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Le utility idriche italiane migliorano i conti ma il fabbisogno di investimenti supera le risorse disponibili. Servono nuove forme di finanziamento e una riforma della governance

L’industria idrica italiana è economicamente più solida rispetto agli anni segnati dalla pandemia e dalla crisi energetica, ma rischia di trovarsi davanti a un ostacolo molto più impegnativo: finanziare la trasformazione infrastrutturale richiesta dall’Europa.

È questa la fotografia che emerge dall’ultima analisi del Laboratorio REF sulle prime cento gestioni industriali del Servizio Idrico Integrato, che evidenzia un netto miglioramento degli indicatori economico-finanziari ma anche un divario crescente tra le risorse disponibili e gli investimenti necessari per garantire reti più efficienti, depurazione, qualità dell’acqua e resilienza ai cambiamenti climatici.

Bilanci in miglioramento dopo gli anni della crisi

Il 2024 segna un consolidamento della ripresa economica del comparto. Dopo gli effetti della pandemia e l’impennata dei costi causata dalla guerra in Ucraina, le principali utility idriche mostrano indicatori in netto recupero. L’EBITDA margin cresce di 3,2 punti percentuali grazie a un aumento dei ricavi del 7,5% e a una riduzione dei costi operativi del 18,2%.

Anche la solidità patrimoniale migliora: la patrimonializzazione aumenta del 5,7%, mentre il livello complessivo dell’indebitamento resta sostanzialmente stabile.

A trainare questa evoluzione sono soprattutto gli operatori di maggiori dimensioni, definiti “Abilitatori”, insieme ai gestori in fase di sviluppo, mentre diminuisce il numero delle aziende considerate vulnerabili o critiche.

Il quadro conferma una progressiva maturazione industriale del settore.

La vera sfida è finanziare la nuova stagione di investimenti

Se i bilanci sorridono, gli investimenti raccontano una storia molto diversa. L’entrata in vigore della nuova Direttiva europea sul trattamento delle acque reflue urbane e la Strategia europea per la Resilienza Idrica impongono infatti un ampliamento dei servizi e un significativo incremento delle opere infrastrutturali.

Secondo la programmazione attuale, tra il 2024 e il 2029 saranno necessari circa 5 miliardi di euro all’anno di investimenti. Ma questa cifra non basta.

Le richieste avanzate nell’ambito del Piano nazionale degli interventi infrastrutturali per il settore idrico (PNIISSI) portano infatti il fabbisogno complessivo a 10,7 miliardi di euro, mentre la Commissione europea stima per l’Italia una necessità media di 8,1 miliardi di euro all’anno.

In pratica, rispetto agli investimenti oggi programmati, servirebbe aumentare le risorse di oltre il 41%.

Il debito non è sufficiente

Uno degli aspetti più interessanti dello studio riguarda la capacità di ricorso al credito.

Le cento principali gestioni italiane potrebbero attivare quasi 6,8 miliardi di euro di nuovo indebitamento senza compromettere il proprio equilibrio finanziario.

Il problema è che questa capacità è concentrata in poche grandi aziende.

Solo poco più di un terzo dei gestori dispone infatti di margini superiori ai 50 milioni di euro, mentre gran parte degli operatori può accedere soltanto a finanziamenti di dimensioni contenute.

Anche ipotizzando che tutta la capacità di debito venga utilizzata, resterebbe comunque scoperto un fabbisogno di circa 3,7 miliardi di euro ogni anno.

Da qui la conclusione dello studio: la leva finanziaria, da sola, non può sostenere il nuovo ciclo di investimenti.

Gli “Abilitatori” trainano il settore

Particolarmente significativo è il focus dedicato ai 33 gestori classificati come “Abilitatori”, che servono circa il 70% della popolazione considerata nell’analisi.

Per il quinquennio 2025-2029 hanno programmato investimenti pari a quasi 86 euro per abitante ogni anno.

La struttura delle risorse evidenzia un modello finanziario piuttosto equilibrato: il 42% arriva dall’autofinanziamento; il 25% da contributi pubblici; il 13% da nuovo debito; il 13% dal Fondo Nuovi Investimenti e il restante 7% da capitale proprio.

L’elevata capacità di autofinanziamento dimostra come il metodo tariffario abbia consentito negli ultimi anni di rafforzare la solidità delle utility, creando un effetto leva anche sull’accesso ai finanziamenti esterni.

Resta però una forte eterogeneità territoriale. Alcuni grandi gestori del Nord hanno ormai quasi esaurito la propria capacità di indebitamento, mentre altri dispongono ancora di margini importanti per incrementare gli investimenti.

Banche, BEI e obbligazioni: come si finanzia oggi il settore

Dal 2018 al 2025 il comparto ha raccolto finanziamenti per circa 10,5 miliardi di euro. La fonte principale è stata la Banca Europea per gli Investimenti, che rappresenta il 40% delle risorse complessive. Seguono: emissioni obbligazionarie (33%); finanziamenti bancari (27%).

Negli ultimi anni cresce anche il ricorso agli strumenti di finanza sostenibile, come Green Bond, Blue Bond e Sustainability-Linked Bond, mentre le banche stanno tornando a sostenere operazioni strutturate per finanziare nuovi investimenti o anticipare le risorse del PNRR.

Il nodo delle tariffe

Secondo gli analisti, oggi il vero limite non è più la disponibilità di capitale privato. La questione centrale riguarda piuttosto la sostenibilità economica e sociale delle tariffe.

Per finanziare le infrastrutture sarà inevitabile un loro progressivo adeguamento, accompagnato però da strumenti di perequazione e solidarietà in grado di proteggere famiglie e utenti più vulnerabili.

Parallelamente sarà necessario un maggiore intervento della finanza pubblica, soprattutto dopo la conclusione della stagione straordinaria del PNRR.

Tra gli strumenti già disponibili figurano il PNIISSI, il nuovo bando SFNIISSI e il Fondo dedicato alla depurazione e al riuso delle acque, mentre ulteriori risorse potrebbero arrivare dalla futura programmazione europea sulla resilienza idrica.

La governance sarà decisiva

Il miglioramento della salute economica del settore rappresenta un punto di partenza, ma non è sufficiente per affrontare le sfide dei prossimi anni.

Secondo lo studio, sarà necessario rafforzare gli assetti industriali favorendo aggregazioni di scala sovra-provinciale e regionale, rendere più efficiente la governance e ampliare il ricorso a strumenti finanziari innovativi capaci di attrarre nuovi capitali.

L’obiettivo sarà trovare un equilibrio stabile tra tariffe, risorse pubbliche e investimenti privati, evitando che il finanziamento delle opere strategiche continui a dipendere dalle logiche del consenso politico locale.

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