- 15/03/2026
- Redazione
- 0
Il report Nevediversa 2026 di Legambiente fotografa la crisi del turismo della neve: 273 impianti sciistici dismessi e 247 edifici abbandonati sulle montagne italiane. I dati e le proposte per il futuro
Le montagne italiane stanno attraversando una trasformazione profonda e il turismo invernale, da sempre legato allo sci, ne sta subendo le conseguenze. Secondo il nuovo report Nevediversa 2026 di Legambiente, presentato a Milano, sulle Alpi e sugli Appennini sono arrivati a 273 gli impianti sciistici dismessi. Accanto a questi si contano 247 “edifici sospesi”, strutture turistiche o ricettive ormai abbandonate o utilizzate solo in parte.
Con questa definizione Legambiente indica alberghi, residence, ex complessi militari o produttivi che nel tempo sono stati lasciati al degrado o non hanno trovato una nuova destinazione. Un fenomeno che racconta molto bene come la montagna italiana stia cambiando sotto la pressione della crisi climatica, tra temperature sempre più alte, ghiacciai in ritirata e nevicate naturali sempre più rare.
Nonostante questo scenario, l’associazione sottolinea come circa il 90% dei fondi pubblici destinati al turismo montano continui a sostenere il cosiddetto “sistema neve”, cioè infrastrutture e attività legate allo sci, mentre alla riconversione degli impianti e alla diversificazione dell’offerta turistica restano risorse molto limitate.
Piemonte e Lombardia guidano la classifica degli impianti dismessi
Il fenomeno degli impianti sciistici abbandonati non riguarda solo alcune località isolate ma interessa gran parte della Penisola. Il report evidenzia che il Piemonte è la regione con il numero più alto di impianti sciistici dismessi, arrivati a quota 76. Subito dopo si colloca la Lombardia con 51 strutture chiuse.
Se si guarda invece agli edifici turistici abbandonati o sottoutilizzati lungo l’arco alpino, il primato spetta alla Valle d’Aosta con 36 strutture censite, seguita dalla Lombardia con 31 e dal Piemonte con 20.
La situazione non è migliore sull’Appennino. Qui il numero più alto di edifici sospesi si registra in Toscana con 19 strutture, seguita dall’Abruzzo con 16, mentre Marche e Sicilia ne contano 15 ciascuna.
Tra i casi simbolo citati nel report compare il Grand Hotel Wildbad di San Candido, in Alto Adige: una struttura di grande valore storico e culturale che oggi versa in uno stato di forte abbandono.
Accanto agli impianti definitivamente chiusi esiste poi un’ampia zona grigia fatta di stazioni sciistiche in difficoltà. Legambiente segnala 106 impianti temporaneamente chiusi e 98 strutture che funzionano in modo intermittente, aprendo solo in alcune stagioni o in presenza di neve sufficiente.
A questi si aggiungono 231 impianti che continuano a operare soprattutto grazie ai finanziamenti pubblici, una situazione che l’associazione definisce come casi di “accanimento terapeutico”. Le regioni in cui questi casi sono più numerosi sono Lombardia, Abruzzo ed Emilia-Romagna.
Sempre più neve artificiale e attrazioni turistiche “da luna park”
Di fronte alla diminuzione delle nevicate naturali, molte stazioni sciistiche stanno cercando di sopravvivere grazie alla neve artificiale. Il report censisce 169 bacini per l’innevamento programmato in Italia, concentrati soprattutto nelle regioni alpine come Trentino-Alto Adige, Lombardia e Piemonte.
Parallelamente stanno comparendo nuove forme di intrattenimento che Legambiente definisce “luna park della montagna”. Si tratta di attrazioni ludiche come piste per tubing, bob estivi o altre attività ricreative costruite all’interno dei comprensori sciistici.
Nel report questa categoria compare per la prima volta e conta 28 strutture censite. La loro presenza è particolarmente diffusa in Lombardia, dove se ne trovano 13, mentre in Toscana se ne contano 7. Secondo l’associazione ambientalista si tratta spesso di soluzioni pensate per attrarre visitatori anche in assenza di neve, ma che rischiano di trasformare l’ambiente montano in un parco divertimenti con impatti non sempre sostenibili.
L’Italia resta indietro su smantellamenti e riconversioni
Un altro nodo critico riguarda la gestione delle infrastrutture abbandonate. In Italia, spiega il report, i casi di smantellamento o riconversione degli impianti non più funzionanti sono appena 37, un numero molto basso rispetto all’estensione del fenomeno.
All’estero, invece, la trasformazione del turismo montano è già iniziata. Nelle Alpi francesi, per esempio, alcune località hanno scelto di ridurre l’offerta sciistica per adattarsi al cambiamento climatico. È il caso di Métabief, nel massiccio del Giura, dove dopo anni di inverni difficili e problemi economici si è deciso di chiudere una parte del comprensorio sciistico per concentrare le risorse sulle aree ancora sostenibili.
Un’altra esperienza citata nel report è quella di Les Arcs, in Savoia, dove si sta investendo sulla diversificazione delle attività turistiche per estendere la stagione oltre l’inverno. Oltre allo sci, vengono promossi percorsi estivi, attività all’aria aperta ed eventi culturali, insieme a interventi di riqualificazione delle strutture esistenti e a politiche di mobilità sostenibile.
Olimpiadi invernali sempre più esposte alla crisi climatica
La trasformazione delle montagne solleva interrogativi anche sul futuro dei grandi eventi sportivi invernali. Secondo gli studi scientifici citati nel report, entro i prossimi trent’anni circa il 44% delle sedi olimpiche potrebbe perdere l’affidabilità climatica necessaria per ospitare competizioni sulla neve.
La situazione appare ancora più critica per le Paralimpiadi invernali, che si svolgono di solito nel mese di marzo, quando la neve è già più instabile. In questo caso il 76% delle sedi potrebbe diventare inadatto, lasciando operative soltanto 22 località su 93.
Per Legambiente questi dati dimostrano come i grandi eventi invernali dipendano sempre di più da infrastrutture artificiali in un contesto ambientale sempre più fragile. Anche il bilancio delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026, secondo l’associazione, solleva diverse perplessità tra ritardi nei lavori, costi elevati e grandi opere che rischiano di lasciare un’eredità difficile da gestire.
Sempre meno neve sulle Alpi e sugli Appennini
La crisi del turismo della neve è confermata anche dai dati scientifici. Secondo ricerche citate nel report, la stagione nevosa sulle Alpi oggi dura tra 22 e 34 giorni in meno rispetto a cinquant’anni fa. Inoltre, tra il 1982 e il 2020 il periodo di copertura nevosa si è ridotto di circa 10-20 giorni.
Non solo: la profondità del manto nevoso è diminuita di oltre il 30%, così come lo Snow Water Equivalent, cioè la quantità d’acqua contenuta nella neve che rappresenta una riserva idrica fondamentale per i mesi successivi.
Sugli Appennini, invece, la presenza di neve è diventata sempre più instabile e irregolare, rendendo difficile programmare la stagione sciistica.
Anche dal punto di vista economico emergono segnali di rallentamento. L’Osservatorio Italiano del Turismo Montano stima per la stagione 2025-2026 un calo del 14,5% degli sciatori giornalieri, mentre il numero degli italiani che scelgono di soggiornare in montagna è sceso del 3,9%.
Nonostante la flessione, il settore continua comunque a generare un giro d’affari superiore ai 12 miliardi di euro, di cui circa 6 miliardi legati al comparto dell’ospitalità.
Il Manifesto per ripensare il turismo della montagna
Per affrontare queste trasformazioni, Legambiente propone un cambio di paradigma attraverso il “Manifesto della Carovana dell’accoglienza montana”, nato dal confronto con le 300 Bandiere Verdi dell’arco alpino, realtà che negli ultimi anni hanno investito su sostenibilità e innovazione.
Il manifesto invita a valorizzare le specificità di ogni territorio montano, a rafforzare il rapporto tra residenti e visitatori e a riconoscere la fragilità degli ecosistemi alpini e appenninici. Al centro c’è l’idea di un turismo più lento e partecipato, capace di coinvolgere le comunità locali e di costruire un futuro sostenibile per la montagna.
L’obiettivo, in sostanza, è superare un modello di sviluppo basato quasi esclusivamente sullo sci e immaginare una montagna viva tutto l’anno, capace di valorizzare cultura, natura e attività outdoor.





























































































































































































































































































































































































































