- 13/10/2025
- Redazione
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Come il rischio climatico influenza il rischio di credito e perché servono dati migliori per proteggere la stabilità del sistema bancario
Il cambiamento climatico non è più solo una questione ambientale o politica: sta diventando, sempre più chiaramente, anche un problema economico e finanziario. Le banche, in particolare, sono chiamate ad affrontare nuove sfide legate all’integrazione dei rischi ambientali, sociali e di governance (ESG) nella gestione complessiva del rischio, come richiesto dalle autorità di vigilanza nazionali ed europee.
Ma come si misura il rischio che un evento climatico estremo – come un’alluvione o una siccità – possa mettere in crisi un’azienda e, di conseguenza, pesare sul bilancio di una banca che l’ha finanziata?
La risposta non è semplice, soprattutto perché mancano ancora strumenti standardizzati e, soprattutto, dati affidabili. Un contributo concreto in questa direzione arriva da REF Ricerche, che ha sviluppato una metodologia quantitativa per stimare l’impatto dei rischi climatici sulla stabilità finanziaria delle controparti bancarie.
Perché il clima interessa alle banche
Il collegamento tra clima e finanza passa attraverso il concetto di rischio fisico, ovvero il rischio derivante da eventi climatici estremi che possono colpire direttamente gli asset o le attività economiche di un’impresa. Quando ciò accade, la capacità di un’azienda di ripagare i propri debiti può ridursi sensibilmente, con un impatto diretto sul rischio di credito per le banche che la finanziano.
Le autorità di vigilanza, tra cui la Banca Centrale Europea e l’EBA (European Banking Authority), stanno chiedendo agli istituti finanziari di incorporare questi rischi nei propri modelli interni di gestione del rischio. Tuttavia, lo sviluppo di metodologie solide è ancora in fase iniziale, anche per la carenza di dati granulari, omogenei e di buona qualità.
Un’indagine condotta dalla Banca d’Italia sulle banche meno significative (LSI, Less Significant Institutions) conferma che, sebbene siano stati fatti dei passi avanti, persistono forti limiti metodologici e informativi. Senza dati affidabili, valutare correttamente l’esposizione ai rischi climatici è, di fatto, impossibile.
Una soluzione concreta: il database climatico di REF Ricerche
Proprio per colmare questo vuoto, REF Ricerche ha sviluppato un database meteorologico avanzato, basato su dati del Copernicus Climate Change Service dell’Unione Europea. La raccolta copre dati storici e prospettici (futuri) su tutto il territorio europeo e consente di analizzare l’evoluzione di fenomeni climatici rilevanti, come temperature estreme e precipitazioni intense.
Credit: Laboratorio Ref Ricerche
Su questi dati, REF ha costruito una serie di indicatori di rischio fisico, in grado di quantificare l’esposizione di un’impresa ai pericoli legati al clima. È proprio grazie a questi strumenti che diventa possibile integrare, in modo concreto, i rischi climatici all’interno dei modelli di rischio di credito bancario.
Il caso studio: aziende agricole italiane e rischio di default
Per dimostrare l’applicazione pratica di questa metodologia, REF Ricerche ha condotto uno studio su un campione di aziende agricole italiane, utilizzando lo Z-score di Altman – un indicatore molto usato per stimare la probabilità di insolvenza delle imprese.
In particolare, è stata analizzata la relazione tra lo Z-score e un indicatore climatico chiamato R20mm, che misura la frequenza di eventi di pioggia intensa. I risultati parlano chiaro: un aumento delle precipitazioni estreme è associato a un calo dello Z-score, ovvero a un aumento del rischio di default delle imprese.
Non solo: anche le piogge dell’anno precedente mostrano un impatto significativo sulla stabilità finanziaria. Ciò suggerisce che gli effetti degli eventi climatici non si esauriscono nel breve periodo, ma possono avere ripercussioni prolungate sulla salute economica delle aziende.
Un ulteriore approfondimento ha evidenziato che l’impatto del rischio climatico varia anche all’interno dello stesso settore agricolo, a seconda del tipo di coltura o attività svolta. Questo significa che non è sufficiente guardare al settore in generale: per valutare correttamente il rischio, è necessario scendere nel dettaglio.
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La sfida ancora aperta: servono standard e collaborazione
L’analisi di REF Ricerche rappresenta un passo importante verso una valutazione più accurata e scientificamente fondata dei rischi climatici nel settore bancario. Tuttavia, perché questa integrazione diventi la norma e non l’eccezione, è necessario un ulteriore sforzo a livello normativo, istituzionale e tecnico.
L’EBA, ad esempio, ha il compito di definire standard minimi e linee guida per l’integrazione dei rischi ESG nei modelli bancari, ma ha già segnalato che i tre strumenti oggi disponibili – il reporting di sostenibilità, gli stress test climatici e i rating ESG – non sono ancora sufficientemente sviluppati per fornire una base solida.
Il cambiamento climatico è una realtà che incide, e inciderà sempre di più, sulla solidità del sistema economico. Le banche, in quanto nodi centrali della finanza, devono essere pronte a misurare e gestire questi nuovi rischi, per evitare che eventi estremi si traducano in crisi di solvibilità diffuse.




























































































































































































































































































































































































