tutti i Paesi dispongono delle risorse, delle infrastrutture e del personale necessari per trasformare i piani di adattamento in misure efficaci.
Più leggi sul clima e sulla salute, ma la ricerca resta concentrata nei Paesi ricchi
I progressi riguardano anche la legislazione. Dal 2000, il numero delle leggi nazionali che fanno riferimento sia al cambiamento climatico sia alla salute è aumentato di circa 50 volte, soprattutto dal 2016.
Sono cresciuti anche gli investimenti nella ricerca dedicata alle conseguenze sanitarie del cambiamento climatico. Tra il 2016 e il 2024, i finanziamenti sono aumentati del 655%, passando da 42 milioni a 316 milioni di dollari.
Il dato positivo è accompagnato, però, da una forte disparità geografica: l’84% dei finanziamenti continua a essere destinato ai ricercatori dei Paesi più ricchi del mondo. Una concentrazione che rischia di lasciare scoperte proprio le aree in cui i rischi climatici e sanitari sono spesso più elevati.
“Dieci anni fa sostenevamo che affrontare il cambiamento climatico potesse rappresentare la più grande opportunità per la salute del XXI secolo, attraverso gli interventi di adattamento e rapidi progressi nella riduzione graduale dell’uso dei combustibili fossili e di altre fonti di emissioni”, afferma Anthony Costello, copresidente del Lancet Countdown.
“A distanza di un decennio, disponiamo di prove che dimostrano l’efficacia delle azioni climatiche incentrate sulla salute: aria più pulita, sistemi sanitari più resilienti e sistemi di allerta stanno proteggendo la salute e salvando vite in tutto il mondo. Tuttavia, il ritmo e la portata della riduzione delle emissioni restano del tutto inadeguati rispetto alla velocità e all’entità dei danni”.
Il problema, dunque, non è l’assenza assoluta di progressi, ma la loro insufficienza rispetto alla velocità con cui aumentano i rischi.
I piani delle compagnie fossili sono incompatibili con l’obiettivo di 1,5 gradi
Uno dei nodi centrali individuati dal rapporto riguarda i piani di produzione dell’industria petrolifera e del gas. Le 100 maggiori compagnie petrolifere e del gas del mondo prevedono di produrre entro il 2040 una quantità di combustibili fossili superiore del 150% rispetto a quella compatibile con il contenimento del riscaldamento globale entro 1,5 °C. Nel 2025, la stima era del 138%.
Il dato segnala una crescente distanza tra gli obiettivi climatici internazionali e le prospettive di produzione delle principali società del settore.
A complicare il quadro sono i sussidi pubblici ai combustibili fossili. In risposta ai picchi dei prezzi dell’energia, tra il 2022 e il 2024 i sussidi netti globali hanno raggiunto livelli record. Nel solo 2024, dieci Paesi hanno speso per questi aiuti più di quanto abbiano destinato ai rispettivi sistemi sanitari.
Dal 2016, i sussidi netti sono raddoppiati e, dall’introduzione dell’Accordo di Parigi, i Paesi hanno destinato complessivamente 6.200 miliardi di dollari a queste misure.
Il rapporto evidenzia inoltre come le attività di lobbying e la disinformazione promosse dagli interessi legati ai combustibili fossili e dai loro alleati politici continuino a indebolire il sostegno alle politiche climatiche, nonostante la crescente quantità di evidenze scientifiche sui legami tra cambiamento climatico e salute.
Secondo gli autori, anche il coinvolgimento dei governi nazionali, delle organizzazioni internazionali e del settore privato nelle questioni che riguardano la salute e il clima è diminuito, invertendo una parte dei progressi precedenti.
Fondi insufficienti per aiutare i Paesi più vulnerabili
La carenza di finanziamenti rappresenta un ostacolo particolarmente grave per i Paesi in via di sviluppo, che spesso dispongono di risorse limitate per proteggere la popolazione dagli effetti del cambiamento climatico.
Le esigenze di adattamento sanitario quantificate finora dai Paesi classificati come in via di sviluppo dall’UNFCCC indicano un fabbisogno minimo di 3,3 miliardi di dollari all’anno. La stima si basa sui dati di 48 dei 79 Paesi che hanno completato le valutazioni.
Nel 2024, tuttavia, sono stati impegnati soltanto 1,1 miliardi di dollari, circa un terzo del fabbisogno dichiarato.
La mancanza di risorse finanziarie e di personale è indicata come il principale ostacolo all’attuazione dei Piani nazionali di adattamento sanitario. La situazione rischia di peggiorare ulteriormente a causa della riduzione dei bilanci destinati agli aiuti internazionali, compresi i tagli all’aiuto pubblico allo sviluppo.
Il risultato potrebbe essere un ampliamento del divario tra i Paesi che possono investire nella prevenzione e nell’adattamento e quelli che, pur essendo particolarmente vulnerabili, non dispongono di mezzi adeguati.
Per questo gli autori chiedono che i finanziamenti climatici destinati alla salute siano erogati sotto forma di sovvenzioni e non di prestiti. L’obiettivo è permettere ai Paesi più esposti di adattarsi senza accumulare ulteriore debito.
La richiesta finale: riconoscere il cambiamento climatico come emergenza sanitaria globale
Il Lancet Countdown 2026 conclude con un appello diretto ai governi e alle istituzioni internazionali: riconoscere formalmente il cambiamento climatico come emergenza sanitaria globale, dotarsi di uno strumento dell’OMS che consenta una risposta coordinata a livello internazionale e porre la salute al centro di ogni decisione climatica.
Le priorità indicate comprendono riduzioni rapide ed eque delle emissioni di gas serra, investimenti duraturi nella ricerca scientifica e maggiori risorse per l’adattamento, con particolare attenzione alle comunità più vulnerabili e meno responsabili delle emissioni.
La richiesta è anche politica e finanziaria: gli obiettivi di riduzione delle emissioni e i fondi destinati alla transizione devono essere valutati considerando gli effetti sulla salute, non soltanto quelli ambientali ed economici.
Helen Clark, ex primo ministro della Nuova Zelanda e presidente del Consiglio direttivo del Lancet Countdown, sintetizza così il messaggio del rapporto: “Questo rapporto costituisce un severo monito: il cambiamento climatico è un’emergenza sanitaria. Ciò che manca non sono le evidenze, ma la volontà politica di agire sulla loro base”.
Clark invita i governi a rafforzare gli impegni climatici e a ricostruire lo slancio della cooperazione internazionale. Un percorso che, secondo la presidente del Consiglio direttivo, deve procedere insieme a rapide riduzioni delle emissioni e a un sostegno molto maggiore alle misure di adattamento, soprattutto a favore delle comunità che hanno contribuito meno al cambiamento climatico e che ne subiscono maggiormente gli effetti.
La questione, in definitiva, non è più soltanto quanto il mondo sia disposto a investire nella transizione energetica, ma quanto rapidamente intenda proteggere la salute delle persone.
I progressi nelle energie pulite, nella preparazione sanitaria e nella ricerca dimostrano che gli interventi possono produrre benefici concreti. Ma, mentre le emissioni e gli estremi climatici continuano a crescere, il tempo disponibile per trasformare questi risultati in una risposta globale adeguata si riduce.



















































































































































































































































































































































































































































