gran parte del carbonio globale si trova in terre senza diritti formalmente riconosciuti
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Un rapporto di FAO, ILC e CIRAD avverte: solo il 35% della terra mondiale ha diritti documentati. A rischio clima, biodiversità e obiettivi di sviluppo sostenibile

La crisi climatica e la perdita di biodiversità passano anche da un nodo spesso invisibile: la proprietà della terra. Solo il 35% delle terre mondiali ha diritti formalmente documentati. Il resto si muove in un limbo giuridico che espone ecosistemi, foreste e comunità a pressioni crescenti.

È quanto emerge dal nuovo rapporto globale pubblicato dall’ Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO), in collaborazione con l’ International Land Coalition (ILC) e il CIRAD. Un’analisi che collega in modo diretto la sicurezza fondiaria agli obiettivi di sviluppo sostenibile, alla lotta al cambiamento climatico e alla protezione degli habitat naturali.

Un limbo legale che mette a rischio foreste e carbonio

Il dato più allarmante riguarda le terre occupate e gestite da popolazioni indigene e comunità tradizionali. Questi territori coprono circa il 42% della superficie mondiale, ma solo l’8% gode di un riconoscimento formale dei diritti di proprietà.

In queste aree si concentra una quota decisiva del capitale naturale globale: oltre un terzo del carbonio immagazzinato nel pianeta e circa il 40% delle foreste intatte. Senza tutele giuridiche chiare, questi ecosistemi restano esposti a deforestazione, sfruttamento minerario, agricoltura industriale e infrastrutture invasive.

Il rapporto evidenzia che i territori consuetudinari mappati custodiscono circa 45 gigatonnellate di “carbonio irrecuperabile”, cioè riserve che, se rilasciate, non potrebbero essere compensate in tempi utili per evitare danni climatici irreversibili.

La corsa alla terra nell’era della transizione ecologica

Paradossalmente, anche alcune politiche pensate per contrastare la crisi climatica stanno generando nuove pressioni sulla terra. Progetti per energie rinnovabili, biocarburanti, riforestazione o compensazioni di carbonio richiedono vaste superfici.

Secondo il Land Gap Report 2022, gli impegni nazionali verso la neutralità climatica potrebbero comportare la necessità di quasi 1,2 miliardi di ettari per rimozioni di carbonio basate sul suolo: una superficie paragonabile a tutti i terreni coltivabili del pianeta.

In assenza di diritti fondiari chiari, il rischio è che la “corsa verde” si traduca in nuove acquisizioni di terra su larga scala, spesso sostenute da capitali finanziari internazionali, con effetti potenzialmente devastanti per comunità locali ed ecosistemi.

Concentrazione agricola e fragilità sociale

Il quadro della proprietà agricola globale mostra una forte concentrazione: il 10% dei maggiori proprietari gestisce l’89% dei terreni agricoli. Le aziende superiori ai 1.000 ettari controllano oltre metà delle superfici coltivate, mentre l’85% degli agricoltori lavora su meno di due ettari.

Questa polarizzazione non è solo un problema economico, ma ambientale. Sistemi agricoli su larga scala e intensivi tendono ad avere un impatto maggiore su suoli, acqua e biodiversità, mentre le piccole aziende familiari, spesso più diversificate, dispongono di risorse limitate e diritti meno sicuri.

Donne, giovani e comunità indigene: i più esposti

In quasi tutti i Paesi analizzati, gli uomini hanno più probabilità delle donne di possedere o avere diritti garantiti sulla terra. In molti casi il divario supera i 20 punti percentuali.

L’esclusione di donne e giovani non è solo un problema di equità: mina la resilienza delle comunità rurali, rallenta l’innovazione agricola sostenibile e indebolisce la capacità di adattamento ai cambiamenti climatici.

Allo stesso tempo, circa 1,1 miliardi di persone nel mondo temono di perdere entro cinque anni parte o tutti i diritti sulla propria terra o abitazione. Un’incertezza che scoraggia investimenti a lungo termine, gestione sostenibile delle risorse e pianificazione ambientale.

Senza diritti fondiari, niente sviluppo sostenibile

Il rapporto sottolinea che la sicurezza della proprietà fondiaria è un catalizzatore per politiche ambientali efficaci. Dove i diritti sono chiari e riconosciuti, le comunità hanno più incentivi a proteggere foreste, suoli e risorse idriche.

Al contrario, l’assenza di tutele crea un vuoto in cui prosperano sfruttamento e degrado.

Solo 12 Paesi hanno finora rendicontato tutti e tre gli indicatori degli Obiettivi di sviluppo sostenibile legati alla proprietà della terra. Ma la pressione cresce: senza una governance fondiaria inclusiva e trasparente, sarà difficile centrare gli obiettivi su clima, biodiversità e sicurezza alimentare.

Il messaggio che emerge è netto: la battaglia per il clima e per uno sviluppo davvero sostenibile si gioca anche – e forse soprattutto – su chi detiene, controlla e può difendere la terra.

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