- 16/04/2026
- Simone Martino
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La Banca d’Italia lancia l’allarme: clima e finanza minacciano crescita e PIL. Ecco cosa può accadere senza una transizione immediata
Il cambiamento climatico non è più soltanto un tema ambientale: è diventato una variabile economica centrale. È questo il messaggio emerso dal convegno organizzato da Kyoto Club il 15 aprile a Roma, dove esperti e istituzioni si sono confrontati sul ruolo della finanza nella transizione ecologica e sul piano climatico della Banca d’Italia.
Al convegno hanno partecipato Ivan Faiella, Banca d’Italia – Servizio Segreteria particolare del Direttorio e Dario Alessandro de Pinto e Alessandro Pezzopane, Banca d’Italia – Servizio Organizzazione – Settore Sostenibilità ambientale, e Patrizia Pizzini, Alls Consulting – Coordinatrice Gruppo di lavoro Finanza – Kyoto Club
Il clima entra nei conti dell’economia
Il punto di partenza è chiaro: i rischi climatici – fisici e di transizione – stanno già influenzando crescita, stabilità finanziaria e politiche economiche. E la finestra per agire si sta restringendo.
A livello globale, circa tre quarti delle emissioni di gas serra derivano ancora dall’uso di combustibili fossili. Nonostante gli obiettivi fissati con l’Accordo di Parigi, gli impegni attuali non bastano a contenere l’aumento delle temperature entro 1,5-2°C. Il rischio, sottolineano gli analisti, è che una transizione tardiva o disordinata renda i costi economici ancora più elevati.
Italia più calda e più fragile: gli impatti già visibili
In Italia i segnali sono già evidenti. Il 2019 è stato l’anno più caldo dal 1961, con temperature superiori di 2°C rispetto alla media storica. E il futuro appare ancora più critico: entro fine secolo, l’aumento potrebbe arrivare fino a 3,1°C negli scenari peggiori.
Gli effetti si moltiplicano:
- aumento di eventi estremi come siccità e alluvioni
- ondate di calore più frequenti (fino a 35 giorni in più)
- stress sulle risorse idriche e rischio idrogeologico crescente
Le conseguenze economiche sono tutt’altro che marginali. Durante i periodi di caldo intenso, la produttività del lavoro può calare fino al 22%, mentre crescono i costi energetici per il raffrescamento.
E il conto complessivo rischia di essere salato: nello scenario più critico, il PIL pro capite potrebbe ridursi fino all’8,5% entro il 2080, con effetti più pesanti nel Mezzogiorno.
Agricoltura, turismo ed energia: i settori più esposti
Alcuni comparti sono particolarmente vulnerabili. L’agricoltura, per esempio, potrebbe perdere fino al 40% del reddito entro il 2050, con cali di resa anche del 50% per alcune colture. Produzioni simbolo del Made in Italy, come vino e olio, rischiano di spostarsi verso nord o a quote più elevate.
Anche il turismo subirà trasformazioni profonde: meno neve in montagna, erosione delle spiagge e stagioni sempre più instabili.
Sul fronte energetico, la domanda è destinata a crescere, trainata dall’uso dei condizionatori, mentre la produzione idroelettrica potrebbe diminuire. Il risultato è un sistema più sotto pressione, con rischi di blackout e aumento dei prezzi.
Finanza sostenibile: opportunità e rischi
Negli ultimi anni la finanza sostenibile ha registrato una crescita significativa, arrivando a rappresentare circa un terzo degli asset globali. Strumenti come i green bond hanno superato i mille miliardi di dollari.
Ma non mancano le criticità. La mancanza di standard condivisi e il rischio di greenwashing rendono difficile valutare realmente l’impatto ambientale degli investimenti.
Le banche centrali stanno cercando di colmare questo gap. La stessa Banca d’Italia partecipa a reti internazionali come il NGFS (Network for Greening the Financial System) e ha iniziato a integrare i rischi climatici nelle proprie analisi e politiche.
Il piano della Banca d’Italia: emissioni zero entro il 2050
Al centro del confronto c’è stato il Piano di transizione climatica della Banca d’Italia, che fissa obiettivi ambiziosi:
- -55% di emissioni entro il 2030
- -67% entro il 2035
- neutralità climatica entro il 2050
Il percorso prevede interventi concreti:
- elettrificazione degli edifici e maggiore efficienza energetica
- utilizzo crescente di fonti rinnovabili
- riduzione delle emissioni lungo tutta la catena di fornitura
- introduzione di un prezzo interno del carbonio
Già oggi l’istituto ha ridotto del 15% le proprie emissioni rispetto al 2019.
Il nodo dei dati e della trasparenza
Uno dei principali ostacoli resta la qualità delle informazioni. La valutazione dei rischi climatici richiede dati complessi e spesso non disponibili o non comparabili.
Anche gli indicatori ESG – utilizzati per misurare la sostenibilità di imprese e investimenti – presentano forti differenze tra i vari provider, con correlazioni anche inferiori al 50%.
Per questo, a livello europeo, si sta lavorando a una tassonomia comune che definisca in modo chiaro cosa può essere considerato sostenibile, riducendo il rischio di distorsioni e aumentando la fiducia degli investitori.
Una transizione inevitabile (e costosa)
La transizione verso un’economia a basse emissioni richiederà investimenti ingenti e un’accelerazione delle politiche pubbliche. L’Unione europea punta a ridurre le emissioni del 55% entro il 2030 e a raggiungere la neutralità climatica nel 2050.
Per l’Italia la sfida è doppia: da un lato ridurre la dipendenza dai combustibili fossili, dall’altro evitare che i costi della transizione ricadano su famiglie e imprese, alimentando fenomeni come la povertà energetica.
Salute, società e disuguaglianze: gli effetti oltre l’economia
Gli impatti non si fermano ai numeri. Entro il 2100, si stimano fino a 100.000 morti in Europa legate a eventi climatici estremi, con oltre la metà concentrate nel Sud Europa.
Le ondate di calore, il peggioramento della qualità dell’aria e la diffusione di nuovi agenti patogeni rappresentano una minaccia crescente per la salute pubblica, soprattutto per le fasce più vulnerabili.
La sfida decisiva: coordinamento globale e scelte rapide
Il messaggio finale del convegno è netto: la transizione ecologica è inevitabile, ma il modo in cui verrà gestita farà la differenza tra un adattamento ordinato e una crisi economica diffusa.
Servono politiche coordinate a livello internazionale, maggiore trasparenza nei mercati finanziari e un ruolo più attivo delle istituzioni, a partire dalle banche centrali.
Perché il clima, ormai, non è più una variabile esterna: è una componente strutturale dell’economia.































































































































































































































































































































