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A Roma nasce la rete italiana delle food policy: 11 città unite per cibo sostenibile, agricoltura bio e filiere corte. Al centro aree interne e lotta allo spreco

Le città italiane si alleano per mettere il cibo al centro delle politiche pubbliche. Da Roma a Firenze, da Genova a Varese fino a Perugia e altri comuni italiani, nasce la prima rete nazionale delle food policy, un coordinamento stabile tra amministrazioni locali che punta a condividere strumenti, modelli di governance e strategie per rendere più sostenibile il sistema alimentare.

L’occasione è stata “Buono e Bio in Festa”, la due giorni promossa da Roma Capitale insieme a FederBio e Slow Food Italia, che ha riunito all’Orto Botanico di Roma oltre 5.000 partecipanti, decine di produttori e rappresentanti istituzionali provenienti da undici città italiane.

Il cibo come politica pubblica: “Un diritto prima ancora dell’abitare”

Al centro del confronto c’è una visione chiara: il cibo non è solo una questione economica o agricola, ma un tema di salute pubblica, giustizia sociale e governo delle città.

Per Sabrina Alfonsi, assessora all’Agricoltura, all’Ambiente e al Ciclo dei rifiuti di Roma Capitale, le food policy devono diventare uno strumento centrale per ridurre le disuguaglianze. Nelle grandi città, spiega, proprio le aree più fragili dal punto di vista economico sono spesso quelle in cui si concentra anche lo spreco alimentare, alimentato da modelli di consumo a basso costo e bassa qualità.

Secondo l’assessora, invertire questa tendenza significa agire su più livelli: educazione alimentare, filiere corte, orti urbani e soprattutto un nuovo rapporto tra città e aree interne, considerate fondamentali per riequilibrare il sistema territoriale.

Roma laboratorio: scuole, orti urbani e un grande parco agricolo

Roma si presenta come uno dei modelli più avanzati in Italia. Negli ultimi cinque anni la Capitale ha costruito un sistema articolato di politiche del cibo che coinvolge istituzioni, cittadini e produttori.

Ogni giorno nelle mense scolastiche vengono serviti circa 140-150 mila pasti biologici e a filiera corta, in un territorio in cui oltre 80 mila ettari sono aree verdi e agricole. Gli orti urbani comunitari, diffusi soprattutto nelle periferie e per la prima volta dotati di una voce specifica nel bilancio comunale, rappresentano uno degli strumenti più innovativi di partecipazione cittadina.

A questo si aggiunge la gestione condivisa di oliveti e spazi agricoli affidati ad associazioni e cittadini, oltre alla progettazione di uno dei più grandi parchi agricoli d’Europa, che integrerà orti, cooperative sociali e attività di ricerca universitaria.

Firenze punta sul biologico e su un nuovo food hub

Da Firenze arriva invece l’esperienza del Distretto Biologico dell’area fiorentina, riconosciuto dalla Regione Toscana e ampliato a nove amministrazioni comunali. Il progetto riunisce imprese agricole, istituzioni e associazioni con l’obiettivo di rendere il biologico più accessibile e competitivo.

Parallelamente, la città sta lavorando alla trasformazione di una parte del mercato ortofrutticolo comunale in un vero e proprio food hub per le produzioni locali. L’obiettivo è sostenere le piccole aziende agricole biologiche, spesso escluse dai grandi circuiti distributivi.

Per la vicesindaca Paola Galgani, la sfida è chiara: garantire un cibo sano, sostenibile e allo stesso tempo accessibile, evitando che il biologico diventi un’opzione riservata solo alle fasce più ricche della popolazione.

Perugia e Genova, due modelli in costruzione

A Perugia le food policy partono dalla lotta allo spreco alimentare e dal lavoro sulle mense comunali, che coinvolgono 63 strutture. La città ha avviato anche il sostegno ai gruppi di acquisto solidale, con l’introduzione di cassette alimentari destinate gratuitamente alle famiglie in difficoltà, e la creazione di un atlante del cibo per mappare la filiera locale.

L’obiettivo è costruire un vero e proprio consiglio del cibo, adattato a un territorio vasto e fortemente agricolo.

Genova rappresenta invece un caso ancora in fase iniziale, avendo ricevuto la delega alle politiche del cibo solo da un anno. Proprio questa fase di costruzione è vista come un’opportunità per sviluppare un modello condiviso insieme alle altre città della rete. Per la vicepresidente del Consiglio comunale Francesca Ghio, la collaborazione tra amministrazioni è il vero valore aggiunto del progetto, perché permette di superare la competizione tra modelli e favorire lo scambio di soluzioni.

Il Sud e la sfida della salute alimentare

Dal Sud arriva l’esperienza di Melpignano, dove la sindaca Valentina Avantaggiato sottolinea il ruolo decisivo dell’intervento pubblico per sostenere la produzione agricola di qualità e il ritorno dei giovani alla terra.

Nel Mezzogiorno, ricorda, cresce anche il problema dell’obesità, che impone nuove politiche di educazione alimentare e accesso a cibo sano per tutta la popolazione.

Le aree interne al centro del sistema alimentare

Uno dei temi più rilevanti emersi dal confronto riguarda il ruolo delle aree interne, che rappresentano quasi l’80% del territorio italiano e custodiscono la gran parte delle produzioni DOP nazionali.

Nonostante questo, negli ultimi vent’anni il settore agricolo ha subito una forte contrazione, con la scomparsa di oltre un milione di aziende, soprattutto nelle zone rurali e montane.

La sfida della rete delle food policy è proprio questa: ricostruire il legame tra città e territori agricoli, utilizzando le politiche pubbliche di acquisto, le mense e la distribuzione locale come strumenti per sostenere le economie rurali.

Verso un tavolo nazionale sulle aree interne

Dall’incontro romano nasce anche un nuovo passo operativo: l’istituzione di un tavolo dedicato alle aree interne montane, con l’obiettivo di costruire un modello nazionale di riferimento per le politiche del cibo.

L’idea è trasformare le esperienze locali in una strategia condivisa, capace di affrontare insieme sostenibilità ambientale, salute pubblica e tenuta economica dei territori.

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