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Un team di ricercatori del Cnr e dell’Università di Milano ha sviluppato un innovativo protocollo capace di identificare plastiche e microplastiche nel compost distinguendole dalle bioplastiche compostabili

Le microplastiche rappresentano una delle minacce ambientali più difficili da contrastare. Invisibili a occhio nudo, si accumulano nei terreni agricoli, alterano gli ecosistemi e rischiano di entrare nella catena alimentare. Ora una ricerca italiana potrebbe offrire uno strumento decisivo per affrontare il problema.

Un gruppo di studiosi dell’Istituto per i Sistemi Agricoli e Forestali del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr-Isafom) di Perugia e dell’Università degli Studi di Milano ha sviluppato una nuova metodologia in grado di individuare con elevata precisione la presenza di plastiche e microplastiche nel compost, distinguendole dalle plastiche compostabili e biodegradabili.

Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica ACS Sustainable Chemistry & Engineering, apre nuove prospettive per la sicurezza alimentare, la tutela dei terreni agricoli e lo sviluppo dell’economia circolare.

Perché distinguere le plastiche dalle bioplastiche è così importante

Negli ultimi anni il compost è diventato una risorsa fondamentale per migliorare la fertilità dei suoli e ridurre il ricorso ai fertilizzanti chimici. Tuttavia, insieme alla sostanza organica possono arrivare anche frammenti di plastica derivanti dai rifiuti urbani.

La normativa attualmente consente una presenza limitata di impurità plastiche nel compost, ma finora i sistemi di analisi non erano in grado di distinguere con precisione tra plastiche fossili persistenti e materiali compostabili progettati per degradarsi naturalmente.

Si tratta di una differenza cruciale: mentre le plastiche tradizionali possono accumularsi nel terreno per decenni, le bioplastiche compostabili sono pensate per trasformarsi in sostanza organica senza lasciare residui dannosi.

Come funziona il nuovo metodo

Il cuore dell’innovazione è una procedura definita di idrolisi termo-alcalina selettiva.

In pratica, i campioni recuperati dal compost vengono trattati con una soluzione di idrossido di sodio a 80 gradi centigradi. Questo processo scioglie completamente i polimeri compostabili, come il PLA e i materiali derivati dall’amido, mentre lascia inalterate le plastiche convenzionali.

Tra queste rientrano materiali molto diffusi come: polietilene (PE); polipropilene (PP); PET; PVC; polistirene (PS).

Una volta eliminata la componente biodegradabile, gli operatori possono identificare e quantificare con maggiore accuratezza gli inquinanti persistenti presenti nel compost.

Un problema che riguarda anche l’agricoltura

Secondo i ricercatori, il suolo sta diventando uno dei principali punti di accumulo degli inquinanti plastici.

L’aumento della produzione mondiale di plastica, gli errori nello smaltimento dei rifiuti e la dispersione accidentale dei materiali contribuiscono alla diffusione delle microplastiche nell’ambiente. A questo si aggiungono alcune pratiche agricole e l’utilizzo di compost derivato dalla raccolta differenziata urbana.

«La capacità di distinguere accuratamente tra polimeri fossili recalcitranti e plastiche compostabili nel compost non è più solo una questione tecnica, ma un prerequisito fondamentale per la sicurezza alimentare e la sostenibilità delle catene di approvvigionamento globali», ha spiegato Mirko Cucina, ricercatore del Cnr-Isafom e autore dello studio insieme a Fabrizio Adani dell’Università degli Studi di Milano.

Precisione elevata e costi ridotti

Uno degli aspetti più rilevanti della ricerca riguarda l’applicabilità pratica.

I metodi oggi disponibili per identificare le plastiche presenti nel compost sono spesso complessi, costosi o poco adatti a controlli su larga scala. Il nuovo protocollo, invece, garantisce un tasso di recupero del 98% e risultati validati mediante spettroscopia infrarossa, mantenendo costi contenuti.

Questo potrebbe favorire una diffusione più ampia dei controlli negli impianti di trattamento dei rifiuti organici e nelle aziende che producono compost destinato all’agricoltura.

Un alleato per l’economia circolare

La nuova metodologia potrebbe avere effetti positivi anche sullo sviluppo delle bioplastiche.

Grazie alla possibilità di distinguere chiaramente i materiali compostabili dagli inquinanti persistenti, si riduce il rischio che prodotti progettati per degradarsi vengano erroneamente classificati come contaminanti.

Secondo gli autori dello studio, questo risultato potrebbe incentivare l’adozione di alternative sostenibili e migliorare i sistemi di certificazione della qualità del compost.

La sfida del futuro: proteggere il suolo dalle microplastiche

L’accumulo di microplastiche nei terreni agricoli è considerato da molti esperti una delle emergenze ambientali emergenti dei prossimi decenni.

Per questo motivo la ricerca italiana rappresenta un tassello importante nella costruzione di sistemi agricoli più sostenibili e resilienti. Migliorare il monitoraggio degli inquinanti significa infatti proteggere la biodiversità del suolo, aumentare la trasparenza delle filiere e rafforzare la fiducia nei processi di riciclo organico.

L’obiettivo finale è rendere il compost uno strumento sempre più sicuro ed efficace per restituire fertilità alla terra senza introdurre nuovi contaminanti, contribuendo concretamente alla transizione ecologica e alla sostenibilità dell’agricoltura del futuro.

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