- 29/08/2026
- Redazione
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L’alluvione in Nepal e la violenta grandinata di Cremona sono fenomeni diversi, ma aiutano a comprendere come il cambiamento climatico stia modificando le condizioni nelle quali si verificano gli eventi estremi
Nelle ultime ore il mondo ha assistito a due eventi drammatici, avvenuti a migliaia di chilometri di distanza. In Nepal, al confine con il Tibet, il crollo di una massa di ghiaccio e roccia ha provocato una devastante alluvione improvvisa, con centinaia di vittime e migliaia di persone disperse. A Cremona, invece, una violenta tromba d’aria accompagnata da grandine ha provocato decine di feriti e danni ingentissimi a edifici, automobili e alberi.
Due fenomeni diversi, dunque. Ma entrambi riportano al centro una domanda: quanto sta cambiando il nostro rapporto con gli eventi meteorologici estremi a causa del riscaldamento globale?
Nepal: quando il riscaldamento destabilizza le montagne
Il disastro avvenuto in Nepal è particolarmente significativo perché si è verificato in uno degli ambienti più sensibili al riscaldamento globale: l’Himalaya.
Secondo le prime ricostruzioni scientifiche, l’alluvione è stata provocata da una gigantesca valanga di ghiaccio e roccia che ha raggiunto un corso d’acqua, generando un’improvvisa onda di piena.
Gli esperti hanno sottolineato come l’aumento delle temperature possa contribuire alla destabilizzazione dei ghiacciai e del permafrost, rendendo più vulnerabili i versanti montani. Il Nepal, inoltre, ha perso negli ultimi decenni una parte consistente del proprio ghiaccio glaciale.
Questo non significa che si possa affermare che “il cambiamento climatico ha causato questa specifica alluvione”. Un evento così complesso può dipendere da numerosi fattori, tra cui la geologia, la dinamica dei ghiacciai, le condizioni meteorologiche e, eventualmente, l’attività sismica.
Il punto è un altro: il cambiamento climatico sta modificando le condizioni di base nelle quali questi eventi possono verificarsi.
Un ambiente montano più caldo significa infatti ghiacciai che arretrano, permafrost che si degrada e maggiore instabilità di alcune pareti rocciose. In altre parole, il riscaldamento globale non crea necessariamente il singolo evento, ma può aumentare la vulnerabilità del sistema.
Cremona: il calore che alimenta i temporali
A migliaia di chilometri di distanza, la provincia di Cremona ha vissuto un fenomeno completamente diverso.
Il 28 agosto una violenta perturbazione ha colpito la città con grandine e fortissime raffiche di vento. Il bilancio del giorno successivo parlava di 43 persone soccorse in ospedale, migliaia di alberi abbattuti, edifici danneggiati e almeno 10.000 automobili colpite dalla grandine. Anche il patrimonio storico della città ha riportato danni, con problemi alla Cattedrale e alla torre civica.
Anche in questo caso bisogna essere prudenti: non è scientificamente corretto affermare, senza uno specifico studio di attribuzione, che la grandinata di Cremona sia stata provocata dal cambiamento climatico.
Tuttavia, sappiamo che il riscaldamento dell’atmosfera può modificare le condizioni che favoriscono i temporali intensi.
Un’atmosfera più calda può contenere più vapore acqueo. Secondo l’IPCC e l’Organizzazione meteorologica mondiale, per ogni grado Celsius di riscaldamento la quantità massima di vapore che l’atmosfera può contenere aumenta indicativamente del 7%, creando le condizioni per precipitazioni più intense.
Per la grandine il quadro è più complesso. Entrano in gioco temperatura, umidità, correnti verticali, energia disponibile per la convezione e altezza dello zero termico. La ricerca scientifica indica che il riscaldamento può aumentare alcuni ingredienti necessari alla formazione di grandine intensa, ma gli effetti variano molto da una regione all’altra.
Due eventi diversi, lo stesso problema: l’estremizzazione
È proprio qui che Nepal e Cremona possono essere messi in relazione. Non perché una grandinata in Lombardia e un’alluvione himalayana siano lo stesso fenomeno. Non lo sono.
La relazione sta nel fatto che il cambiamento climatico agisce come un moltiplicatore del rischio, modificando temperatura, disponibilità di umidità, ghiacciai, permafrost e circolazione atmosferica.
Nel caso del Nepal, il riscaldamento contribuisce alla trasformazione degli ambienti glaciali e montani.
Nel caso di Cremona, un’atmosfera più calda può fornire maggiore energia e maggiore quantità di umidità ai sistemi temporaleschi.
In entrambi i casi, quindi, ci troviamo davanti a una natura che continua a seguire le proprie leggi fisiche, ma all’interno di un clima diverso da quello del passato. È una differenza fondamentale.
Non significa che “ogni evento estremo è colpa del clima”
Il rischio di una comunicazione troppo semplicistica è quello di trasformare ogni episodio di maltempo in una prova immediata del cambiamento climatico.
La scienza è più rigorosa. Per stabilire quanto il riscaldamento globale abbia influenzato un singolo evento servono studi di attribuzione climatica, nei quali si confrontano le condizioni attuali con quelle che si sarebbero verificate in un mondo senza l’attuale riscaldamento antropico.
Questi studi sono particolarmente difficili per fenomeni molto localizzati, come grandinate e tornado.
Per esempio, ricerche recenti sulle grandinate europee hanno mostrato che il riscaldamento può aumentare l’instabilità atmosferica e, in determinate condizioni, la probabilità e la dimensione della grandine. Ma gli effetti non sono uniformi in tutta Europa e rimangono importanti margini di incertezza.
Per le precipitazioni intense, invece, il legame con il riscaldamento globale è molto più consolidato: l’IPCC rileva un aumento della frequenza e dell’intensità delle precipitazioni estreme in molte regioni del mondo, compresi Europa e Asia.
Dal Nepal alla Pianura Padana: la lezione è la stessa
La vera connessione tra questi due eventi, quindi, non è nella loro dinamica meteorologica, ma nella vulnerabilità di una società che deve confrontarsi con un clima sempre più caldo e con eventi estremi potenzialmente più costosi e pericolosi.
Il Nepal mostra quanto siano fragili le comunità che vivono a valle dei ghiacciai e dei grandi sistemi montani.
Cremona mostra invece quanto anche un territorio europeo, lontano dalle grandi montagne e apparentemente più protetto, possa essere vulnerabile a pochi minuti di fenomeni atmosferici estremamente violenti.
Le immagini delle auto distrutte dalla grandine, degli alberi sradicati e degli edifici danneggiati a Cremona raccontano la stessa necessità che emerge dal Nepal: non basta più chiedersi quando arriverà il prossimo evento estremo. Bisogna prepararsi a eventi che possono essere più intensi e avere conseguenze maggiori.
Questo significa rafforzare i sistemi di allerta, migliorare il monitoraggio del territorio, rendere più resilienti infrastrutture ed edifici, proteggere le aree più esposte e, contemporaneamente, ridurre le emissioni responsabili del riscaldamento globale.
Perché il cambiamento climatico non significa semplicemente “più caldo”.
Significa cambiare le condizioni nelle quali viviamo e nelle quali si sviluppano gli eventi meteorologici estremi.
E il Nepal e Cremona, pur con modalità completamente diverse, ci hanno ricordato proprio questo: il clima sta cambiando, e con esso sta cambiando anche il livello di rischio a cui siamo esposti.



















































































































































































































































































































































































































