- 26/02/2026
- Redazione
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Via libera del Consiglio UE alla semplificazione degli obblighi di rendicontazione sulla sostenibilità e due diligence (CSRD e CS3D). Soglie più alte, meno burocrazia e rinvio al 2029 per rafforzare la competitività europea
L’Unione europea cambia rotta sulla sostenibilità d’impresa. Il Consiglio dell’Unione europea ha dato il via libera definitivo alla semplificazione degli obblighi di rendicontazione sulla sostenibilità e di due diligence, intervenendo sulle direttive più rilevanti in materia ESG: la Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) e la Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CS3D).
L’obiettivo dichiarato è chiaro: ridurre la burocrazia, alleggerire gli oneri amministrativi e rafforzare la competitività dell’industria europea in un contesto geopolitico ed economico sempre più complesso.
La riforma rientra nel pacchetto di semplificazione “Omnibus I”, presentato dalla Commissione a febbraio 2025, e punta a limitare l’effetto a cascata degli obblighi sulle imprese più piccole, uno dei nodi più critici emersi negli ultimi mesi.
CSRD: soglie più alte, meno aziende coinvolte
Rendicontazione solo per le grandi imprese
La revisione della CSRD restringe in modo significativo il perimetro di applicazione. Saranno obbligate alla rendicontazione di sostenibilità solo le imprese con:
oltre 1.000 dipendenti
fatturato netto annuo superiore a 450 milioni di euro
Per le aziende di Paesi terzi, i nuovi requisiti scatteranno solo se la capogruppo nell’UE supera i 450 milioni di euro di fatturato e la controllata o succursale genera oltre 200 milioni nell’Unione.
Prevista inoltre un’esenzione transitoria per le società che avrebbero dovuto iniziare a rendicontare dal 2024 (le cosiddette “wave one”), che non saranno tenute a farlo nel 2025 e 2026. Alcune holding finanziarie, europee ed extra-UE, potranno beneficiare di un’esenzione dalla rendicontazione consolidata.
Il messaggio politico è evidente: concentrare gli obblighi sulle aziende di dimensioni tali da poter sostenere costi e strutture di compliance, evitando di gravare eccessivamente sulle realtà minori.
CS3D: due diligence più mirata e fine del piano climatico obbligatorio
Obblighi solo per i grandi gruppi sopra 1,5 miliardi
Anche la direttiva sulla due diligence viene ridimensionata. L’ambito di applicazione sarà limitato alle imprese con:
oltre 5.000 dipendenti
fatturato netto superiore a 1,5 miliardi di euro
La logica è che siano le grandi multinazionali ad avere maggiore influenza sulle proprie catene del valore e dunque la capacità di incidere realmente su diritti umani, ambiente e governance.
Le aziende potranno concentrare l’analisi sugli ambiti della catena produttiva dove è più probabile che si verifichino impatti negativi significativi, basandosi su informazioni “ragionevolmente disponibili”. Un passaggio chiave per ridurre l’effetto domino di richieste documentali sui fornitori più piccoli.
Tra le novità più rilevanti: viene eliminato l’obbligo di adottare un piano di transizione climatica previsto nella versione originaria della direttiva.
Scompare inoltre il regime armonizzato di responsabilità civile a livello europeo. Le sanzioni saranno gestite a livello nazionale, con un tetto massimo del 3% del fatturato netto mondiale dell’impresa.
Tempistiche: recepimento rinviato al 2028, applicazione dal 2029
La nuova direttiva posticipa al 26 luglio 2028 il termine per il recepimento della CS3D nel diritto nazionale. Le imprese dovranno adeguarsi alle nuove disposizioni entro luglio 2029.
Il testo sarà pubblicato nei prossimi giorni nella Gazzetta ufficiale dell’UE ed entrerà in vigore venti giorni dopo la pubblicazione. Gli Stati membri avranno un anno di tempo per recepire la normativa, con alcune eccezioni sui livelli di armonizzazione.
Una svolta politica nel segno della “rivoluzione della semplificazione”
La decisione si inserisce in un quadro politico più ampio. Nell’ottobre 2024 il Consiglio europeo aveva sollecitato una riduzione drastica degli oneri amministrativi, anche alla luce delle analisi contenute nei rapporti di Enrico Letta (“Molto più di un mercato”) e Mario Draghi (“Il futuro della competitività europea”).
La dichiarazione di Budapest dell’8 novembre 2024 ha parlato esplicitamente di una “rivoluzione della semplificazione”: meno burocrazia, norme più proporzionate e un quadro regolatorio più chiaro per le imprese, in particolare per le PMI.
La presidenza cipriota del Consiglio ha fatto della semplificazione una priorità assoluta. Come ha dichiarato la viceministra per gli Affari europei di Cipro, Marilena Raouna, l’obiettivo è costruire “un’Unione più autonoma, che significa anche più competitiva”.
Competitività contro sostenibilità? Il nuovo equilibrio europeo
La riforma non smantella l’impianto ESG europeo, ma ne ridisegna l’intensità. La sostenibilità resta un pilastro delle politiche industriali, ma con una maggiore attenzione ai costi amministrativi e alla capacità delle imprese di competere su scala globale.
Il segnale politico è chiaro: nella fase attuale, l’Europa punta a bilanciare ambizione ambientale e realismo economico. La partita si giocherà ora sull’attuazione nazionale e sulla capacità di evitare che la semplificazione si traduca in un arretramento degli standard.
































































































































































































































































































