- 18/04/2025
- Simone Martino
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Secondo l’aggiornamento mensile sulla neve curato da Fondazione CIMA, il deficit nazionale di Snow Water Equivalent (SWE) in Italia è ancora del -34%. Ma il quadro mostra segnali di recupero
Il mese di Aprile, in Italia, segna l’inizio del passaggio critico tra accumulo e fusione della neve. In questo periodo dell’anno, infatti, la neve inizia a cambiare e da deposito invernale si trasforma in acqua liquida.
Ed è in questo mese che avviene il quinto aggiornamento mensile sulla neve curato da Fondazione CIMA, che fotografa lo stato della risorsa idrica nivale lungo tutta la penisola al fine di comprendere come il passaggio tra accumulo e fusione della neve possa condizionare la disponibilità idrica, l’agricoltura, l’energia e la vivibilità dei territori.
Ma il quadro, pur segnato da criticità, mostra segnali di recupero. È una rimonta parziale, sì, ma significativa.

Credits: Fondazione Cima
Il Nord recupera
Come spiegato da Fondazione Cima, a partire dalla seconda metà di Marzo vi è stato un “cambio di rotta” atmosferico. In gran parte dell’Italia (fatta eccezione per Sicilia e Calabria) vi sono state precipitazioni abbondanti, accompagnate da temperature inferiori alla media, soprattutto sull’arco alpino occidentale. Al nord-ovest, dunque, si è registrata la maggiore reattività del manto nevoso. Le Alpi hanno saputo sfruttare la finestra meteorologica, accumulando nuova neve e riducendo, almeno parzialmente, il deficit.
A beneficiarne è stato soprattutto il Po che è oggi il fiume con le condizioni migliori. Il deficit che lo riguarda è, infatti, sceso al -15%. L’importanza del recupero da parte del Po è dovuta dal fatto che esso rappresenta il bacino idrografico più esteso del Paese ed è custode di quasi la metà della risorsa nivale italiana. Fondazione Cima rileva però che “la stagione di fusione è ormai iniziata, e il margine per ulteriori miglioramenti si assottiglia”.
Diversa la situazione sull’Adige, dove il deficit si attesta al -37%. Anche qui marzo aveva regalato un recupero, ma le temperature elevate degli ultimi giorni hanno già innescato una fusione anticipata, che riporta i valori in calo.
Per Francesco Avanzi, ricercatore di Fondazione CIMA «È l’innalzamento termico, più che l’assenza di precipitazioni, il protagonista di questa stagione fino ad oggi. Negli ultimi anni stiamo assistendo a un accorciamento del ciclo nivale: la neve arriva tardi, si fonde presto, e rimane meno tempo disponibile a contribuire al bilancio idrico».
Problemi al Sud
Il racconto cambia radicalmente quando ci si sposta verso sud. Sugli Appennini, secondo i dati dell’ultimo aggiornamento, la neve è quasi assente a tutte le quote. Un dato eloquente: nel bacino del Tevere, il deficit dell’Equivalente Idrico della Neve (SWE) raggiunge oggi il -89%. È un’anomalia severa, ancora peggiore rispetto allo stesso periodo del 2024.
L’unica eccezione parziale si registra sul versante adriatico, dove alcune nevicate recenti hanno portato un lieve miglioramento, in particolare nel bacino dell’Aterno-Pescara, oggi al -43%.
Dal punto di vista della classifica stagionale, il nord si colloca in una posizione medio-bassa della classifica dal 2011. Il 2022 è stato l’anno peggiore dal 2011 per il nord-ovest, mentre il 2017 detiene lo stesso primato per il nord-est. L’annata attuale, pur non toccando quei minimi, non offre grandi rassicurazioni. Sugli Appennini, invece, ci troviamo in quella che chiamiamo “zona retrocessione”: una delle stagioni nivali peggiori dell’ultimo decennio.
Credits: Fondazione Cima
Le prospettive future
A rendere il quadro ancora più complesso sono le nuove previsioni stagionali dell’Agenzia ItaliaMeteo, disponibili per la prima volta con un dettaglio specifico per l’Italia.
Secondo queste previsioni, il resto di aprile dovrebbe essere più secco della norma al nord, e un po’ più piovoso della norma al Centro-Sud. Parallelamente, le temperature per aprile dovrebbero essere più fresche rispetto alla norma su tutto il territorio nazionale. Per i mesi successivi le temperature tenderanno a risalire fino a risultare ovunque superiori alla media, mentre le precipitazioni risultano in linea con la climatologia.
Nel breve periodo, questo significa una potenziale decelerazione della fusione, specialmente alle quote più alte. Contestualmente, però, l’assenza di nuove precipitazioni sopra norma al nord, se confermata, significa una sostanziale fine della stagione di accumulo 2024/25. «Quando parliamo di risorsa nivale, non possiamo però limitarci alla quantità di neve caduta: è la sua distribuzione nel tempo e nello spazio, insieme alle condizioni termiche, a determinarne l’effettiva utilità idrica. Una nevicata abbondante seguita da un rapido aumento delle temperature, per esempio, risulta meno efficace di una stagione moderata ma più stabile», ha spiegato Avanzi.
In conclusione, afferma la Fondazione Cima, “siamo davanti a una stagione di transizione. La neve c’è stata, in parte. Le precipitazioni non sono mancate del tutto. Ma fino ad oggi è il caldo ad aver dettato le regole, con temperature che hanno in diverse aree del paese modificato la distribuzione temporale e spaziale della neve. Nei prossimi mesi si capirà quanto questa dinamica avrà inciso. Per ora, l’attenzione resta sulla fusione: sarà la rapidità del processo a determinare la reale disponibilità d’acqua a valle. E, con essa, la resilienza dei territori”.

























































































































































































































































































































































































































