- 22/08/2026
- Redazione
- 0
Recuperata dal Cnr una rete fantasma davanti a Termini Imerese durante la campagna MEDIAS 2026: un intervento concreto per fermare la pesca fantasma e proteggere la biodiversità
Quattro tonnellate di rete abbandonata che continuavano, senza pescatori e senza imbarcazioni, a fare ciò per cui erano state costruite: catturare animali.
È questa la fotografia più immediata del fenomeno della “pesca fantasma”, il ghost fishing che rappresenta una minaccia silenziosa per gli ecosistemi marini. La scoperta è avvenuta nelle acque del Tirreno meridionale, davanti a Termini Imerese, durante le attività della campagna scientifica MEDIAS 2026 condotta dal Cnr-Irbim, l’Istituto per le risorse biologiche e le biotecnologie marine del Consiglio nazionale delle ricerche.
La rete, una volta abbandonata in mare, era diventata un rifiuto pericoloso ma ancora attivo. Aveva già intrappolato diversi pesci, trovati in avanzato stato di decomposizione, e avrebbe potuto continuare a catturare organismi marini.
Una rete abbandonata può continuare a “pescare”
È questo uno degli aspetti più preoccupanti delle cosiddette reti fantasma: anche quando nessuno le controlla più, possono continuare a uccidere.
Reti, nasse e altri attrezzi da pesca persi o abbandonati possono infatti restare in acqua e intrappolare pesci, tartarughe, cetacei e altre specie marine. Gli animali catturati possono morire e diventare a loro volta attrattivi per altri organismi, alimentando un ciclo di catture che può proseguire nel tempo.
«Il “ghost fishing” è il fenomeno per cui attrezzi da pesca persi, abbandonati o accidentalmente dispersi in mare continuano a catturare o intrappolare organismi», spiega Gian Marco Luna, direttore del Cnr-Irbim.
Il problema, quindi, non è soltanto quello dei rifiuti presenti in mare. È una questione che riguarda direttamente la conservazione della biodiversità e l’equilibrio degli ecosistemi.
Dai rifiuti alla biodiversità: perché il problema riguarda tutto il mare
Una rete fantasma non rappresenta una minaccia soltanto per gli animali che rimangono intrappolati.
Quando raggiunge il fondale, un attrezzo da pesca può danneggiare habitat particolarmente preziosi, tra cui fondali rocciosi, praterie di fanerogame marine e coralligeno.
In un Mediterraneo caratterizzato da una grande biodiversità e da una forte pressione delle attività umane, la rimozione di questi attrezzi assume quindi un significato importante anche sul piano della sostenibilità delle risorse marine.
Tra le specie maggiormente esposte al rischio ci sono anche animali vulnerabili come tartarughe, cetacei e squali.
Il Cnr interrompe la ricerca per proteggere l’ecosistema
Il recupero della rete ha richiesto un intervento tutt’altro che semplice.
La rete pelagica utilizzata dai ricercatori durante il campionamento biologico aveva accidentalmente raccolto l’enorme attrezzo derivante. Le sue dimensioni erano tali da occupare gran parte della zona di poppa della G. Dallaporta, rendendo impossibile proseguire normalmente le operazioni.
Il personale di bordo e i ricercatori del Cnr-Irbim hanno lavorato per separare le due reti e portare a bordo quella abbandonata.
«Le dimensioni della rete derivante erano tali da occupare gran parte della zona di poppa necessaria per le attività di campionamento», racconta Angelo Bonanno, ricercatore del Cnr-Irbim presente a bordo.
La campagna è stata quindi temporaneamente sospesa. Una scelta che racconta bene il rapporto tra ricerca scientifica e tutela ambientale: davanti a un pericolo concreto per l’ecosistema e per la sicurezza della navigazione, la priorità è diventata rimuovere il rifiuto dal mare.
Quattro tonnellate di rete tolte dal mare
Dopo il contatto con le autorità competenti per definire le procedure corrette, la motonave ha raggiunto il porto di Palermo, individuato come lo scalo più vicino attrezzato per la gestione del materiale.
La rete è stata quindi trasferita su un mezzo idoneo per essere avviata alle successive procedure di smaltimento.
Un passaggio importante perché la sostenibilità non significa soltanto ridurre ciò che finisce in mare, ma anche intervenire per rimuovere ciò che già rappresenta una minaccia per l’ambiente.
In questo caso, quattro tonnellate di materiale potenzialmente pericoloso sono state sottratte al ciclo della pesca fantasma.
MEDIAS 2026, quando la ricerca scientifica diventa anche tutela del mare
Il recupero della rete è avvenuto durante MEDIAS, Mediterranean International Acoustic Survey, una campagna di ricerca dedicata allo studio dei piccoli pelagici del Mediterraneo.
A bordo della G. Dallaporta, i ricercatori acquisiscono dati acustici e realizzano campionamenti biologici per stimare biomassa e distribuzione delle principali specie ittiche di interesse commerciale, in particolare acciughe e sardine.
Le attività rientrano nella Geographical Sub Area 10 e nel Programma nazionale di raccolta dati sulla pesca previsto dalla normativa europea.
Il lavoro scientifico serve dunque anche a costruire una conoscenza più precisa dello stato delle risorse marine, elemento essenziale per una gestione della pesca che punti alla sostenibilità e alla conservazione degli ecosistemi.
Conoscere il mare per proteggerlo
Sul G. Dallaporta sono impegnati per il Cnr-Irbim Angelo Bonanno, Simona Genovese e Giovanni Giacalone, insieme a tre dottorandi e tre studenti dell’Università di Messina.
La vicenda della rete fantasma si inserisce così in una missione più ampia: studiare il mare per comprenderne i cambiamenti e contribuire alla sua protezione.
Il ritrovamento davanti alle coste siciliane ha trasformato per qualche ora una campagna di monitoraggio in un’operazione di recupero ambientale. Ma ha anche reso visibile un problema che, proprio perché sommerso, rischia facilmente di passare inosservato.
Una rete abbandonata può continuare a pescare. Recuperarla significa interrompere quel meccanismo e restituire spazio alla vita marina.
Ed è forse questo il messaggio più importante che arriva dal Tirreno: la tutela del mare passa anche dalla rimozione dei rifiuti e degli attrezzi perduti che continuano a minacciare la biodiversità, ma soprattutto dalla prevenzione e da una gestione sempre più sostenibile delle attività umane in mare.














































































































































































































































































































































































































