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Il lavoro da remoto riduce le emissioni di CO2 fino al 31,5%: l’analisi della Banca d’Italia tra pendolarismo, consumi domestici e modello ibrido

Il lavoro da remoto si conferma non solo una rivoluzione organizzativa, ma anche una leva concreta per la sostenibilità ambientale. A fotografare con precisione questo cambiamento è l’analisi della Banca d’Italia “L’impatto ambientale del lavoro da remoto: evidenze da un’indagine condotta in Banca d’Italia” realizzata da Dario Alessandro de Pinto, Donato Milella, Daniele Macali, Riccardo Basile, Carmen Lavinia, Giovanni Murano, Marco Rao, Roberta Roberto, Andrea Tortora e Alessandro Zini, che mette a confronto il peso climatico del lavoro in presenza con quello dello smart working.

Il dato più significativo riguarda la riduzione complessiva delle emissioni: rispetto al 2019, il nuovo modello organizzativo ha portato a un taglio del 31,5%. Un risultato che nasce soprattutto dalla drastica diminuzione degli spostamenti quotidiani, solo in parte compensata dall’aumento dei consumi energetici nelle abitazioni.

Quanto pesa davvero il pendolarismo

Il principale fattore di impatto resta il tragitto casa-lavoro. Una giornata trascorsa in ufficio genera in media 4,1 chilogrammi di CO2 equivalente per dipendente, un valore in calo rispetto agli anni precedenti ma ancora rilevante.

Questo dato riflette abitudini di mobilità ancora fortemente ancorate all’uso dell’auto privata, che rappresenta di gran lunga il mezzo più utilizzato. Il trasporto pubblico rimane una scelta minoritaria, mentre gli spostamenti a piedi incidono solo marginalmente. In media, ogni lavoratore percorre oltre venti chilometri al giorno per raggiungere il luogo di lavoro, impiegando circa tre quarti d’ora.

Nonostante il progressivo rinnovo del parco auto — con una crescente diffusione di veicoli meno inquinanti — il peso ambientale complessivo del pendolarismo resta elevato. Nel 2024, le emissioni legate agli spostamenti dei dipendenti di Banca d’Italia hanno superato le 33mila tonnellate di CO2.

Lavorare da casa: emissioni più basse ma non nulle

Se da un lato lo smart working elimina completamente il problema degli spostamenti, dall’altro introduce un diverso tipo di consumo energetico, legato alla vita domestica. L’energia utilizzata per riscaldare o raffrescare gli ambienti, insieme a quella necessaria per alimentare computer e illuminazione, genera comunque emissioni.

Secondo le stime, una giornata di lavoro da remoto produce in media 1,1 chilogrammi di CO2 equivalente. La componente più rilevante è quella legata al riscaldamento, seguita dal raffrescamento degli ambienti, mentre l’impatto di dispositivi elettronici e illuminazione risulta decisamente più contenuto.

Il dato varia sensibilmente in base alle caratteristiche dell’abitazione, all’efficienza energetica degli edifici e alle condizioni climatiche, ma resta comunque nettamente inferiore rispetto a quello associato al lavoro in presenza.

Il modello ibrido come soluzione di equilibrio

È proprio nella combinazione tra lavoro in presenza e lavoro da remoto che emerge il massimo beneficio ambientale. Il modello ibrido introdotto dalla Banca d’Italia nel 2022, che consente fino a cento giorni l’anno di lavoro a distanza, rappresenta un punto di equilibrio tra esigenze organizzative e sostenibilità.

Grazie alla riduzione degli spostamenti e al minor utilizzo degli spazi aziendali, questo sistema consente di contenere in modo significativo le emissioni complessive. La media giornaliera, considerando entrambe le modalità di lavoro, si attesta intorno ai 5,2 chilogrammi di CO2 equivalente per dipendente, un valore sensibilmente più basso rispetto al periodo pre-pandemia.

Dalla pandemia a un nuovo modo di lavorare

La diffusione del lavoro da remoto è stata accelerata in modo decisivo dalla pandemia. In pochi mesi si è passati da una modalità marginale a una pratica diffusa su larga scala, arrivando a coinvolgere la maggioranza dei lavoratori durante le fasi più critiche dell’emergenza sanitaria.

Questo cambiamento ha avuto ripercussioni anche sulle scelte personali. Una parte dei dipendenti ha iniziato a valutare la possibilità di trasferirsi, spinta dalla minore necessità di recarsi quotidianamente in ufficio. Tuttavia, i dati mostrano che solo una piccola percentuale ha effettivamente cambiato residenza, e non emergono effetti tali da annullare i benefici ambientali del lavoro da remoto.

Mobilità e resistenze al cambiamento

Nonostante i vantaggi ambientali, modificare le abitudini di spostamento si rivela complesso. Una quota non trascurabile di lavoratori dichiara di non essere disponibile a cambiare le proprie routine, mentre tra coloro che si mostrano più aperti prevale l’interesse verso soluzioni alternative come il trasporto pubblico, le navette aziendali o forme di mobilità sostenibile.

A frenare il cambiamento è soprattutto la percezione di inefficienza del trasporto pubblico, spesso considerato poco affidabile o difficile da utilizzare, in particolare nelle grandi aree urbane. Questo elemento continua a rappresentare uno dei principali ostacoli alla riduzione strutturale delle emissioni legate alla mobilità.

Una fotografia dettagliata delle abitudini di lavoro

L’indagine condotta su oltre quattromila dipendenti restituisce un quadro articolato delle nuove modalità lavorative. La maggior parte degli intervistati lavora prevalentemente da casa, mentre una quota più ridotta alterna altri luoghi o mantiene una presenza più costante in ufficio.

Interessante è anche il dato relativo alle distanze percorse da chi lavora da remoto: quando questi lavoratori si spostano, lo fanno per tragitti significativamente più lunghi rispetto alla media, segno di una maggiore flessibilità nella scelta del luogo di residenza.

Un modello utile per le aziende

Uno degli aspetti più rilevanti dell’analisi riguarda la possibilità di applicare questo modello ad altre realtà. Le stime permettono infatti di calcolare le emissioni indirette, quelle legate cioè alle attività dei dipendenti, che rientrano nella categoria delle cosiddette Scope 3.

In questo senso, l’esperienza della Banca d’Italia dimostra che il lavoro ibrido può rappresentare uno strumento efficace non solo per migliorare l’organizzazione del lavoro, ma anche per contribuire agli obiettivi di sostenibilità ambientale.

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