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Il nuovo rapporto Lancet Countdown fotografa un’emergenza spesso invisibile: i Paesi che contribuiscono meno al riscaldamento globale sono quelli che ne subiscono le conseguenze più pesanti

Il cambiamento climatico non sta colpendo tutti allo stesso modo. A pagare il prezzo più alto sono i piccoli Stati insulari in via di sviluppo (SIDS), territori che producono meno dell’1% delle emissioni globali di gas serra ma che oggi si trovano in prima linea davanti agli effetti della crisi climatica.

A mettere nero su bianco questa realtà è il Lancet Countdown 2025 su salute e cambiamento climatico nei piccoli Stati insulari, secondo cui nel solo 2023 altri 2,7 milioni di persone hanno vissuto condizioni di insicurezza alimentare moderata o grave a causa dell’aumento delle ondate di calore e della maggiore frequenza delle siccità.

Si tratta di quasi il 5% della popolazione complessiva dei 26 Stati analizzati, un dato che evidenzia come il riscaldamento globale non rappresenti soltanto una minaccia ambientale, ma una crescente emergenza sanitaria, sociale ed economica.

Sempre più caldo, sempre meno cibo

Il rapporto analizza la relazione tra eventi climatici estremi e disponibilità di alimenti, mostrando come il progressivo aumento delle temperature stia rendendo più difficile produrre, reperire e acquistare cibo.

Per arrivare a queste conclusioni, i ricercatori hanno incrociato i dati della FAO con le anomalie climatiche registrate rispetto al periodo di riferimento 1981-2010, valutando l’impatto dell’aumento dei giorni di caldo estremo e dei mesi caratterizzati da siccità.

I risultati parlano chiaro. Nel 2023: l’aumento dei giorni di ondate di calore è stato associato a una crescita del 5,74% dell’insicurezza alimentare moderata o grave; l’incremento della frequenza delle siccità è stato collegato a un aumento del 3,53% delle persone che non riescono ad accedere regolarmente al cibo.

I Paesi meno responsabili sono quelli più vulnerabili

L’aspetto che emerge con maggiore forza è il profondo squilibrio tra responsabilità e conseguenze.

I piccoli Stati insulari, distribuiti tra Caraibi, Oceano Pacifico, Oceano Indiano, Atlantico e Mar Cinese Meridionale, ospitano circa 70 milioni di persone e sono tra le aree più esposte agli effetti del cambiamento climatico.

L’innalzamento del livello del mare, le inondazioni, la scarsità d’acqua e gli eventi meteorologici estremi mettono sotto pressione sistemi agricoli già fragili, aumentando il rischio di povertà e malnutrizione.

Eppure, il loro contributo alle emissioni globali resta inferiore all’1%.

Gli esperti: «La crisi climatica sta colpendo salute, economia e lavoro»

«Il rapporto lo chiarisce in modo inequivocabile: il cambiamento climatico sta influenzando la salute, la sicurezza alimentare, la forza lavoro e le economie dei piccoli Stati insulari molto più che in altre parti del mondo», spiega Shouro Dasgupta, ricercatore del CMCC e coautore dello studio.

«Questi oneri – aggiunge – ricadono su nazioni responsabili di meno dell’1% delle emissioni che li provocano.»

Dasgupta ha coordinato uno degli indicatori del rapporto insieme alla professoressa Elizabeth Robinson del Grantham Research Institute della London School of Economics, sviluppando un modello capace di misurare l’effetto diretto delle anomalie climatiche sull’accesso al cibo.

Non solo ambiente: una questione di salute globale

Il rapporto amplia ulteriormente il concetto di crisi climatica, mostrando come gli effetti del riscaldamento globale non riguardino soltanto gli ecosistemi.

La perdita di raccolti, la diminuzione della disponibilità di acqua e l’aumento dei prezzi degli alimenti incidono direttamente sulla salute delle persone, aggravando le condizioni nutrizionali delle popolazioni più fragili e aumentando la pressione sui sistemi sanitari.

Per questo motivo gli autori sostengono che la sicurezza alimentare debba diventare uno degli indicatori centrali nelle politiche di adattamento climatico.

L’obiettivo degli 1,5 gradi resta decisivo

Il Lancet Countdown richiama anche il quadro internazionale delineato dall’Accordo di Parigi, ricordando che limitare il riscaldamento globale entro 1,5 °C non rappresenta soltanto un obiettivo politico, ma un riferimento sempre più rilevante anche sotto il profilo giuridico.

Secondo gli autori, le nuove evidenze scientifiche rafforzano il legame tra emissioni, danni climatici e responsabilità degli Stati, un tema destinato ad assumere un peso crescente nei negoziati internazionali e nelle future controversie legali sul clima.

La fotografia che emerge dal rapporto è netta: mentre il pianeta continua a riscaldarsi, milioni di persone che hanno contribuito in misura minima alla crisi climatica stanno già pagando il conto più salato, quello dell’accesso al cibo.

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